La lunga attesa del default della Grecia continua

Il grande taglio sta arrivando. L’accordo per una ristrutturazione del debito greco è vicino.

«Si sta trattando per un haircut del 55% (un taglio al valore nominale, ndr) sui bond greci, ma tutto dipende dalla capacità dell’Europa di potenziare il fondo salva-Stati European financial stability facility (Efsf)», dice a Linkiesta un alto funzionario della Banca centrale europea (Bce). Dall’Eurotower però non escludono che i tagli possano essere ancora più elevati, come discusso a inizio ottobre. Per le banche europee, già in carenza di liquidità, si prospetta un autunno ancora più difficile.

Le trattative sono quasi finite. Il tutto nonostante la reticenza delle banche francesi. Eppure, anche loro hanno dato il loro placet al nuovo programma di rollover del debito ellenico. Rispetto al 21% del 21 luglio scorso, l’haircut del 55% ha spiazzato diversi istituti di credito. In particolare, secondo diverse fonti bancarie che Linkiesta ha contattato, a protestare sono BNP Paribas, Crédit Agricole e Société Générale. «Non è possibile un programma come questo senza il fondo Efsf funzionante e in grado di operare come una banca», avrebbe detto uno dei banchieri transalpini presenti.

Il programma prevede un haircut del 55%, sempre su base volontaria, sull’intero stock di debito ellenico in mano alle istituzioni finanziarie. In altre parole, le banche devono accettare nuovi bond greci in cambio di quelli detenuti in portafoglio. È ancora «prematuro calcolare le perdite che dovranno sopportare le banche, ma si tratta di cifre piuttosto rilevanti», spiegano fonti bancarie. «Presto ci siamo resi conto che il 21% inizialmente previsto non sarebbe servito a risolvere i problemi di Atene», dice a Linkiesta un funzionario della Bce dietro la promessa dell’anonimato. L’accordo è molto vicino: le banche francesi sono disposte a fare un passo indietro solo se possono utilizzare il fondo Efsf per ricapitalizzarsi, ma la Germania ha chiuso la porta a quest’azione. Dalla Bce fanno sapere a Linkiesta che «solo le banche più piccole, non quelle di rilevanza sistemica, potranno avere accesso al fondo Efsf. Le più grandi potranno averlo solo se non riescono a raccogliere capitale in altro modo». La lista di queste istituzioni finanziarie, dette Sifi (Systemically important financial institutions), sarà presentata fra pochi giorni e sarà composta da 50 nomi.

Gli scogli per l’approvazione dell’operazione non sono pochi. In primis, i segnali che arrivano dalla classe politica sono sconfortanti. Oggi il numero uno della Commissione Europea, José Manuel Barroso, ha dichiarato che «il vertice del 23 ottobre sarà di cruciale importanza». Ma il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha smorzato i toni: «Per ora non c’è accordo su una soluzione definitiva alla crisi europea e difficilmente sarà presa il 23 ottobre». Senza un meccanismo in grado di assorbire le perdite che le banche europee dovranno sopportare nel piano di ristrutturazione del debito greco, difficilmente si potrà evitare un avvitamento ancora peggiore della crisi.

Infatti, e questo è il secondo ostacolo, gli istituti di credito stanno fronteggiando due problemi. Da un lato, le questioni relative al funding, operazione sempre più complicata per il comparto bancario europeo. Dall’altro, la grande esposizione ai titoli ellenici, come certificato dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bri). In settembre le banche europee avevano un’esposizione di circa 110 miliardi di euro (o 152 miliardi di dollari). In prima linea ci sono le francesi, con 47 miliardi di euro (o 65 miliardi di dollari), e subito sotto le tedesche, con 21 miliardi di euro (o 29 miliardi di dollari).

Le tensioni fra Bce, Commissione Ue e banche sono state elevate. A mediare per i banchieri è sempre Josef Ackermann, amministratore delegato di Deutsche Bank e presidente dell’Iif. «Per ora non c’è alcun piano definitivo, l’unico e ultimo accordo è quello del 21 luglio», ha detto il banchiere, molto vicino al cancelliere tedesco Angela Merkel, all’agenzia di stampa Bloomberg. In ogni caso, è solo questione di giorni. Entro il 23 ottobre il programma dovrà essere presentato al Consiglio europeo. Poi, la road map sarà decisa in base a ciò che emergerà dal vertice europeo.

Il nuovo piano di ristrutturazione non sarà però molto efficace. Secondo i calcoli di Stephane Deo, analista della banca svizzera UBS, un haircut del 50% significa una riduzione del debito pubblico del 22 per cento. «Il debito 2011 si riporterebbe quindi sulla quota di quello di fine 2009, quando divampata la crisi della Grecia», scrivono gli analisti del colosso elvetico. Nel frattempo, stanno fioccando le simulazioni dell’impatto di un haircut più pesante sul debito greco.

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha calcolato che un taglio dell’80% del valore nominale riporterebbe il debito al 51,7% del Prodotto interno lordo (Pil). Il tutto prendendo in esame le stime del Fmi per il 2011: debito pubblico pari a 365 miliardi di euro, Pil pari a 221 miliardi di euro, con un rapporto del 165 per cento. E pensare che dieci anni prima il debito era a 141 miliardi di euro, il Pil a 136 miliardi e il loro rapporto al 103 per cento. In altre parole dal 2001 a oggi il debito greco è più che raddoppiato. Tuttavia è ancora da capire se siano corrette le cifre diramate dall’ufficio statistico ellenico, Elstat, in merito al rapporto debito/Pil dell’anno in corso. Oggi è stata infatti comunicata l’ennesima revisione di finanza pubblica, questa volta in merito al bilancio statale del 2010. Elstat ha rivisto al rialzo sia il deficit, ora al 10,6% del Pil, sia il debito, ora al 145% (dal 142,8%) del Pil. È la quinta volta dal maggio 2010, data del primo salvataggio di Atene.

Un po’ troppo per sperare in un concreto piano di riallineamento dei conti.

Articolo ripreso da linkiesta.it