Le aziende preferiscono non fare rispettare i termini di pagamento fissati dall’Unione Europea

In Italia sono finora pochissime le imprese che sono riuscite ad applicare le disposizioni della direttiva 2011/7/UE contro i ritardi dei pagamenti.

Questa direttiva, ricordiamo, è stata recepita dall’Italia – in anticipo rispetto ad altri Paesi dell’Ue – con il decreto legislativo n. 192/2012. Un recepimento che però non soddisfa completamente la Commissione europea, che anzi ha minacciato di avviare una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese se entro il 16 marzo non correggerà il decreto. La direttiva 2011/7/UE fissa i tempi dei pagamenti in 30 giorni tassativi, prorogabili a 60 giorni solo per asl, ospedali e imprese pubbliche; il decreto italiano di recepimento invece prevede la possibilità per tutte le PA di raddoppiare in certi casi il termine dei 30 giorni.

I tempi di pagamento nel settore manifatturiero

Che la direttiva sia largamente disattesa in Italia lo conferma un articolo pubblicato oggi sul Sole 24 Ore. “Dai primi riscontri effettuati tra le imprese del manifatturiero, sono pochissimi i casi in cui il fornitore ha emesso fattura secondo i nuovi parametri”, scrive Roberto Iotti. Due i motivi principali: anzitutto, “in molti casi il fornitore non vuole o non può creare un contenzioso con la controparte, quindi accetta tempi più lunghi rispetto a quanto indicato dalla direttiva”; il secondo motivo è “la possibilità che la legge lascia alle parti di concordare, per iscritto, termini superiori ai sessanta giorni, purché non siano gravemente iniqui per il creditore”.

“Questo aspetto del decreto – spiega il presidente di Assofond Enrico Frigerio, interpellato dal quotidiano di Confindustria – è proprio la chiave che ha messo in difficoltà pratica l’applicazione dei tempi di pagamento certi. Nessun fornitore vuole imporre i trenta giorni al committente con la conseguenza di interrompere il rapporto commerciale, quindi di perdere il cliente. Nella prassi si utilizza ancora la leva dello sconto o della compensazione con i giorni di valuta. Soprattutto per chi lavora molto con i mercati esteri, è consuetudine finanziare la cassa con i pagamenti esteri – questi sì a 30 giorni – per bilanciare un pagamento in Italia a 90 o 120 giorni”.

Bonomi (Anima): lo Stato dovrebbe fare da apripista

“La direttiva in Italia è sicuramente disattesa e non poteva essere altrimenti vista la difficoltà finanziaria del nostro sistema produttivo”, ha dichiarato al Sole 24 Ore il presidente di Anima (meccanica varia) Sandro Bonomi, che ieri ha partecipato a Bruxelles a un incontro informale organizzato da Orgalime (Federazione europea che rappresenta 34 associazioni di categoria che fanno capo alle aziende della meccanica, elettromeccanica, elettronica e articoli in metallo di 22 paesi europei), di cui è presidente proprio Bonomi. “I nostri partner europei – ha detto Bonomi – hanno letteralmente sgranato gli occhi, ieri, quando abbiamo parlato dei tempi di pagamento in Italia. In particolare per i rapporti con la Pubblica amministrazione. In questo caso dovrebbe essere lo Stato a fare da apripista e cominciare a pagare a trenta giorni e ad affrontare il tema del credito pregresso. Se lo Stato non decide e non finanzia l’abbattimento dei propri tempi di pagamento, il volano non si metterà in movimento. Per quanto riguarda l’industria privata, sappiamo dai nostri associati che le aziende, fino a oggi, hanno scelto di non fare forzature con i clienti, preferendo la strada della gradualità per non compromettere relazioni e ordinativi in un momento di grande concorrenza”.

 

Articolo ripreso dal sito casaeclima.com

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