La storia della nota di banco e del potere bancario nel mondo

All’inizio fu la “nota di banco”. Eravamo nell’alto Medio Evo.

Tu depositavi le tue monete  d’oro, ma anche collane ciondoli e anelli confezionati col prezioso metallo, e l’orefice – sì, proprio l’orefice – ti consegnava una ricevuta del valore preso in custodia: la “nota di banco”, appunto. Non fu una cattiva idea: gli scambi con la moneta aurea rendevano difficile le transazioni sul mercato, considerato che praticamente ogni città ne possedeva una diversa. La “nota di banco”, invece, snellì le procedure facilitando il commercio e lo sviluppo delle imprese.

E la cosa funzionò. Funzionò fino a che l’orefice – sì, sempre l’orefice – non si accorse che il proprietario dell’oro che gli era stato consegnato non ci pensava proprio a richiederlo, felice com’era delle nuove soluzioni che la “nota di banco” gli offriva. A quel punto – sempre all’orefice – venne in mente un’idea geniale, a suo modo: visto che nessuno gli chiedeva la restituzione dell’oro preso in custodia, sulla garanzia della copertura aurea poteva prestare “note di banco” a terzi in cambio della restituzione con gli interessi. Fu il germoglio della banca moderna, come noi la conosciamo oggi: ti presto quello che non è mio, e tu mi paghi in una misura equa il servizio che ti rendo.

Bisogna dirlo: nemmeno questa, all’inizio, fu una cattiva idea. Tant’è che, anche grazie a questa soluzione, si lasciarono definitivamente alle spalle secoli bui di miseria, carestia e fame e si fece ingresso in epoche decisamente più floride: il Rinascimento, per esempio. Sarà mica un caso che la vera prima e propria banca nacque nel 1407, a Genova (nota città di risparmiatori, detto en passant) con il nome di Casa delle Compere e del Banco di San Giorgio e che, per un paio di secoli, fece la fortuna di quella Repubblica Marinara.

Insomma, il giochetto inventato dai vecchi orefici che emettevano “note di banco” assunse, da lì in avanti, un aspetto decisamente più istituzionale. E redditizio. Ma fin lì, tutto sommato, fra profitto privato e convenienza pubblica, la bilancia segnava decisamente un più in favore dello sviluppo e del progresso collettivo. Ci si poteva stare.

Il problema vero, semmai, fu che sin da subito, ovvero: sin dalla fondazione del Banco di San Giorgio, il potere economico cominciò a contendere il primato di esercizio amministrativo a quello politico. Sicché lo stato, ad un certo momento, si ruppe i coglioni.

Siamo nel 1696, in Inghilterra, e Sua Maestà Guglielmo III, con un’alzata d’ingegno, decise che era ora di riunire le tre funzioni fondamentali delle banche – prestare danaro, ricevere danaro in deposito e creare moneta – ad un istituto di stato e creò la Banca d’Inghilterra. Che presto si fece agente mondiale degli interessi della Corona inglese, insegnando al resto del mondo come si esercita il diritto di battere moneta, contro la concorrenza, facendo pagare ad altri il tasso d’interesse.

La Banca d’Inghilterra, infatti, fin dalle sue origini, fu un’associazione a delinquere, capace di praticare l’usura al 60 per cento nelle colonie americane. Nel 1750, fu soppressa la cartamoneta emessa nella colonia della Pennsylvania. Cioè, non contenta del suo 60 per cento d’interessi, sopprimeva illegalmente una concorrenza che, con un sano sistema monetario autonomo, aveva portato la prosperità in quell’angolo del suo impero.

Dopo  26 anni, nel 1776, le colonie americane si ribellarono contro le infamie, le ingiustizie e le sanzioni del Governo inglese, ormai servo dei banchieri. Fu la prima rivoluzione americana, quella dei padri fondatori: Sam Adams, John Adams e George Washington. La Costituzione americana stabilì che il potere di battere moneta spettava per intero al Congresso, non alle banche. Ma la loro rivoluzione fu tradita dai nemici interni. Fu necessaria una seconda rivoluzione: quella di Jefferson e Madison contro la prima Banca degli Stati Uniti. Poi, di una terza: quella di Jackson, contro il risorgere della stessa banca. E, infine, la quarta: condotta da Lincoln.

Dopo Lincoln, che fu messo in condizioni di non nuocere nel modo che sapete, negli Usa non c’è stata più seria resistenza al potere delle banche di speculare su quel qualcosa – la moneta – che non gli appartiene, così come l’oro non apparteneva ai vecchi orefici. Anzi, a ben guardare, le cose sono vieppiù precipitate se è vero – come è vero – che lo scoppio della famosa crisi del 2008, nella quale ancora ci dibattiamo, è dovuta alla gentile elargizione legislativa che l’amministrazione di Bill Clinton fece loro di concedere mutui (i tristemente famosi “subprime”) anche a chi non garantiva la solvibilità del prestito.

Col risultato di rifilare le perdite attraverso titoli “derivati” che non valevano la carta su cui erano scritti, destabilizzando così il mondo intero. Fotografia esatta dell’inversione del rapporto corretto: non più le banche al servizio della politica ma il suo contrario.

Nel frattempo, però, in Europa si decise di fare, su questa via, ancora meglio. Intanto, in ossequio al mostro di Maastricht, si pensò di creare una Banca Centrale Europea (la famigerata Bce) che avrebbe battuto moneta senza alcun controllo degli stati dell’Unione e, quel che è peggio, senza il controllo politico di un governo federale che, a tutt’oggi, non è nemmeno ipotizzabile.

Una Banca cioè che, come abbiamo visto in questi ulti anni, detta legge e impone la sua dittatura sulla moneta e sul debito pubblico senza dover rispondere a nessuno del suo operato, arrivando a  imporre, infine, i propri commissari ai vertici degli stati nazionali. Vedi, in particolare, i casi della Grecia con Loukas Papademos – già vicepresidente della Bce –  e quello dell’Italia che si è vista appioppare Mario Monti già associato a Mario Draghi – presidente in auge della stessa Bce – alla nota centrale di speculatori finanziari, responsabili del dissesto del 2008, che risponde al nome di Goldman Sachs.

Una settimana fa, proprio Mario Monti, con la faccia tosta che gli si addice, riguardo al caso del Monte dei Paschi di Siena ha sentenziato che è ora di finirla con la commistione tra politica e banche. L’insigne professore è di memoria breve, anzi: brevissima. Infatti, ha dimenticato in un batter d’occhio che dei 23 miliardi di euro rubati agli italiani con l’Imu, di cui 3 sulla prima casa, ben 4 sono andati a tappare proprio la falla che l’istituto senese si era scavata in petto con le solite operazioni finanziarie spericolate. Però, in un certo qual senso, aveva ragione. Di sbagliato c’era solo l’uso del tempo futuro: la commistione fra banche e politica è già finita. Quella in impero è la commistione fra Bce e banche territoriali.

 

Fonte: Miro Renzaglia,  ariannaeditrice.it

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