Le banche non fanno credito alle piccole medie imprese senza fideiussioni personali

Non facciamo altro che vedere episodi nei quali la concessione del credito ha come base di decisione o condizione essenziale la firma di impegni da parte dei soci, nella forma di fideiussioni personali. Deduco che questo sia l’effetto di rimbalzo del credito difficile, delle sofferenze, dei tanti concordati che spuntano giornalmente. Il risultato è stato quello di abbattere quel poco di patrimonio di fiducia e di voglia di mettere al primo posto dell’analisi per concedere credito la fiducia nei piani futuri degli imprenditori.

Sotto il profilo del rapporto tra sistemi economici anche questa è una grave sconfitta: il sistema banche, ferito e scottato da migliaia di crisi aziendali, ha deciso di non dare troppa importanza ai piani futuri (fatti bene o male non cambia molto) e si rifugia oggi in calcio d’angolo agguantando garanzie spendibili domani in caso d’emergenza, di recupero legale del credito. Sconfitta di sistema perché l’impianto di vigilanza noto come Basilea2 si poneva come obiettivo l’esatto opposto, al punto che anche oggi un credito garantito da una fideiussione personale dei soci non ottiene alcun beneficio e risparmio di capitale, a differenza di quanto avviene se la garanzia fosse reale (ipoteca o pegno su valori mobiliari).

Anni fa si diceva, anche in banca, ‘le fideiussioni personali spariranno, non servono a molto se non in casi molto specifici’. Non è andata così, la richiesta di fideiussioni dei soci è esplosa, nonostante il mancato risparmio di capitale le banche di ogni ordine e grado (dalle BCC alle due più grandi) mettono subito in chiaro che senza una fideiussione personale non si fa credito né a breve né a medio. Parliamo ovviamente di PMI, di imprese piccole e con poco capitale, non di medie imprese di successo.

Se il business plan conta meno delle visure catastali in cui sono descritte le proprietà dei soci su cui si basa la valutazione della ‘capienza’ della fideiussione, non è certo il caso di smettere di fare buoni business plan. Quelli servono all’imprenditore per andare avanti con la bussola funzionante, prima ancora che alle banche per concedere credito. Possiamo invece domandarci perché le banche abbiano scelto la strada opposta a quella che predicano ai vertici e nei convegni, quando dicono di essere pronte a valutare i piani strategici e industriali degli imprenditori.

La mia opinione è, come altre volte, in equilibrio nel attribuire colpe al sistema bancario e agli imprenditori. Diciamo che il sistema bancario oggi ha poco tempo, poca voglia e tanti problemi (di costo del personale) per la testa per mettersi a formare del personale con la capacità di valutare i piani prospettici delle imprese, tanto più quando sono di piccole o micro-imprese e finiscono sui tavoli delle filiali in cui il personale ha una preparazione più generica e volta a conoscere e vendere prodotti bancari. Poche pochissime le iniziative volte a formare e dislocare sul territorio unità specializzate nell’analisi dei piani.

E’ molto più rapido ed efficace farsi consegnare visure catastali e farsi firmare un modulo standard di fideiussione omnibus. E poi così la pratica passa ai crediti e non ritorna con i segnacci della matita rossa di chi ha una certa quale soddisfazione se può smantellare le ipotesi contenute nei piani degli industriali. Molto, ma molto più semplice e meno rischioso chiedere fideiussioni oggi.

Dall’altra parte non si può negare che il repertorio di piani industriali, di business plan mai realizzati come previsti, per non dire ‘ciccati’ completamente, è vastissimo. In banca, scusate se è poco, si sono fatti l’idea che gli imprenditori non ci azzeccano, che vedono sempre un futuro di fatturati e margini in crescita e poi ritornano in banca per chiedere moratorie o crediti non più concedibili perché le cose non sono andate come previsto. Onestamente non hanno tutti i torti.

Nelle mie personali peregrinazioni tra le PMI i piani futuri che mi mostrano sono incompleti, a volte basati su ipotesi irrealistiche, e talvolta non ci sono proprio e allora viene il dubbio che siano presentati alla banca solo perché servono, ma non siano vissuti davvero come il cervello pulsante dell’impresa. Di piani che contenessero scenari di possibile rischio, per valutare l’impatto di avvenimenti negativi, mai vista l’ombra.

La superficialità dei molti danneggia anche i pochi piccoli imprenditori che i piani li hanno, chiari nella testa e sulla carta, perché quando li portano in banca poi si sentono chiedere comunque una garanzia di un Confidi e una fideiussione dei soci. E a quel punto allargano le braccia e non possono fare molto altro che cedere.

E’ andata davvero così, e rimettere le cose sul binario giusto sarà tanto ma tanto difficile sino a quando la crisi attraversa il percorso delle banche e delle imprese, sino a quando le sofferenze e i concordati saliranno, come purtroppo la stessa Associazione delle banche prevede nel suo rapporto per il 2013. Gli errori si pagano e se sono fatti da entrambe le parti, sono ancora più tragici.

Eppure proprio la crisi economica e le difficoltà di concessione del credito sono un ottimo motivo per affinare le capacità e distinguere il merito nel mucchio delle imprese, aiutando quelle che si presentano con piani solidi e passando meno tempo a valutare la villetta di proprietà del socio messa a futura garanzia, perché il concetto ‘impresa povera, imprenditore ricco’ non è mai tramontato davvero in Italia.

 

Articolo ripreso dal sito linkerblog.biz

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