La situazione politica italiana e i possibili danni per l’economia reale

Con la sua strategia del ”Niet” ad oltranza, Grillo sta spingendo  in direzione di una qualche forma di maggioranza Pd-Pdl (magari non un governissimo, ma  un “governo di scopo” o “del Presidente”, comunque appoggiato dai due principali partiti, perché altrimenti non ci sarebbero i numeri) o verso elezioni anticipate a brevissima scadenza. In entrambi i casi, Grillo si ripromette la spallata decisiva al sistema: se si forma una maggioranza di convergenza, lui potrà gridare che i due partiti sono sostanzialmente equivalenti e sono la finta alternativa l’uno all’altro, per presentare il conto alle elezioni europee fra un anno ed incassare una ulteriore ondata di voto di protesta. Se, invece, si dovesse andare al voto già a giugno o, al massimo a settembre, sfruttando il “vento in poppa” delle recenti elezioni e denunciando l’incapacità dei partiti a formare un governo (soprattutto il Pd) potrebbe puntare ad un nuovo salto in avanti nella speranza di arrivare primo e prendere il premio di maggioranza. Insomma, Grillo sta puntando ad un collasso del sistema politico in tempi brevi, per affermare la sua egemonia. Semplice, lineare, plausibile. Ma non fa i conti con l’oste. Anzi con “gli osti”.

In primo luogo: nel corso della manovra, potrebbero verificarsi forti perturbazioni finanziarie (e l’annuncio del declassamento da parte di Moody’s è solo il primo squillo di tromba) tali da mettere a forte rischio la tenuta del paese; lo spread potrebbe schizzare a quote stratosferiche, con conseguente costo degli interessi e il rischio default potrebbe farsi molto concreto. Peraltro è quello che lo stesso Grillo va dicendo da alcune settimane, sostenendo che “ci sono soldi solo per qualche mese, poi lo Stato non pagherà stipendi e pensioni”. E forse questo  è l’esito dal quale ci si ripromette la caduta definitiva del sistema.

Ma questa impennata insieme con nuove elezioni a breve, potrebbe avere risultati molto diversi, provocando un “riflesso d’ordine” dell’elettorato e la responsabilità di tutto potrebbe essere attribuita proprio alla rigidità del M5s. Oppure, l’urgenza di far fronte alla situazione potrebbe legittimare un nuovo “governo del Presidente” o “di emergenza”, di “tecnici” o quel che vi pare, ma giustificato e l’effetto potrebbe non essere quello sperato alle europee fra un anno. Dunque, da questo punto di vista è una strategia decisamente azzardata.

In secondo luogo: ipotizziamo che si vada a breve a nuove elezioni e con questo terrificante sistema elettorale (la cui sopravvivenza non smetteremo mai di imputare alla miopia bestiale del Pd), quali dinamiche si metterebbero in moto? In primo luogo sparirebbero le formazioni intermedie come Scelta Civica, Udc, Fli, Giannino e simili, che finirebbero sbranate fra blocco berlusconiano e Pd. Ne deriverebbe una competizione a tre: destra, sinistra, M5s. In questo quadro: la destra giocherebbe la carta dell’insperata rimonta di febbraio, presentandosi non più per resistere, ma per vincere, farebbe man bassa dei voti di Giannino e si annetterebbe una bella fetta di quelli centristi. Vice versa, non sembra che allo stato attuale i flussi in uscita possano essere ingenti: non c’è ragione di pensare che la gran parte di chi ha votato Berlusconi a febbraio possa essere tentato oggi dal Pd o dal M5s; e, dunque, i flussi in uscita potrebbero essere nell’ordine del 2-3%, ampiamente compensati da quelli in entrata. Anche la somma algebrica dei flussi in entrata ed in uscita nei confronti dell’astensione dovrebbe risultare positiva per il blocco di destra, o al massimo andare in pari. Pertanto, non sarebbe irrealistico pensare ad un 36-38% come obiettivo concreto.

La sinistra starebbe messa meno bene, per via dell’effetto “delusione” per la vittoria mancata, ma, pur sempre partirebbe da un dato di coalizione di quasi il 30% e potrebbe contare sull’annessione della maggior parte dei voti di Rivoluzione Civile e di qualche altra piccola lista di sinistra, inoltre, potrebbe prendere qualcosa anche in casa centrista, soprattutto se il candidato dovesse essere Renzi. I flussi in uscita verso la destra sarebbero pressocché nulli, ma anche quelli verso il M5s e l’astensione non dovrebbero essere molto forti, sia perché il grosso di questo flusso c’è già stato, sia perché il Pd giocherebbe la campagna tutta sull’ “irresponsabilità dei grillini che ci ha riportato alle urne”.

