La storia d’Italia e la pianificazione finanziaria

Ernesto Galli della Loggia, nel suo saggio “Tre giorni nella storia d’Italia” (Mulino 2010), ha indicato i tre punti di svolta storico-politici del secolo scorso: la marcia su Roma (1922), la sconfitta del fronte social-comunista (1948), l’ascesa di Berlusconi (1994).
Ricordo bene l’ultimo di questi tre punti di svolta. Eppure, anch’io, solo a posteriori l’ho riconosciuto come tale. Suppongo che sia vero per tutto e tre questi momenti critici quello che sostiene Galli della Loggia: pochi pensavano, dopo la vittoria del 11994, che sarebbe cominciato un quindicennio di forte influenza berlusconiana, così come non era stata riconosciuta pienamente nel 1922 e nel 1948 la profondità e la durata dei cambiamenti seguiti ai due precedenti punti di svolta. Per esempio, solo molto dopo il 1994 è divenuto evidente ai più che: “all’inizio del 1990 giunge a termine il processo di modernizzazione del paese, iniziato dopo la guerra … allora cominciarono a perdere rapidamente influenza la famiglia, la chiesa e la scuola, i tre principali canali di formazione …”. Possiamo paragonare questo processo di riconoscimento a posteriori dei punti di svolta ai cambiamenti di paradigma nella storia della scienza.
Thoma suhn, nel suo classico “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (Einaudi 1969), ha mostrato che nella storia della scienza coloro che hanno anticipato un punto di vista vengono “riconosciuti” solo dopo che questo punto di vista è stato accettato da tutti ed è divenuto, nel gergo d Kuhn, scienza normale. L’unica anticipazione completa è anche la più famosa: quella di Copernico da parte di Aristarco, nel III secolo a.C.
Si è spesso ripetuto che … l’astronomia eliocentrica avrebbe potuto cominciare diciotto secoli prima … ma quando Aristarco propose la sua ipotesi, il sistema di Tolomeo non presentava “eccezioni” eliminabili da un sistema eliocentrico … non essendoci eccezioni al sistema geocentrico, un sistema non era superiore all’altro …
Non erano cioè noti agli astronomi dati discordanti con l‘ipotesi di Tolomeo, e cioè eccezioni che, una volta riconosciute e dichiarate come anomalie, cioè come osservazioni falsificanti la teoria, avrebbero messo in crisi la prospettiva tolemaica. L’analogia tra il modo di procedere della storia della scienza e quello della storia della finanza non è così sorprendente. Entrambe dipendono da decisioni, più o meno condivise, della collettività degli operatori. Un’eccezione rispetto a una media storica (per esempio un alto valore p/e in un dato periodo) è riconosciuta come un’anomalia solo dopo che una bolla scoppia (come per esempio quella del 2000) o meglio, viene fatta scoppiare dalla comunità di chi decide e opera.
Khun mostra in modo convincente che anche nella scienza scoprire eccezioni non è sufficiente. Non era sufficiente accorgersi nel 2008 che i rapporti p/e erano eccezionali rispetto alle medie storiche. Infatti, pur essendo eccezionali, hanno continuato a gonfiarsi: solo quando il valore è stato superiore di quattro volte rispetto alla media storica, la bolla è stata fatta scoppiare. E solo a quel punto è stata riconosciuta dai più non come un’eccezione ma come un’anomalia (cfr. op. cit., capitolo sesto: L’anomalia e l’emergere delle scoperte scientifiche). Lo stesso è avvenuto con la mega-bolla giapponese degli anni novanta che si è gonfiata a lungo e non è stata ancora riassorbita a più di trent’anni di distanza.
Analogamente, nel secolo scorso, pochissimi avevano colto l’importanza del modello teorico di un cervello artificiale quando Alan Turing pubblicò nel 1936 l’articolo in cui espone il modello alla base di tutti i computer. Egli divenne molto più famoso quando riuscì a decifrare, nel corso della seconda guerra mondiale, il cosiddetto codice Enigma, il cifrario usato dai tedeschi per comunicare con i sottomarini. A un centenario esatto dalla sua nascita (1912), abbiamo ristabilito la giusta gerarchia degli eventi e riconosciuto quello che è stato il vero punto di svolta innescato dal suo lavoro.
