Tante belle parole ma fatti pochi

La filiera delle aziende italiane non fa innovazione

Il passo d’innovazione sul mercato italiano è decisamente lento rispetto agli altri mercati europei, per non parlare degli USA che ci precedono con un vantaggio di almeno 10 anni ha dichiarato l’Osservatorio Supply Chain Finance del Politecnico di Milano.

Il team del prof. Perego non ha risparmiato entusiasmo nell’analisi e nella mappatura dei cambiamenti avvenuti dal 2014 sul nostro mercato, ma l’impressione lasciata è che, tolta una rinnovata passione per accordi di reverse factoring promossi dal sistema bancario, si sia mosso molto poco, mentre in USA e UK si registra un forte incoraggiamento del presidente Obama (con l’iniziativa SupplierPay) e di Cameron per iniettare liquidità nei circuiti delle loro PMI, grazie all’incoraggiamento dell’innovazione e dello sviluppo di soluzioni tecnologiche che sfociano inevitabilmente nella finanza alternativa.

Il tema del percorso della liquidità verso l’economia reale, a seguito del Quantitative Easing attivato dalla BCE, è stato solo sfiorato ma nell’analisi di scenario delle supply chain sono stati forniti elementi limpidi per comprendere come la liquidità pompata nel sistema finanziario possa arrivare ad artigiani e ditte individuali italiane soprattutto grazie a un’efficientamento e a soluzioni finanziarie all’interno delle lunghe filiere che collegano i terzisti alle grandi imprese.

A fronte di questa constatazione convergente le novità italiane selezionate dall’osservatorio sono state modeste. Se il punto di partenza è il ‘mercato imperfetto’ -definito da Perego- in cui investitori iper-liquidi e imprese assetate di liquidità non hanno modo di incontrarsi  (confermato dall’intervento di Groupama SGR), se il paradigma vincente è basato su velocità, digitalizzazione e il low-cost dei processi di incontro e trasmissione, gli esempi che sono stati presentati dai vari testimoni sono fuori traiettoria.

Esempio illuminante e di frontiera, l’operazione OTB (Only the Brave) voluta da Renzo Rosso, è però datato al 2013. Due anni dopo la partenza registra il successo della sperimentazione con €37 milioni trasmessi in uno schema di reverse factoring molto qualitativo e l’aumento dei piccoli artigiani fornitori da 126 a 278. Tuttavia le due settimane di tempo che trascorrono dall’accettazione della fattura al pagamento anticipato del  piccolo fornitore sono troppe e decisamente fuori dallo standard dei mercati digitali.

Sconcertante ascoltare il rappresentante di una grande banca europea, ING Bank, che sostiene la scelta di privilegiare una strutturazione caso per caso (basata sulle specifiche esigenze del singolo grande cliente che può permettersi di pagarle) al cospetto della standardizzazione e velocità offerta dai mercati digitali che stanno spopolando nel mondo anglosassone. Una scelta operata anche dai factor tradizionali che, rincorrendo i volumi dei grandi operatori, faticano poi a gestire i micro-importi delle fatture delle micro-imprese.

Anche sul fronte delle soluzioni IT a supporto della Supply Chain l’impressione è stata più quella di lavori in corso, che di realizzazioni effettive, mentre operatori come Taulia hanno già conquistato ambiti straordinari all’estero.

Quanto agli operatori che si affollano attorno alle catene del valore italiane i numeri mappati dall’Osservatorio non sono apparsi sinonimo di qualità e innovazione. Prevalenza di operatori bancari tradizionali e troppo poche le startup innovative, che sono soprattutto di matrice estera.

Rimane come buona impressione del convegno ‘Diamo credito alle Supply Chain!’ il tentativo accademico di mappare il valore esteso delle filiere italiane assommando l’investimento (e lo spreco) di capitale circolante su 2 o più livelli di fornitura e l’appello al sistema bancario perché trovi nelle filiere il modo di utilizzare l’abbondanza dei dati per valutare meglio le piccole imprese, al di là del loro magro bilancio fatto regolarmente a pezzi dal rating di Basilea.

Infine resta la sensazione, per il secondo anno consecutivo, che le grandi imprese presenti in massa nell’osservatorio siano molto preoccupate per la salute finanziaria e la continuita dei loro fornitori. I riferimenti precisi nell’intervento di Frigerio di Whirlpool alla necessità di prevenire costosi blocchi produttivi sperimentati a causa di piccoli fornitori caduti in procedure fallimentari (sono stati citati persino i pignoramenti di stampi), spiegano brillantemente l’attenzione che i grandissimi buyer devono porre nel sostenere finanziariamente la nuvola dei loro piccoli fornitori.

Gli osservatori fanno il loro giusto mestiere e vanno elogiati, ma tocca agli operatori muoversi più velocemente e forse anche al governo. Le supply chain esistono da secoli, gli strumenti per gestirle in modo più efficiente sono recenti e stanno diffondendosi in modo virale. Non ancora in Italia.

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog.biz

 

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