La globalizzazione finanziaria come causa della crisi del debito sovrano

Paul Krugman osserva in un recente libro che la globalizzazione finanziaria sviluppatasi dopo il crollo del comunismo è una causa importante della crisi che stiamo vivendo in questi ultimi anni.

Venuta meno la paura che il comunismo potesse conquistare paesi del Terzo Mondo, diventava interessante investire nel loro debito pubblico, la cui remunerazione era spesso molto più alta di quella derivante dai titoli dei debiti pubblici delle economie più avanzate.

Scrive Krugman: “Insieme alla crescita del sistema bancario-ombra, negli ultimi quindici anni c’è stata un’altra trasformazione strutturale nel sistema finanziario, per cui gli investitori di ciascun paese detengono grosse partecipazioni finanziarie in altri paesi” (cit., pag.197).

Il meccanismo delle partecipazioni incrociate fa sì che, ad esempio, gli investitori americani abbiano titoli di paesi esteri, ed investitori esteri titoli americani; questo fatto, unito all’innovazione finanziaria ed alla speculazione, ha prodotto gravi conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dai danni subiti dai 450.000 risparmiatori italiani coinvolti nel default dell’Argentina del 2001 (Stock, cit.), al più recente default dell’Islanda causato dalla crisi dei mutui subprime americani, fino alle odierne tensioni sul debito pubblico nell’Eurozona.

Il recente invito dell’imprenditore Giuliano Melani agli italiani di sottoscrivere in massa i titoli pubblici del nostro Paese, cui hanno fatto seguito iniziative simili da parte di altri manager, politici, banchieri, giornalisti, è quindi tutt’altro che privo di fondamento.

Il debito pubblico italiano, stimato in circa 1.900 miliardi di euro, è in valore assoluto il quarto debito del mondo ed ha una elevata incidenza sul prodotto interno lordo, pari a circa il 120 per cento del Pil nazionale; è completamente fuori dal parametro di Maastricht che prevede un’incidenza massima del 60 per cento sul Pil (Napoleoni, pag.56), ma è soprattutto per metà in mano ad investitori esteri, fra i quali ci sono speculatori, banche, fondi di investimento che risentono del giudizio di rischiosità che sul nostro debito viene dato, per diverse ragioni (instabilità politica, mancanza di crescita, invecchiamento demografico, ecc.), dalle agenzie di rating internazionali.

Si determina così un circolo vizioso del debito pubblico sovrano, che non trova riscontro per esempio nella situazione attuale del Giappone, che ha in valore assoluto il secondo debito pubblico del mondo, superiore ai diecimila miliardi di dollari e secondo per entità solo agli Stati Uniti (indebitati per oltre quattordicimila miliardi di dollari, in Plutino, cit.), e che detiene inoltre il record di un rapporto debito/Pil che si avvicina al 200 per cento: una percentuale che sarebbe insostenibile per qualsiasi altro paese, ma che in questo caso non determina alcun allarme perché il 95% del suo debito pubblico è detenuto dagli stessi risparmiatori giapponesi (Arfaras, cit., pag.19).

Si crea perciò una sorta di “partita di giro”, dove nel bilancio dello Stato sono i cittadini, nel loro ruolo di “soci” dell’azienda pubblica, che finanziano il debito, percependo peraltro interessi che in questo modo rimangono all’interno del paese.

La trasformazione del debito pubblico da estero a domestico, naturalmente, non risolve il problema del debito stesso, che va comunque aggredito per ridurre il rapporto debito/Pil, agendo sia sul numeratore (cioè cercando di ridurre il valore assoluto del debito con opportune politiche pubbliche), sia sul denominatore attraverso politiche che incentivino la crescita economica e quindi l’aumento stesso del Pil.

