La scuola come motore della innovazione digitale

I numeri sul fabbisogno di innovazione digitale sono ampiamente noti nel dibattito pubblico.Su due aspetti, in particolare, dobbiamo porre la massima attenzione. Il primo è una questione italiana, legata alla condizione strutturale e culturale del Paese.

La carenza generalizzata di competenze digitali di base (in particolare nella popolazione adulta) è figlia di quel divario strutturale che l’Italia si porta dietro da anni e che gli sforzi degli ultimi Governi, pur nella giusta direzione, non sono ancora riusciti a colmare. Ce lo ha bruscamente ricordato la Commissione Europea con la pubblicazione del DESI 2017 proprio qualche giorno fa.

Il secondo è un problema globale, e riguarda il crescente gap nelle competenze digitali avanzate che stanno vivendo tutte le economie mature: testimoniato da una stima, tra le tante, di 1 milione di posti di lavoro digitali non coperti in Europa entro il 2020, e dal richiamo quotidiano di imprese che faticano a trovare i profili professionali che servirebbero. Il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, alla base anche della disoccupazione giovanile, è questione strutturale del nostro tempo.

Da una parte, quindi, un divario più generalizzato che guarda allo sviluppo della società; dall’altra uno legato alle direzioni strategiche per la crescita del Paese. Due dinamiche differenti, ma legate tra loro.

Cittadinanza digitale e pensiero computazionale: due facce di una soluzione.

L’investimento da 80 milioni di Euro sulla innovazione digitale che abbiamo lanciato lo scorso 3 marzo al Ministero dell’Istruzione e che rientra in un quadro più ampio, fatto di 10 azioni sulle competenze degli studenti, è parte della risposta strutturale alle due dinamiche appena descritte.

Abbiamo organizzato il bando in due linee di azione, proprio per rendere ancora più palese questa risposta. La prima linea di azione riguarda quelle che possiamo definire “competenze di cittadinanza digitale”.

Servirà a costruire le basi per una piena alfabetizzazione informativa (information literacy), per l’educazione ai media e la data literacy, e in generale per chiarire agli studenti che l’intersezione tra tecnologie digitali, informazione, dati e Rete ha implicazioni ben profonde.

Non è solo una questione di competenze, quindi, ma di consapevolezza: saper cercare e valutare l’informazione significa riconoscere attendibilità, completezza e qualità delle fonti informative, ma anche capire come è cambiata l’infosfera nel suo complesso, e leggere il ruolo dei diversi intermediari digitali nel gestire incredibili quantità di informazione.

Non ci accontentiamo che i nostri studenti sappiano cosa si intende per fake news: vogliamo piuttosto che capiscano quali dinamiche portano alla loro produzione e consumo, e come il design delle piattaforme possa per esempio portare a “filter bubbles” molto sconvenienti per le nostre democrazie.

Non ci accontentiamo che conoscano le basi del diritto d’autore e delle principali licenze, vogliamo che comprendano che circolazione e riuso delle opere creative sono frutto di una negoziazione, sociale ed economica, che ha radici nel tempo.

Lo stesso discorso vale per l’educazione ai media. Da una parte, “uso positivo e consapevole dei media” significa avere competenze per gestire la propria identità online, la propria privacy o la convivenza in spazi digitali. Ma richiede, più in profondità, di navigare il rapporto tra sfera pubblica e sfera privata, o ancora di scoprire come architetture digitali e dinamiche di rete stiano modificando l’idea di reputazione, rappresentazione e relazione.

Per vivere a pieno la Rete come spazio di creatività, collaborazione, condivisione, innovazione digitale e democrazia serve lavorare su questo, e molto altro.

Tutto molto bello questo discorso sulla innovazione digitale ma i docenti sono vecchi e lenti..
Quando si muove la scuola si muove il Paese

La seconda linea riguarda invece il pensiero computazionale e la creatività digitale.

Non stiamo parlando solo di portare le basi dell’informatica e della programmazione a scuola – anche se, senza troppi segreti, sappiamo che il punto di arrivo è anche questo. Stiamo parlando di qualcosa di più ampio, che ha a che fare con lo sviluppo del pensiero, la capacità di risolvere problemi e sviluppare soluzioni algoritmiche in ogni sfera disciplinare.

