Le banche opportuniste e la mancanza di credito alle imprese

Discutere di cosa implichi fare banca in un periodo di recessione, di cosa significa fare impresa senza liquidità e di come banche e imprese debbano trovare un nuovo equilibrio non è solo materia di articoli e convegni. E’ un problema assolutamente concreto, soprattutto se si osserva cosa sta accadendo ai bilanci del sistema bancario.

Ieri abbiamo visto come in poco più di un anno il sistema bancario abbia contratto i finanziamenti al sistema delle imprese di 34 miliardi. A questo va aggiunto che per converso il sistema continua a investire in titoli emessi dello Stato, come si può vedere dal grafico sottostante. Siamo arrivati alla modica cifra di 351 miliardi impiegati in BTP, CCT e altri titoli, più di 1/3 di quanto concesso ai clienti imprenditori e ben 150 miliardi impiegati dall’inizio del 2012, una crescita che pone necessariamente degli interrogativi.

Di questo andamento a forbice le banche devono rendere conto anche ai propri clienti. Se la spiegazione è -e non ne vedo altre- che è più conveniente ai fini di bilancio (basso rischio, buon rendimento) comprare debito dello Stato rispetto a comprare debito delle imprese (alto rischio, alto consumo di capitale, rendimento che non copre il costo del capitale) affrontiamo il problema con trasparenza nelle sedi opportune.

Se l’acquisto di titoli del debito pubblico è stata indotta dalle autorità, in un momento di difficoltà nel collocamento presso le piazze estere, sotto il titolo ‘io compro BTP’ le banche si facciano sollevare da questa ‘colpa’.

Se invece la scelta di comprare titoli di Stato è solo opportunistica, per lucrare un margine tra il costo dei fondi raccolti presso la BCE o presso i clienti e le cedole dei BTP, questo gioco è stato già fatto ampiamente nel 2012 e il beneficio nel 2013-2014 si assottiglia (speriamo) se i rendimenti scendono. Quindi appare nel 2013 più una scelta di parcheggio, per evitare di essere troppo coinvolti nei rischi di finanziamento all’economia reale.

Quando poi la scelta è di impiegare 3,5 miliardi della propria liquidità, come ha appena fatto Unicredit, per ricomprarsi obbligazioni collocate ai risparmiatori italiani e fare una nuova plusvalenza (differenza tra valore di riacquisto e valore di debito a scadenza) non ci sono dubbi che prevale la necessità di ingrassare il proprio conto economico. Secondo quanto dichiarato da Unicredit e riportato dal Sole 24 Ore oggi

‘l’operazione consentirà di ottimizzare il profilo delle passività riducendone l’ammontare in eccesso e modificando la relativa distribuzione temporale, anche al fine di ridurre la concentrazione temporale di quelle in scadenza nel trienno 2015-2017′.

Una terminologia sufficientemente fumosa per addetti alla materia finanziaria, che nasconde il vero scopo dell’operazione. Ma è il paragrafo successivo a lasciare più sconcertati:

Il riscatto dei titoli rappresenta inoltre per Piazza Cordusio ‘un efficiente utilizzo’ della liquidità disponibile che resta alquanto abbondante visto che tra la fin del 2011 e l’inizio del 2012 Unicredit si è abbeverata alla fonte della BC di liquidità a bassissimo costo (1%) per complessivi 26 miliardi nelle due aste a 3 anni. Lo scorso anno il riscatto dei bond a tasso più oneroso rispetto a quello pagato alla Bce ha permesso di realizzare plusvalenze importanti che hanno contribuito nella misura di 543 milioni all’utile netto, dunque più della metà degli 865 milioni di profitti registrati per l’intero anno e la speranza è dunque di mettere a segno un exploit analogo. Unicredit non è il solo istituto ad avere scelto questa strada. […]

Parole chiare: liquidità abbondante, convenienza economica immediata, nessun rischio. Provando a fare un confronto tra queste operazioni del 2012 e un profitto equivalente, derivante da prestiti a PMI, l’equivalenza si ottiene con 75.000 finanziamenti per 200.000€ a ciascuna impresa, come mostrato nell’infografica qui sotto. Con questo non voglio affatto dire che Unicredit non abbia fatto nel 2012, e non stia facendo nel 2013 il suo mestiere di finanziare le imprese, tantomeno che non abbia il diritto di ricomprarsi obbligazioni proprie e fare utili, ma solamente che fare banca oggi presenta una scelta non facile a chi deve poi dare risultati e dividendi. Che presentarsi alla platea di piccoli imprenditori senza dire come stanno le cose veramente, senza spiegare cosa conviene fare e cosa non conviene è una scelta pericolosa.

 

Articolo ripreso dal sito linkerblog.biz a cura di Fabio Bolognini

 

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