I media, giorno dopo giorno, vivono inflazionando i punti di svolta: dichiarano tale la prossima elezione, nel febbraio 2013, il calo dello spread, e così via. E tuttavia, solo a posteriori, noi tutti riusciamo a individuare e isolare i pochi punti critici veri. Mentre ci siamo in mezzo, e li stiamo attraversando, li confondiamo con gli altri. In seguito sembrano ovvi, e resteranno così, fissati per sempre in un passato che ora è congelato. Lo stesso avviene, purtroppo, per i mercati finanziari: se le previsioni ottimistiche sulle borse di alcuni esperti si avvereranno, questi esperti saranno esaltati. A quel punto i risparmiatori riterranno ovvie tali  previsioni, perché il passato si è congelato rispetto alla fase precedente. Allora, quello che oggi è diventato un “passato” non era altro che un futuro incerto e fluido. Fluidità che si dissolve con il trascorrere del tempo, mentre il futuro si fissa diventando presente e, poi, passato.
Il mondo della finanza è ricco di rimpianti, sentimento ingiustificabile, anzi incomprensibile, dal punto di vista di chi adotta la razionalità economica. Si perdono risorse mentali e tempo a riflettere su un passato per tutti ormai immodificabile. Se conoscete la mitologia greca, avrete notato che anche gli dei dell’Olimpo modificano il futuro, a loro piacimento, ma non possono modificare il passato. Più banalmente, tutti i film che riportano sulla terra angeli e diavoli, attribuiscono loro il potere di cambiare il futuro, ma non il passato. Ricordo a questi proposito quello che credo sia l’ultimo della serie: il diavolo, attore Brad Pitt, in “Vi presento Joe Black”, 1998.
Eppure riflettere sul passato, farne un bilancio, è molto comprensibile, anche quando questo bilancio non può certamente essere una guida per il futuro. Fare un bilancio in punto di morte è un caso limite. Ne “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, il principe di Salina, morente …
“… faceva il bilancio consuntivo della sua vita, voleva raggranellare fuori dall’immenso mucchio di cenere delle passività le pagliuzze d’oro dei momenti felici. Eccoli, due settimane prima del matrimonio, sei settimane dopo … molte ore in osservatorio, assorte nell’astrazione dei calcoli e nell’inseguimento dell’irraggiungibile…”
Il rimpianto, in questo caso, permette, per un’ultima volta, di godere nuovamente dei pochi momenti felici. La proiezione sul passato, immodificabile, e i conseguenti rimpianti è riconducibile alla capacità, quando ritorniamo sul nostro passato, di esaminare i cambiamenti avvenuti nel frattempo (per lo più spiacevoli, direbbe il Gattopardo). Noi ci guardiamo alle spalle, e riconosciamo tutti i cambiamenti che abbiamo fatto, quelli che ci hanno condotto a essere quello che oggi siamo. E tuttavia, quando rivolgiamo gli occhi al futuro, tendiamo a pensare che resteremo gli stessi, quello che potrà cambiare sarà solo il mondo intorno a noi.
Quoidbach, Gilbert e Wilson chiamano questo fenomeno “l’illusione della fine della storia” (The end of history illusion, Science, 4 gennaio 2013, vol. 339, pp. 96-98). Questi studiosi dell’università di Harvard hanno interrogato circa 19mila persone, dai 18 ai 68 anni di età. E’ emersa una tendenza generale a sottostimare quanto una persona cambierà in futuro. Si ammettono i cambiamenti del passato, anche profondi, ma si pensa, ogni volta, di essersi definitivamente stabilizzati. Le persone di mezza età – dice Gilbert (New York Times, 3.1.2013) – si voltano indietro a guardare com’erano da giovani, con un misto di divertimento e rimpianti. Quello di cui spesso non sono consapevoli è che i loro sé futuri, tra dieci o vent’anni, penseranno lo stesso dei loro sé di oggi. E’ come se, ogni volta che si raggiunge una certa età, una data persona, con le sue abitudini, preferenze ed emozioni, si congelasse e proiettasse il suo stato d’animo e i suoi gusti, concepiti come immutabili, nel futuro.