Ma la trasformazione del debito pubblico in debito prevalentemente domestico consente, per utilizzare una terminologia che va per la maggiore, di “mettere in sicurezza” il debito, cioè di toglierlo dalle mani della speculazione internazionale e di quegli investitori, principalmente banche e fondi, che decidono in base ai rating; il meccanismo dei rating è perverso, perché genera un circolo vizioso che tende a peggiorare la situazione, creando una sorta di profezia che si auto-adempie.

“Mettere in sicurezza” il debito pubblico nazionale vuol dire poter poi prendere tutti gli altri provvedimenti politici di riduzione del debito e di aumento del Pil, che pure sono necessari, senza dover procedere emotivamente con soluzioni d’emergenza le cui conseguenze potrebbero rivelarsi di segno opposto, cioè recessive.

La recessione, come noto, oltre a ridurre il denominatore del rapporto debito/Pil, ha anche una influenza negativa (e di segno opposto) sul numeratore, perché obbliga lo Stato ad interventi di spesa a sostegno dell’economia in crisi e quindi finisce con l’aumentare il debito invece di ridurlo.

La ricchezza degli italiani è ampiamente sufficiente per sostenere integralmente il debito pubblico nazionale: Banca d’Italia (cit.) ha stimato a fine 2009 in 9.448 miliardi di euro la ricchezza lorda totale degli italiani, di cui il 37,7% erano attività finanziarie (pari a 3.565 miliardi di euro); una ricchezza male distribuita, se pensiamo che il 10% più ricco della popolazione possiede il 45% della ricchezza totale, ma che è dieci volte superiore a quanto serve ogni anno allo Stato per rifinanziare il debito pubblico in scadenza (Massaro, cit.). Un dato, questo, confermato di recente anche dal “Global Wealth Report” elaborato da Credit Suisse Research (in Incorvati, cit.).

L’importanza del debito pubblico domestico è stata ampiamente sottolineata dalla letteratura economica, anche quella più recente: nel libro “Questa Volta è Diverso”, Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff hanno individuato circa 70 situazioni di crisi o default del debito pubblico domestico, contro 250 situazioni di default del debito estero; il debito domestico è più sicuro di quello estero, anche se può essere soggetto a maggiore rischio di inflazione; l’eventuale default determinerebbe la rottura del “contratto sociale” e quindi conseguenze politiche, comunque sempre interne.

Ma il debito pubblico si può considerare domestico, osservano ancora Reinhart e Rogoff, solo se si verificano tre condizioni: deve essere “denominato in moneta locale, soggetto alla giurisdizione del paese emittente e detenuto da residenti nazionali” (cit., pag.89).

Le tre condizioni sono tutte necessarie, ed evidentemente la terza è quella che ci permette non solo di impedire la speculazione internazionale sul debito, ma anche di riconoscere la piena sovranità dei cittadini all’interno dello Stato in cui vivono; con una parte consistente del debito in mano ad investitori esteri, stiamo infatti assistendo a limitazioni della stessa sovranità nazionale, in quanto oltre agli elettori anche altri soggetti, gli investitori, finiscono con l’esercitarne una parte: costoro non possono votare, ma col trading finanziario influenzano pesantemente le decisioni politiche degli stati e decretano la sopravvivenza o meno dei governi di paesi di cui non sono neppure cittadini.

Il loro potere politico diventa anche maggiore di quello interno, in quanto i cittadini/elettori possono esercitarlo solo periodicamente recandosi alle urne, mentre gli investitori e gli speculatori possono decidere giorno per giorno le sorti stesse dei governi.

Nel corso della storia ci sono stati casi di perdita della sovranità nazionale a seguito del default del debito pubblico: il più interessante caso fu quello dello Stato di Terranova, che negli anni Trenta perse l’indipendenza proprio a causa del suo debito; scrivono Reinhart e Rogoff in proposito: “Il più antico parlamento dell’Impero britannico, dopo Westminster, fu abolito e fu imposta una dittatura a 280.000 persone di lingua inglese che avevano conosciuto settantotto anni di democrazia diretta. Il governo britannico usò poi i suoi poteri costituzionali per portare il paese a far parte di una federazione con il Canada” (op. cit., pag.107).

