Le banche dei paesi nordici licenziano i dipendenti per ridurre i costi

Gli istituti di credito dei Paesi nordici, com’è noto, in questo momento sono fra i più solidi. Ma non possono ritenersi del tutto immuni alla crisi che sta attraversando la finanza del Vecchio Continente.

È questo l’avvertimento degli investitori, in attesa dei dati della trimestrale che verranno diffusi nei prossimi giorni. Non si vuole infatti sottovalutare il continuo aumento dei costi dei Cds, che costituiscono un segnale dei timori dei mercati legato all’eventualità che la crisi debitoria europea possa intaccare anche gli istituti svedesi e norvegesi.

Il prezzo medio per assicurarsi contro il default dei cinque principali colossi bancari nordici è salito a 150 punti base: a giugno si attestava a 65. E il mese scorso ha raggiunto un picco di 175,5 punti base, che non veniva toccato dal marzo del 2009. E il ministro delle Finanze svedese Anders Borg – pur negando che il sistema sia a rischio – ha detto alle banche di tenersi pronte, anche se non nell’immediato, a rafforzare i propri livelli di capitale. Gli investitori, da parte loro, non perdono tempo per farsi sentire.

Affermando che, vista la congiuntura economica, se vogliono continuare a generare profitti le banche devono decidersi a tagliare i costi. E, per risultare credibili, devono presentare piani dettagliati in tal senso, senza limitarsi agli annunci che finora sono stati giudicati come troppo generici. Al momento sembra che il metodo che verrà adottato sarà ancora una volta quello dei licenziamenti.

Che andrebbero ad alimentare ulteriormente l’emorragia occupazionale che, dall’inizio del 2011, ha già visto scomparire circa 80 mila posti di lavoro fra le banche europee. Nordea Bank ha già annunciato il taglio di 2 mila unità; Danske Bank di 1.500 nei prossimi sette anni.

Testo ripreso da valori.it