La faccia oscura della Cina

«Lʼinflazione è una tigre» aveva detto alcuni mesi fa il premier Wen Jiabao: una crescita così stupefacente si paga anche con continui rincari del costo della vita. Ma cʼè qualcosʼaltro nel ventre del Dragone che corre agli stessi ritmi. Le sue pulsazioni si avvertono dalle piccole e medie imprese dello Zhejiang e del Guangdong (le culle del manifatturiero cinese) fino ai palazzi dei governi locali.

Si agita, si muove attraverso i cantieri e gli uffici degli appaltatori, e arriva fino al cuore del sistema bancario e finanziario di Pechino e Shanghai. È unʼenorme massa di debito, di cui nessuno riesce a determinare con esattezza la portata. Proviamo a seguire le tracce di questa seconda tigre. È un animale misterioso, dai contorni molto più sfumati, eppure è legata a doppio filo allʼinflazione. Dopo, le parole di Wen appariranno sotto una luce diversa.

Le banche cinesi

Molti dati ufficiali pubblicati dal governo di Pechino non sono incoraggianti. A novembre il Purchasing Managersʼ Index, lʼindicatore del manifatturiero, è sceso sotto la fatidica soglia dei 50 punti, segno che per la prima volta in tre anni lʼimmensa macchina della produzione cinese è in contrazione. In Europa e negli Stati Uniti si consuma di meno e lʼeffetto si ripercuote sullʼeconomia dellʼImpero di Mezzo, ancora fortemente orientata verso le esportazioni.

La sera precedente alla pubblicazione del dato, la Banca centrale di Pechino era corsa ai ripari con una mossa a sorpresa: un taglio di 0.50 punti del coefficiente di riserva obbligatoria. Dal 5 dicembre si riduce la quota che gli istituti di credito devono depositare necessariamente presso Peopleʼs Bank of China, le banche possono erogare più prestiti e immettere maggiore liquidità nel sistema.

Si tratta di una mossa di segno completamente opposto a quelle decise finora: dallʼinizio dellʼanno PBoC aveva aumentato il coefficiente ben sei volte, con lʼobiettivo di drenare lʼeccesso di moneta in circolazione, evitare che le banche prestassero troppo e combattere lʼinflazione. Le banche cinesi – tutte quante, dai quattro colossi fino agli istituti di credito rurali – sono le protagoniste dellʼimmensa diga eretta da Pechino contro la crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008. Ma sono anche una specie di fisarmonica nelle mani del governo, che le contrae e le espande a seconda della musica adatta al momento.

«La prima grande differenza tra le banche cinesi e quelle occidentali è che i tassi dʼinteresse non vengono decisi dal mercato – spiega Michele Geraci, Senior Research Fellow presso lʼUniversità dello Zhejiang, a capo del China Programme del Global Policy Institute della London Metropolitan University- e la seconda consiste nel fatto che le banche seguono le direttive del governo. Non esistono dati certi e stiamo ragionando su numeri enormi, ma su base puramente aneddotica si potrebbe dire che solo il 20% delle piccole e medie imprese riceve credito dalle banche, e quindi il grosso dei prestiti viene concesso alle aziende di proprietà dello Stato».

Nelle convulse settimane dopo il crollo di Lehman Brothers, la leadership cinese reagisce con un massiccio pacchetto di stimolo allʼeconomia: sul piatto vengono messi 4mila miliardi di yuan (al cambio attuale circa 466 miliardi di euro) da investire in sviluppo delle zone rurali, energie pulite, costituzione di un sistema di welfare -praticamente inesistente- e, soprattutto, infrastrutture.