Per questo l’idea di pensiero computazionale sembra applicarsi così efficacemente al sistema scolastico: favorisce la capacità di imparare e ci aiuta a far capire che “dare istruzioni efficaci a una macchina” non è solo questione per informatici, ma è questione di tutti nel 21° secolo. Se utilizzato in sinergia con contenuti e strumenti di Robotica educativa, Internet delle cose e Making, questo approccio ha il potere di aggiornare non solo i contenuti, ma lo stesso modo di lavorare di scuole e docenti, trasversalmente e verticalmente alle discipline.

È quello che è iniziato a succedere nella scuola italiana. Negli ultimi 2 anni, grazie alla sperimentazione MIUR-CINI di Programma il Futuro e a percorsi come Coding in Your Classroom, Now!, sono stati coinvolti circa 30.000 docenti e oltre 1 milione e 200.000 studenti per circa 10 ore di programmazione a studente. Sono numeri estremamente incoraggianti, ma solo un antipasto di quello che serve.

Con questo investimento permetteremo a 5.000 scuole di rendere strutturale la propria offerta con 70 ore in più all’anno, per i prossimi 2 anni, a partire dalla scuola primaria. È, questa, la seconda fase di un percorso che vuole arrivare fino al rafforzamento ordinamentale delle competenze di cittadinanza digitale, da una parte, e del pensiero computazionale e dell’informatica dall’altra, nel sistema scolastico italiano. Non avendo le risorse umane nel sistema educativo per poterci arrivare adesso, questa è la dinamica che dovevamo innescare.

Obiettivi concreti e valore di comunità, i modi più efficaci per sviluppare competenze

Certo, non possiamo pensare che tutto ciò sia di facile introduzione, soprattutto considerando l’equipaggiamento iniziale del nostro sistema scolastico.

Ecco perché, oltre alla formazione per i docenti, a novembre scorso avevamo lanciato un altro pezzo di questa visione, il bando Curricoli Digitali: 5 milioni di Euro per almeno 25 progetti di partenariato innovativo con mondi esterni alla scuola (per circa 170,000 Euro a progetto) sugli stessi temi che stiamo finanziando in questi giorni (diritti in Internet; educazione ai media; educazione all’innovazione digitale; robotica educativa, making e stampa 3D, Internet delle cose; big e open data; pensiero computazionale; arte e cultura digitale; educazione alla lettura e alla scrittura in ambienti digitali; economia digitale; imprenditorialità digitale), per accompagnare la creazione di contenuti solidi su temi su cui, non necessariamente, il mercato education è preparato.

Un bando che ci invidiano all’estero: un investimento in Open Educational Resources (OER) da una parte, e in format didattici altamente innovativi e scalabili dall’altra, per accompagnare i docenti nella sfida di portare nuovi contenuti in classe e permettere loro di rimanere al centro del processo educativo, come facilitatori di conoscenza.

E per raggiungere gli studenti con percorsi coinvolgenti e moderni che trasformino la didattica avvicinando il fare e l’imparare, che diano obiettivi concreti e che aumentino il curricolo scolastico creando valore di comunità.

Come avviene in A Scuola di OpenCoesione, progetto che coinvolge 200 scuole in progetti di monitoraggio civico, data journalism e storytelling digitale, che ha permesso di monitorare oltre 1 miliardo di Euro di fondi pubblici a partire dagli open data sui progetti finanziati dalle politiche di coesione. E così come dimostrano alcuni dei più interessanti casi di startup educative nel mondo.

È per questo che consideriamo il nostro investimento sulle competenze digitali non solo come azione verticale, ma trasversalmente a tutte le 10 azioni sulle competenze degli studenti di questi mesi. L’educazione all’Imprenditorialità, la cittadinanza globale e la valorizzazione del patrimonio culturale, ma anche le competenze di base come matematica, scienze e italiano, contengono rafforzativi per un legame – imprescindibile – con le competenze sulla innovazione digitale.

Pensate alla possibilità di avere un progetto di rilevazione ambientale in ogni scuola, programmato in open hardware per l’analisi dei fenomeni naturali; o al ruolo della stampa 3d e della realtà aumentata nella prototipazione rapida e visualizzazione di soluzioni in ogni campo; o ancora a storytelling, video e audio, e a serious gaming per sviluppare le competenze espressive degli studenti.

Mostrare le possibilità grazie al digitale di raccogliere, monitorare, analizzare, modificare, descrivere la realtà, o semplicemente di disegnare e creare nuove idee, soluzioni, interpretazioni del mondo, è un passaggio fondamentale anche per riavvicinare gli studenti ad una scuola che cambia. Investire in questo modo significa cogliere tutto il potenziale del digitale come paradigma che avvolge ogni settore e ambito di applicazione, e che vede in Industria 4.0 uno dei fondamentali punti di arrivo.

