Le aziende italiane sono una facile preda

Ci sono aziende italiane che comprano all’estero, e la mossa francese di Fincantieri ne è stata una dimostrazione. Ma fatta salva qualche eccezione annua, che vale soprattutto per tenere alte le statistiche, la truppa tricolore fuori dai confini è sparuta, sproporzionata rispetto all’estero che compra il Made in Italy.

Specchio, d’altra parte, delle dimensioni del tessuto industriale di casa.

Alcuni dati, quelli della banca dati Zephyr di Bureau Van Dijk emersi nelle scorse settimane, fotografano chiaramente quanto è profonda la sproporzione tra shopping estero in Italia e campagne tricolori fuori: il 2016 si è chiuso con acquisizioni straniere per un valore di 65,5 miliardi di euro, mentre le aziende italiane hanno comprato parti o intere società estere per 9,4 miliardi di euro.

E pure la forbice si è un po’ stretta, se si considera che l’anno prima la partita era finita 74 miliardi a 3,6. Se gli italiani l’anno scorso hanno messo insieme circa 150 raid fuori dai confini, il flusso inverso è verso quota 1.200 operazioni. La Francia da sola spende in Italia quanto tutta l’Italia fuori: oltre 9 miliardi per comprare fette del Made in Italy, e le puntate del finanziere Vincent Bolloré su Telecom o Mediaset son solo la punta di un Iceberg.

Come invertire il trend per le aziende italiane?
In foto le aziende estere che fanno shopping a piacimento in Italia :-)

Tra gli ultimi dati disponibili sullo shopping da e per l’Italia, ci sono quelli della società di consulenza Kpmg. Limitando i dati ai primi nove mesi dell’anno scorso, gli esperti hanno notato come i più attivi dall’estero siano stati i fondi di private equity, con operazioni che hanno portato ad acquisire aziende italiane come Sisal, Cigierre, Hydro Dolomiti.

Nel mondo industriale, la parte del leone è stata fatta da Heidelberg Cement che si è assicurata la Italcementi dei Pesenti con una Opa che ha portato il valore dell’operazione non lontano da 4 miliardi.

Ma si sono visti anche “segnali interessanti di ripresa anche sul versante delle operazioni Italia su estero, con l’M&A che torna ad essere utilizzato dalle aziende italiane come strumento di internazionalizzazione. Nei primi 9 mesi dell’anno si sono registrate 110 acquisizioni oltreconfine per un controvalore di 11,8 miliardi di euro”.

Tra gli ultimi colpi messi a segno dalle aziende tricolori, Kpmg registrava l’acquisizione delle assicurazioni di PartnerRe da parte di Exor, la holding di casa Agnelli, capace di salire sul trono delle operazioni più importanti con i suoi 6,9 miliardi di euro di controvalore.

Ma – sebbene di valore ben inferiore (483 milioni) – per il nome in campo hanno un valore particolare anche l’acquisizione di Grand Marnier da parte di Campari e l’operazione messa a segno da Chiesi Farmaceutici, che ha rilevato la divisione cardio della statunitense The Medicines Company per un controvalore di 792 milioni di euro.

Solo a leggere queste cifre ci si rende conto come il bacino degli investimenti italiani all’estero sia quasi interamente esaurito da una manciata di operazioni: è evidente allora che le altre acquisizioni sono fatte da quel tessuto medio-piccolo di società che usa la forma dell’m&a per la crescita e l’internazionalizzazione.

Riavvolgendo il nastro delle ultime puntate delle aziende italiane fuori dai confini, nella scorsa primaverea per 700 milioni circa Lavazza si era assicurata il caffè francese Carte Noire. Si può poi ricordare che Ferrero ha rilevato il cioccolato britannico della Thorntons per 157 milioni, mentre a cavallo tra 2014 e 2015 la multinazionale emiliana delle confezioni per i prodotti alimentari – Ima – comprava ben cinque concorrenti in Germania da un fondo di private equity.

Umberto Bertelè, professore emerito al Politecnico di Milano e autore di “Strategia” (Egea Pixel), ricorda che esistono “situazioni di imprese italiane storicamente interessanti: basta pensare al gruppo Techint della famiglia Rocca, o alle importanti acquisizioni nel settore dei Giochi effettuate da Lottomatica (che si è assicurata l’americana Igt, ndr).

Ancora, nel più recente passato, alla capacità di Yoox di crescere con Net-a-porter mantenendo la testa in Italia”. Ma sono casi sempre più rari: “Il numero dei grandi gruppi italiani è tristemente decrescente: non abbiamo più la scala per muoverci a livello internazionale”. Insomma, poche spalle grosse per andare a dare spallate all’estero.

Secondo il professore, una chiave di lettura per questa situazione è “l’incapacità imprenditoriale – mostrata negli anni, a cominciare dalla nota vicenda di Parmalat – di mettere a fattor comune i capitali di cui il Paese è dotato, anche in quantità ingente”.

La famosa assenza di un sistema: colpa della politica o degli imprenditori? “Credo sia mancata soprattutto la volontà dei secondi. Anche se, va ricordato, il rapporto che esiste tra livello di governo e grandi aziende in Germania o Francia non è paragonabile al nostro. Noi stiamo lanciando ora Industria 4.0, i tedeschi lo hanno fatto anni fa trovandosi intorno a un tavolo e convenendo che sarebbe stato meglio per tutti se politica e privati avessero investito nell’evoluzione tecnologica per bloccare l’avanzata travolgente degli americani”.

L’esito per il Belpaese rischia di essere devastante: “La desertificazione imprenditoriale toglie risorse ed energie umane al sistema: senza una presenza forte di grandi aziende capaci di innovare e investire, è più difficile che nascano nuovi talenti”.

Fonte: La Repubblica

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