L’incremento della quota di debito domestico rispetto al totale del debito pubblico può essere incentivata fiscalmente, detassando o limitando la tassazione sui titoli pubblici, oppure facilitando l’acquisto di tali titoli rispetto ad altre forme di investimento (Puledda, cit.).

Reinhart e Rogoff descrivono anche situazioni di vera e propria “repressione finanziaria”, in cui l’investimento in titoli esteri è limitato o addirittura proibito per legge, situazioni che riguardano paesi dittatoriali (Cina) ma anche un grande paese democratico come l’India: “in India, le banche finiscono per prestare un’ampia quota delle loro risorse direttamente allo stato, che beneficia così di un tasso di interesse molto più basso di quello che dovrebbe probabilmente pagare in un mercato dei capitali liberalizzato” (cit. pag.91).

Una volta che le autorità politiche e monetarie riuscissero a riportare i debiti pubblici degli Stati europei in mano ai cittadini di quegli stessi Stati (operazione relativamente più semplice in Italia, che ha maggiori risparmi privati, ma più difficile in altri paesi), cosa impedirebbe la conversione dei debiti pubblici nazionali in un unico debito europeo, basato sugli Eurobond (Prodi e Curzio, cit.) ?

Se si trovasse un meccanismo condiviso in base al quale i cittadini italiani fossero tenuti a sottoscrivere eurobond in sostituzione dei titoli pubblici nazionali in scadenza, e lo stesso facessero i cittadini degli altri paesi europei pro quota per i loro debiti sovrani, verrebbe meno quella che Nouriel Roubini ha chiamato l’area subprime dell’Europa, e cioè il rischio di insolvenza dei paesi del “Club Med” o “Pigs” dove, sempre per Roubini, la “i” sta chiaramente ed inequivocabilmente per “Italia” (cit., pag.301).

La moneta unica sarebbe accompagnata da un debito che diverrebbe progressivamente unico, percentualmente molto più sostenibile anche se distribuito in modo diverso fra i vari paesi; per salvaguardare l’unione economica in modo definitivo resterebbe però ancora da unificare la politica fiscale (Roubini, cit., pag.331).

Una situazione che ci ricorda per analogia quella della California, il cui Pil, osserva Federico Rampini (cit.), è più grande di quelli italiano e francese, ma con problemi finanziari e di bilancio molto gravi che tuttavia non compromettono la stabilità degli Stati Uniti né quella del dollaro.

Ma una volta risolta la crisi dell’eurozona, emergerà probabilmente quella che è la vera incognita futura del sistema economico e finanziario internazionale, derivante dal meccanismo perverso delle partecipazioni incrociate descritto da Krugman: l’incognita non è l’Italia, non è l’Europa o una parte di essa, bensì è quello che Roubini ha chiamato “un equilibrio di terrore finanziario” (cit., pag.299) e cioè il rapporto di interdipendenza che esiste fra gli Stati Uniti e la Cina, dove i primi dipendono dalla seconda per la stabilità del loro debito sovrano, mentre la Cina dipende dagli americani (e dagli europei) per le proprie esportazioni che le permettono di mantenere un surplus produttivo, la crescita esponenziale e quindi la pace sociale interna; è questa, e non altre, la vera incognita con cui ci si dovrà probabilmente misurare nel futuro prossimo a livello planetario.

Ma se le crisi dell’eurozona non si dovessero risolvere, lo spettro del contagio oltre atlantico potrebbe avere conseguenze imprevedibili quanto nefaste: anche per questo siamo “osservati speciali” da parte della comunità internazionale, e dagli americani in particolare; anche per questo occorre dare ragione a Melani ed impostare rapidamente in quel senso le prossime politiche di rifinanziamento del debito italiano.

 

Articolo ripreso dal sito valori.it