La sostenibilita’ ecologica e il futuro dell’economia

Patagonia, uno delle aziende più care e prestigiose di abbigliamento per l’outdoor, sollecita i suoi clienti, grazie alla sua pagina web, a “firmare” quello che loro denominano il Common Threads Initiative, un impegno che traduco letteralmente:

 “ Mi piacerebbe divenire socio di Common Threads Initiative per ridurre i consumo e dare ai sistemi vitali del pianeta una tregua dall’inquinamento,lo sfruttamento delle risorse, la contaminazione e il gas serra.Patagonia si impegna a costruire cose utili che durino, di sistemare quello che si rompe e riciclare quello che arriva alla fine della sua vita utile. Per quanto mi riguarda, sono d’accordo nel comprare solo quello  di cui ho bisogno, riparare quello che si rompe, riutilizzare ( regalando) quello che non è più necessario e riciclare tutto il resto.”

Analizziamo con cura tutto questo perché senza dubbio si tratta di una nuova tappa nella storia del consumo e del marketing. Un’azienda di notevole successo sta sollecitando i suoi clienti a non comprare quello di cui non hanno bisogno, di prendersi cura dei loro vestiti e che anche aggiustino i loro vestiti per farli durare di più e per cercare di rompere la spirale del consumismo.

Si tratta di una pietra miliare, e perché? Se vedete il famoso video “La storia delle cose”, un documentario di poco più di venti minuti, scritto e narrato da Annie Leonard, vi renderete conto che, secondo l’autrice, esistono due classi di obsolescenza:

La prima: si tratta della obsolescenza programmata, una cosa è stata creata per durare poco, quindi ne necessitiamo un’altra subito.

La seconda: sistematicamente si lanciano nuovi prodotti con versioni dai diversi design in modo che percepiamo che la versione che possediamo è obsoleta, anche se è al 100% funzionale ( è il caso dei cellulari, i vestiti, le televisioni, le auto, etc.)

In altre parole, secondo il documentario, noi viviamo in una società consumistica e i brand si sforzano nel mantenere questo status, nonostante i diversi problemi sociali e quelli dell’ambiente.

Per questo è così importante l’insistenza di Patagonia affinché i proprio clienti consumino di meno. Molti diranno che si tratta solo di parole scritte su uno schermo e che l’azienda non si impegna sul serio. Ma cosa potrebbero affermare se gli dico che nel 2011, durante il Black Friday, una delle feste di shopping più importanti negli Stati Uniti, l’azienda ha chiesto ai suoi clienti di non comprare nessun loro prodotto?

Patagonia ha pubblicato questo annuncio sul New York Times con la foto di una giacca e la frase “non comprare questa giacca” e vi era un link dove si poteva leggere questo messaggio: “ Per crearla è necessario utilizzare 135 litri di acqua, una quantità sufficiente per soddisfare le necessità quotidiane ( cioè tre bicchieri al giorno) di 45 persone. Il trasporto del 60% di poliestere riciclato ai nostri depositi vicino al Reno genera quasi 20 libbre di diossido di carbonio, 24 volte il peso del prodotto finito, lasciano lungo il cammino due terzi del suo peso di rifiuti. […] Ti chiediamo di comprare di meno e di riflettere prima di spendere anche solo un centesimo per questa giacca o per qualsiasi altra cosa […] Non comprare quello di cui non hai bisogno. Reimmagina un mondo in cui possiamo prendere solo quella che la natura può sostituire.”

Anche se Patagonia è un brand che ha la sostenibilità tatuata nel suo DNA, non è una società no-profit e ha bisogno di entrate per sopravvivere … Perché stanno percorrendo questo cammino ? E la risposta è : la loro strategia “di negazione”, di incentivare quello che è proibito ( il non comprare), ha senso perché si tratta di un brand autentico, i suoi clienti si fidano, ammirano i suoi valori ed aspirano a vivere secondo i suoi principi. Con una filosofia così, l’azienda crea una connessione razionale ed anche emotiva perché ha l’autorità per riuscirci. La sua mission è: “ Costruire il miglior prodotto, non causare danni non necessari, utilizzare il business per ispirare e per implementare soluzioni per i problemi ambientale”… E se ti dico che, sorprendentemente, riescono a guadagnare 400 milioni di dollari all’anno?

Vendere la sostenibilità non è una questione di beneficienza o di diventare green: bisogna dare ai prodotti un valore reale, o renderli cool. Patagonia non è l’unica che riesce a fare questo; Cadillac ha da poco svelato il modello ELR, un’auto nuova con un motore elettrico con 207 cavalli di potenza … questa gemma non verrà pubblicizzata dall’azienda come una macchina che potrà aiutare il pianeta; questa caratteristica è già implicita in questo veicolo di lusso e aggiunge valore al un prodotto di primo livello.

Nel futuro prossimo, adeguare la strategia di marketing alla sostenibilità sarà imprescindibile; non è una moda, è il volto del nuovo marketing. Per chi sta incominciando ad adeguarsi, ecco tre consigli che puoi utilizzare per il tuo business:

1)     Prenditi, come brand o come azienda, un impegno responsabile; consulta degli esperti che ti possano aiutare con questo tema. Non lo fare pensando che sia una moda o che così venderai di più, anche se poi questo potrà succedere, non deve essere la tua ragione principale perché i consumatori sanno riconoscere bene chi è autentico o chi è finto.

2)     Comunicalo, ma non far sì che sia noioso; il livello del desing, della pubblicità e dei social network deve sempre essere eccellente. Tutto ciò è importante come l’aspetto commerciale; cerca di riuscire a combinare tutto, come ha fatto Patagonia o Cadillac.

3)    Continua a rivedere la mission della tua impresa e come si può ridefinire in base alla sostenibilità. I messaggi più potenti sono quelli che integrano la mission in tutte le comunicazioni. Fai delle aggiustamenti in base alla particolarità della tua audience e la loro percezione.

Il marketing sostenibile è un trend, non una moda e, in pochi anni, le imprese che non adatteranno la loro strategia a ciò che è green, vedranno ridurre o estinguere le loro operazioni. La sostenibilità è il domani del business, e non funziona come un’aggiunta, ma come il DNA stesso delle aziende.

 

Articolo ripreso dal sito wobi.com

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