Ma, attenzione, questa diga è composta da un altro, immenso blocco: nelle stesse settimane il governo cinese impone alle banche di aumentare i prestiti e immettere nel sistema quanta più liquidità possibile. Risultato: nel biennio 2009-2010 si assiste a un boom del credito, stimato in 17.500 miliardi di yuan (2.039 miliardi di euro al cambio attuale). Ecco che la tigre assume dei contorni un poʼ più definiti. In due anni, le banche concedono una mole sterminata di nuovi prestiti, coi quali lʼeconomia cinese continua a crescere nonostante i venti di crisi che spirano da Occidente. Ma la maggior parte di questi soldi non sono certo finiti nelle mani delle società private. Per ottenere credito, le piccole e medie imprese si rivolgono altrove.

Il sistema bancario sotterraneo

Succede a qualsiasi straniero che entra in una banca cinese per cambiare valuta estera. Proprio davanti agli sportelli, sotto il naso di poliziotti e guardie giurate che fingono di non vedere. Un tizio in borghese ti avvicina, e si offre di acquistare la tua moneta straniera a un tasso diverso da quello praticato dalla banca. Queste apparizioni sono solo il primo segnale che, in parallelo al sistema finanziario “ufficiale”, si snoda il cosiddetto “sistema bancario sotterraneo”, un circuito informale del prestito al quale i privati si rivolgono per ottenere quel credito che le banche di Stato non sono disposte a fornire loro.

Famiglie, aziende e imprenditori depositano le loro sostanze presso le banche sotterranee per ottenere guadagni veloci: queste “trust companies” prestano allo stesso tipo di clienti a tassi decisamente superiori a quelli praticati dalle banche ufficiali (si può superare il 20% mensile) e guadagnano soprattutto sulla differenza tra i tassi praticati sul brevissimo termine e quelli applicati su un lasso di tempo più lungo. Con questo sistema, lʼimprenditore che deve pagare un fornitore ed è a corto di liquidità ottiene il denaro che gli serve per tamponare e ripaga quando ha ottenuto il cash. Ma cosa può succedere se il meccanismo sʼinceppa?

La risposta è la crisi di Wenzhou. Circa 10 milioni di abitanti, uno degli hub del manifatturiero dello Zhejiang, tra le città più ricche della Cina. La maggior parte dellʼimmigrazione cinese in Italia proviene da qui. Dallʼinizio dellʼanno scorso Wenzhou è stata funestata da una catena di fallimenti che hanno portato al suicidio o alla fuga numerosi imprenditori. Le imprese in bancarotta non hanno pagato i debiti alle trust companies, diffondendo il virus.

Lʼautorevole China Securities Journal cita un rapporto della sezione di Wenzhou della Banca centrale secondo il quale, a luglio, nella metropoli dello Zhejiang circa lʼ89% delle famiglie e il 60% delle società erano in qualche modo coinvolte nel sistema bancario ombra, con tassi medi di circa il 25% allʼanno. Il governo è intervenuto direttamente, a ottobre il primo ministro Wen Jiabao si è recato personalmente a Wenzhou per calmare le acque e contenere il panico su un sistema ad alto tasso di contagio.

Ma il sistema bancario ombra esiste in tutta la Cina. I dati diffusi il 31 marzo scorso dalla China Trustee Association mostrano che questa mole di prestiti aveva raggiunto quota 15.300 miliardi di yuan (1.785 miliardi di euro). «Non credo che quanto successo a Wenzhou possa diffondersi in altre province – afferma Geraci – finché il governo centrale interviene con prontezza». «Siamo molto spaventati – afferma un imprenditore di Wenzhou che ha vissuto in Italia – e temo che dopo il prossimo capodanno cinese, quando tradizionalmente dovrebbe circolare più denaro, assisteremo ad altri fallimenti».

Il mercato immobiliare

Ma la nostra tigre non ha solo il colore grigio del sistema bancario ombra. Una parte consistente di questa tigre-Frankenstein è costituita dai debiti contratti dalle amministrazioni locali con le banche e dai prestiti erogati dalle stesse banche al settore immobiliare. Per legge, in Cina le amministrazioni locali non possono ottenere finanziamenti diretti dal mercato: il governo di una provincia non può emettere e vendere bond.