Gilbert e coll. Hanno interrogato le persone in merito ai loro tratti di personalità, alle preferenze (di ogni tipo: vacanze, cibi, hobbies, libri, musiche, film, e così via) e hanno chiesto di fare predizioni sul futuro e valutazioni dei cambiamenti del passato. Un dato banale è che le persone più giovani dichiarano di aver fatto più cambiamenti nella  decade precedente che  non le persone più anziane. Ciò che accumuna tutti è la presunzione di stabilità del loro sé nel futuro. Poi, quando questo questo futuro diventa passato, ci si accorge, dieci anni dopo, che si è cambiati molto di più di quanto non si pensasse dieci anni prima. L’effetto non dipende da errori di memoria. Piuttosto è riconducibile al fatto che sentirsi “stabilizzati” ci fa sentire bene, maturi. Inoltre predire il futuro è molto più impegnativo, emotivamente e cognitivamente, che non valutare il passato. Ragion per cui è più facile e comprensibile la storia, in un film, in cui interviene un essere sovrannaturale che cambia il passato o congela il presente, come nelle trasformazioni mitologiche (per esempio Dafne trasformata in un albero d’alloro, e casi analoghi). Le persone confondono la difficoltà a immaginare il futuro con l’improbabilità di cambiamenti nel futuro: di qui l’illusione. Ci disturberebbe ammettere che cambieremo senza sapere come di fatto cambieremo.
Nel romanzo-saggio “L’uomo senza qualità” (Einaudi, 1962) di Bobert Musil, c’è un punto in cui il protagonista, Ulrich, “non chiede altro che essere un uomo senza qualità” (p. 124). E lo chiede proprio in contrasto a quello che è l’auto-inganno dei più. Costoro credono, divenuti adulti, d’aver raggiunto nella vita uno stato stabile, avendo incanalato e controllato, grazie alle loro qualità, un numero molto più vasto di possibilità:
“Si potrebbe sostenere persino che sono stati ingannati; infatti è impossibile scoprire una ragione sufficiente per cui tutto sia andato proprio così come è andato; avrebbe potuto andare diversamente; essi hanno influito pochissimo sugli avvenimenti … Ancora più strano, però, che quasi nessuno se ne accorga; adottano la persona venuta loro … giudicano le sue vicende ed esperienze ormai come le espressioni delle loro qualità, e il suo destino diventa merito o disgrazia loro.”
In questo passo c’è l’intuizione della scoperta di Gilbert e dei suoi collaboratori. Musil allude al meccanismo d’inganno, da parte della vita, e di auto-inganno, poi, da parte nostra, per convincerci che la nostra vita è stata espressione delle nostre qualità. Questo meccanismo d’inganni e auto-inganni è anche l’essenza delle scoperte della finanza comportamentale: la mente ci inganna, e noi ci auto-inganniamo pur di convincerci che tali inganni “sono stati espressioni delle nostre qualità, delle nostre scelte consapevoli”. La non consapevolezza è l’aspetto cruciale e ineludibile. Solo che gli uomini non lo sanno, intuiva Ulrich; non sanno nemmeno lontanamente come si fa a pensare; se si potesse insegnar loro da capo a pensare, vivrebbero anche in modo diverso (p.36).
L’effetto “illusione fine della storia (individuale)” richiederebbe appunto una consapevolezza che non c’è, per questo è un’illusione. Un’illusione pericolosa se agisce negli scenari di cui qui ci occupiamo. Tale illusione, infatti, comporta degli effetti collaterali negativi di vario tipo. Alcuni banali: ci facciamo tatuaggi e filmati di cui poi ci pentiamo da “grandi”, quando cambiamo preferenze o il mondo ci costringe a cambiarle. Altri meno banali e più negativi, purtroppo, si riscontrano nel campo della progettazione economica e finanziaria della nostra vita. I giovani e le persone di mezza età tendono a sottovalutare di quanti risparmi e cure avranno bisogno da vecchi: da giovani non ne hanno bisogno, e credono che resteranno sempre così, che non ne avranno bisogno mai.
Questo è il motivo per cui questa ricerca è così importante per la finanza comportamentale. Le persone non pianificano il loro futuro economico, nella sua incertezza. E questo è anche il motivo per cui sarebbe bene affidarsi a esperti, a un consulente che, vedendoci dal di fuori, in modo oggettivo, ci spingerà ad essere meno cicale e più formiche. Riusciremo così, grazie al suo aiuto, a impostare una pianificazione finanziaria anche in vista di periodi della vita in cui crediamo che non ne avremo mai bisogno. L’illusione della fine della storia ha il pernicioso effetto di ridurre ai nostri occhi l’incertezza futura.
Articolo ripreso dal blog Good Finance su Blogspot.

Per saperne di piu', potete inviarci una email a contatto@consulenza-finanziaria.it oppure mandarci un messaggio tramite Facebook 

FB Messenger