La ristrutturazione del debito pubblico non e’ un tabu (si’, stiamo parlando dei vostri BOT)

ristrutturazione-debito-pubblicoLucrezia Reichlin, docente di Economia alla London Business School e già Direttore della Ricerca alla BCE dal 2005 al 2006, propone in un recente saggio la rottura del tabù della ristrutturazione del debito pubblico.

Qualcuno, immagino, avrà fatto un salto sulla sedia nel leggere il nostro titolo pensando ovviamente al proprio dossier titoli nel quale ci sono percentuali non marginali di Bot, Btp, ecc. per i quali si propone un taglio che andrebbe ad impoverire di punto in bianco una larga fetta di risparmiatori. Stiamo parlando di una tassa vera e propria ma al tempo stesso potrebbe costituire una soluzione al problema che sta affliggendo l’economia occidentale da ben sette anni e in particolar modo gli stati mediterranei con l’Italia a far da capofila per le dimensioni del suo debito.

L’inaspettatamente eccessivo calo dell’inflazione può spingere l’economia dei paesi europei a lustri di futura stagnazione, un male che l’economia giapponese conosce benissimo e che l’affligge da ben 25 anni. La Reichlin propone anche per la comunità europea una cura a base di “quantitative easing” sottolineando  che l’acquisto dei titoli pubblici da acquistare dovrebbe essere fatto in proporzione al Pil dei paesi membri andando a creare, in tal modo, un mercato integrato a livello europeo per i titoli pubblici che consentirebbe il superamento della correlazione fra rischio bancario e rischio paese.

La Reichlin precisa comunque che, sebbene questa crisi eccezionale vada combattuta con misure altrettanto eccezionali, non ci sia ancora sufficiente consenso politico ad una manovra di questo tipo. Il voto di maggio ha però evidenziato qualche sgradita crepa nel sistema e la governance della comunità europea non potrà esimersi dal prenderne atto disponendo idonee misure atte a un miglioramento della situazione economica che, se rientrasse, non potrebbe che favorire uno stemperamento degli attuali (e giustificati) malumori.

L’Italia, nel caso di una politica di questo tipo, si troverebbe in una situazione di particolare disagio; il nostro paese ha un debito pubblico di enormi dimensioni, in gran parte detenuto dal sistema bancario e dagli stessi cittadini. Questo indebitamento è il frutto di decenni di politiche errate o quantomeno poco lungimiranti; noi siamo entrati nel tunnel della crisi in una situazione di debolezza strutturale e, con un’inflazione così bassa e una crescita del Pil sostanzialmente nulla, l’Italia ha un rischio di sostenibilità estremamente elevato.

Sino ad ora la Bce  ha eliminato il rischio estremo ma se ci si dovesse nuovamente trovare in una situazione di forte tensione nessuno è grado di prevedere a quali conseguenze si potrebbe arrivare; l’abbattimento di una parte del debito ridarebbe pertanto linfa alla crescita.

E’ ovvio che aver supposto da sempre che acquistare obbligazioni, soprattutto titoli governativi, fosse un’operazione esente da rischi ha creato una distorsione cognitiva. Naturalmente le regole per una ristrutturazione dovrebbero essere note ex-ante e questo rappresenta un problema ma pensare che non sia assolutamente possibile induce a comportamenti distorsivi.

Che cosa fare dunque del debito esistente e quali regole darsi per il futuro sono i nodi da sciogliere. Per il momento ci sono proposte, ad esempio,  che prevedono il “perdono” di una parte del debito ereditato ma il tema centrale resta la sostenibilità dell’euro.

A ciò, aggiungo io, si deve considerare anche la strada apertasi con il decreto 96717 del dicembre 2012 sull’introduzione delle clausole di azione collettiva (CACs) per i titoli di stato. Tutte buone ragioni per cominciare a considerare diversamente il rischio incorporato non solo nelle obbligazioni societarie ma anche quello dei bond governativi sui quali confidano i risparmiatori di tutto il mondo.

 

Articolo ripreso dal blog GoodSenseFinance su blogspot.it – autore: Walter Cappelo