Mettere ogni euro di investimento sulla innovazione digitale al servizio delle competenze.

Considerare solo gli investimenti diretti sulle competenze sarebbe però un grosso errore.
Ogni euro degli 1.5 miliardi di euro di investimenti del Piano Nazionale Scuola Digitale può e deve diventare un moltiplicatore per lo sviluppo di competenze digitali degli studenti.

Non è solo una questione di numeri, ma di cultura e di percorsi di innovazione.

L’accesso alla rete e le infrastrutture di territorio, come quelle sviluppate nel tempo da Regioni come Emilia-Romagna e Friuli, sono condizioni abilitanti strategiche che stanno già dando i loro frutti sulle scuole di quei territori.

All’opposto, il costo troppo alto della connettività in Italia, per le scuole a maggior ragione (e per cui è in corso un’indagine AGCOM), pone straordinari limiti alla innovazione digitale  e richiede incentivi a favore della connettività, su cui stiamo lavorando con il MISE.

La qualità di spazi e ambienti per la didattica è un altro fattore abilitante cruciale, per la scuola ma anche per la sua apertura al territorio. Ogni buon investimento in questo senso produce risultati: qui l’esempio è quello dei Roma Makers, che negli anni, anche grazie a finanziamenti messi in campo dal PNSD, hanno costruito spazi stabili e competenze attraverso l’incontro tra studenti e maker. Competenze che diventano una vera proposta di rigenerazione delle periferie di Roma e del Centro Italia.

E così ogni euro investito nella formazione dei docenti e del personale scolastico (su cui dobbiamo lavorare ancora molto) deve portare a rinnovare la didattica, ad un utilizzo più efficace di contenuti e ambienti digitali, a rafforzare il lavoro in Rete e il generale rapporto tra competenze digitali e competenze trasversali nell’innovazione digitale.

Innovare la scuola, per spingere la domanda di innovazione del Paese.

In passato si è sostenuta, molto spesso, la narrativa di sistema educativo fermo e di Paese “in attesa”. Questo è stato molto vero, per decenni.

Così come altrettanto vero che, almeno per quanto riguarda la scuola, quanto è stato messo in moto in fatto di innovazione digitale negli ultimi 2 anni non ha solo dato gambe all’innovazione all’interno del sistema educativo, ma ha contribuito a riattivare pezzi di Paese.

Quando si muove la scuola, si muove il Paese. Lo abbiamo capito all’Internet Day dello scorso anno, per la celebrazione dei 30 anni di Internet in Italia, in cui 1.600 dei 1.800 eventi organizzati in tutto il Paese sono stati organizzati da scuole. O all’Open Data Day 2017, in cui le scuole di A Scuola di OpenCoesione sono state protagoniste di oltre 100 eventi nel Paese.

Lo hanno capito diversi territori, come Regione Umbria, con cui stiamo per firmare un accordo, che ha messo gli animatori digitali (innovazione chiave del PNSD, a cui daremo forza e risorse nel 2017) al centro del percorso di agenda digitale di tutta la Regione.

Lo hanno capito le imprese, che adeguano i piani industriali se vedono il sistema educativo prendere una direzione. L’anno scorso uno dei prodotti di punta per gli acquisti di Natale è stato un robottino per sviluppare il pensiero computazionale. Un’azienda italiana ha deciso di collocare il proprio “rischio” aziendale su un tema su cui ha percepito ci fosse forte domanda, per arrivare ad un obiettivo: chiudere il cerchio tra l’educazione formale e informale, fornire alle famiglie un gioco educativo che continuasse tra le mura di casa quello su cui – si percepiva – la scuola aveva iniziato a investire.

Lo stesso è successo a diversi soggetti internazionali, che hanno ricominciato a guardare all’Italia come interlocutore credibile, qualificato, cui iniziare o ampliare collaborazioni su metodi e dinamiche per l’educazione nel nostro paese. Dipartimenti governativi, università, startup o grandi aziende con cui stiamo stringendo accordi, che riconoscono per esempio un valore aggiunto nella comunità degli animatori digitali, nella visione di innovazione digitale contenuta nei 28 milioni degli atelier creativi e nell’idea di laboratori territoriali.

L’investimento nella scuola ha il potere di trascinare la domanda di innovazione digitale del Paese.

Eccolo, il vero senso delle competenze digitali.

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