Dato che una parte dellʼimmenso pacchetto di stimoli allʼeconomia varato nel novembre 2008 doveva essere versato proprio dai governi locali, si è trovato un modo per aggirare il problema: sono le LIC (Local Investment Companies), agenzie finanziarie nei cui consigli di amministrazione siedono le stesse persone che amministrano politicamente il territorio. Queste agenzie si presentano alle banche e offrono la migliore garanzia in loro possesso, la terra, che nellʼImpero di Mezzo è di proprietà dello Stato. In cambio ottengono prestiti da investire in infrastrutture e immobili.

Secondo un rapporto della China Banking Regulatory Commission (lʼauthority bancaria cinese) pubblicato dal settimanale Caixin nel luglio del 2010, le LIC avrebbero ottenuto prestiti per 7.660 miliardi di yuan (893 miliardi di euro, al cambio attuale), dei quali il 23% andrebbe ormai classificato come credito in sofferenza e il 50% avrebbe un esito “incerto”.

Secondo una stima indipendente del gruppo di ricercatori della Northwestern University of Illinois sotto la guida del professor Victor Shih, i prestiti concessi alle LIC ammonterebbero invece a più di 11mila miliardi di yuan (al cambio attuale 1.283 miliardi di euro). Ma nessuno, al momento, sembra esattamente in grado di dire quanti soldi abbiano prestato le banche alle LIC e ad altri comparti delle amministrazioni locali.

Quanti dei progetti avviati dalle amministrazioni locali cinesi stanno dando dei frutti? Nessuno lo rivela. Ma non sono mancati i fiaschi completi, come il tratto di ferrovia ad alta velocità che collega Pechino e Shanghai alla provincia del Sichuan, nel centro del Paese. Inaugurata lʼanno scorso, è stata bloccata ad agosto. Come dire che, a doppio binario, esiste una linea ferroviaria lunga 10mila chilometri da Pechino a Reggio Calabria, ma sulla quale non viaggia più nessun treno.

A questo si aggiungono i timori sul settore immobiliare: il mercato cinese è da tempo in pieno surriscaldamento: i prezzi delle proprietà sono raddoppiati nellʼarco di cinque anni, e nel solo 2010 sono cresciuti del 18% in tutta la nazione. Ma a ottobre si è assistito a un calo dei prezzi delle proprietà in 33 delle 70 principali città cinesi, che segnano così la peggiore performance degli ultimi anni. Quante delle proprietà che sono state vendute a un certo costo hanno perso di valore? E quanti dei prestiti versati dalle banche sono ormai inesigibili?

Tigre di carta o tigre reale?

Debito dei privati verso il sistema bancario sotterraneo, debito delle amministrazioni locali verso le banche, debito dei costruttori verso le banche: ecco i tre fronti di rischio che scuotono il sistema finanziario del Dragone. «Penso che sul versante dellʼimmobiliare, in Cina, ci sia una bolla speculativa in alcune zone ma non in altre – spiega Geraci – e nel caso di un repentino crollo dei prezzi ci saranno relativamente pochi soggetti costretti a vendere. Probabilmente un calo fino al 30% può essere assorbito.

Sul fronte dei governi locali, il debito pubblico lordo coincide con quello netto perché le amministrazioni locali impiegano subito i prestiti erogati e quindi perdono questa liquidità, si tratta quindi di un problema da tenere sotto stretto controllo, che temo aumenterà di grandezza. Il problema del sistema bancario sotterraneo esiste, è consistente, ma può essere gestito. Come estremo rimedio, il governo può sempre stampare moneta, soluzione che però determinerebbe nuovi rincari dellʼinflazione». Come se la giocherà il governo di Pechino? Con una nuova tigre in libertà a casa, difficilmente la Cina potrà correre in soccorso del Vecchio Continente.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it

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