Può darsi che questo non attiri flussi di voto da chi si è espresso per il M5s, di sicuro contiene quelli in uscita verso di esso. Anche nell’incrocio dei flussi con l’astensione, il saldo non dovrebbe essere negativo se non blandamente positivo. Dunque, possibilità di crescita tendenzialmente un po’ inferiori a quelle della destra, ma con una sostanziale tenuta del corpo elettorale precedente. Realisticamente, il centro sinistra potrebbe pensare di collocarsi fra il 35 ed il 36%, leggermente al di sotto della coalizione avversaria.

Il M5s parte da un 25% circa, ma non ha grandi possibilità di espansione, salvo che in direzione dell’astensione: è molto difficile che gli elettoti centristi possano subire la sirena grillina, ed anche i due blocchi maggiori, è difficile che, a questo punto, subiscano emorragie rilevanti verso il M5. I grillini potrebbero rosicchiare qualcosa a Rc e Sel, forse qualche altra cosina alla Lega, ma nel complesso si tratterebbe di poca roba. L’unico flusso consistente potrebbe venire dall’astensione, qualora scattasse l’effetto “magico” dell’onda montante. E, con un salto prodigioso, potrebbero pensare a superare il 30%.Comunque, sotto quota degli altri due.

Però…c’è un però: se i sondaggi segnalassero una competizione all’ultimo voto fra Berlusconi ed il Pd, il M5s, che sarebbe terzo, potrebbe subire un’ emorragia molto consistente, soprattutto da parte di quell’elettorato di sinistra che lo ha premiato a febbraio, ma che, di fronte al rischio del ritorno del “Cavaliere Nero” potrebbe turarsi il naso e tornare a votare Pd. E se la crisi dovesse mordere molto, qualche spostamento potrebbe esserci anche verso destra. Dunque, un secondo azzardo nella manovra grillina.

C’è poi un terzo dato da considerare, anche ammesso che il M5s vinca alla Camera aggiudicandosi il 54% dei seggi, resterebbe l’eterno problema del Senato: in una competizione a tre, perché uno dei poli possa aggiudicarsi da solo la maggioranza dei seggi a Palazzo Madama, dovrebbe vincere almeno in 16-17 regioni. Il che è fuori da ogni realistica probabilità per tutti. E saremmo di nuovo al punto di partenza, al massimo con la variante per cui sarebbe il M5s a cercare l’appoggio di altri (realisticamente il Pd) al Senato: punto e daccapo.

Ma se poi dovesse vincere Berlusconi vi lascio immaginare quale processo si aprirebbe al M5s…

Ancora un punto da valutare; diciamocelo con schiettezza: il M5s sta dimostrando di non avere un personale politico adeguato al compito. Mi spiace dirlo, ma l’impreparazione dei parlamentari grillini, per quel che è stato dato di vedere, è semplicemente imbarazzante. Posso capire che, dopo aver visto la Gelmini ministro dell’istruzione, chiunque sia autorizzato a pensare che farebbe di meglio, ma, con un personale politico di questo livello si va in rovina e noi già ci siamo. Si può anche pensare che l’esperienza parlamentare faccia maturare l’inesperta pattuglia parlamentare grillina, ma quanti elettori si sentirebbero pronti a dare il governo del paese ad una classe politica così improvvisata? Ed è facile prevedere che la campagna elettorale dei partiti sarebbe tutta orientata a sottolineare questa inadeguatezza, sul web spopolerebbero i filmati con figuracce di questo o quel deputato M5s (e qualcuno già c’è). Non sarebbe una campagna elettorale facile.

Per di più, Grillo sottovaluta i punti di debolezza del suo movimento che è essenzialmente un “web-event” (ci torneremo). Proprio perché il M5s ha ottenuto un clamoroso 25% alla prima prova, è esposto al rischio di un altrettanto veloce crollo.

Infine, il gioco di Grillo ha una sua plausibilità, ma è troppo scoperto per funzionare: sa troppo di calcolo partitico che subordina ai suoi gli interessi complessivi del paese. Così come lo sta conducendo può galvanizzare la base più organica, i seguaci più entusiasti (ed ingenui) ma funziona già meno con le fasce “laterali” del suo seguito elettorale e pochissimo con le aree di quelli che non lo hanno votato ma potrebbero farlo. Non è mai una buona norma quella di misurare il codice comunicativo sul gruppo più centrale e fidelizzato del proprio seguito: se si vuol crescere, non si può pensare di farlo andando a convincere i già convinti. Bisogna guardare fuori della finestra.

 

Autore: Aldo Gianulli, fonte: aldogiannulli.it