La gestione dei conflitti di interesse dei promotori finanziari un tema forte della normativa in arrivo

il-conflitto-di-interesse-dei-promotori-finanziariLa normativa relativa ai conflitti di interesse tra il consulente ed il cliente indica prevalentemente due modalità di gestione. La prima, di tipo “organizzativo”, è finalizzata ad individuare ed eliminare preventivamente i rischi. La seconda, in situazioni di conflitto, utilizza la “disclosure”, ossia l’informazione cautelativa per iscritto sulla natura e l’estensione del conflitto, che il cliente deve espressamente accettare. Ma quanto è efficace quest’ultima?

Diverse ricerche internazionali pongono molti dubbi e, addirittura, indicano che la “disclosure” possa ottenere effetti contrari. Ad esempio, Cain et al. (2005) hanno dimostrato che non solo la comunicazione del conflitto di interesse può avere scarsi effetti in relazione al cliente, ma può anche causare una prestazione del consulente peggiore sotto il profilo della condotta deontologico-professionale. La ragione di quest’effetto “perverso” è stata individuata nel fatto che la disclosure fornisce al consulente un “alibi morale”, permettendogli così di operare affrancandosi dal senso di colpa di non “fare la cosa giusta”.

Per contrastare ciò la letteratura indica che è necessario porre in atto ben altre misure. Quali, ad esempio, la definizione di codici etici che mediante i “dilemmi etici” possono precisare le situazioni ed i principi ai quali far riferimento per la loro corretta gestione nonché la frequenza di un adeguato training professionale, che consenta al consulente di riflettere sul suo grado di sviluppo morale.

Oltre a ciò un altro strumento efficace è la “valutazione di parte terza” della consulenza erogata, che può essere praticata dalla certificazione di conformità alle norme tecniche di qualità (quali la UNI ISO 22222 o la UNI 11402) ed anche tramite una “seconda opinione” circa gli esiti della consulenza, effettuata da un soggetto terzo. Il tema dovrebbe interessare tutti gli operatori che erogheranno il servizio di consulenza “indipendente”, così come verrà previsto dalla MiFID II.

Ossia, secondo le nuove definizioni del disegno di legge 1559 in corso di esame alla 6ª Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato: i “consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede” (attuali promotori finanziari), le “persone fisiche consulenti finanziari indipendenti” (attuali consulenti finanziari) e le “società di consulenza finanziaria”.

Perché, desideriamo ricordarlo, nessun operatore è immune dal problema dei conflitti di interesse con il cliente. Anche se si continua a riproporre la tesi che se il consulente viene remunerato esclusivamente dal proprio cliente opera in “totale assenza di conflitti d’interesse”, a dispetto dell’articolo 25 della delibera n. 17130 della CONSOB (il regolamento in materia di consulenti finanziari) che indica la necessità di individuare ed evitare i conflitti di interesse ed informare chiaramente i clienti circa la natura e le fonti dei conflitti stessi.

 

Articolo ripreso da un Linkedin Post a cura di Gaetano Megale