La disastrosa situazione economica delle banche italiane

Aggiornamento 2016 – I problemi che stanno investendo il mondo della finanza e del credito negli ultimi anni e la recente situazione fallimentare di alcune banche locali con conseguenti drammi sociali, vengono visti e commentati con una miopia sconcertante, incapace di capire le vere cause che ci hanno portato ad essere ostaggio di un modello socioculturale collassato.

Le vere radici di questo disastro culturale, sociale e finanziario dipendono dal ruolo che la finanza con epicentro a Wall Street ha cominciato ad assumere nel tempo diventando sovraordinata all’economia reale e totalmente deregolamentata. Il vento della finanza sull’economia reale è stato alimentato da decenni di deregolamentazione, preparati dai Nobel degli anni novanta (Markowitz – la finanza innovativa, Lucas – i mercati razionali, Merton e Scholes – i derivati razionali) e dalla Federal Reserve (Fed) che nel 1999 ha contribuito ad abbattere il muro che con fatica Roosevelt aveva eretto per dividere il campo di attività delle banche d’affari dai tradizionali istituti di credito.

Alan Greenspan in quell’anno aveva condiviso l’abolizione della “Glass – Steagall Act” pensata da un italoamericano – Ferdinand Pecora, legale della commissione bancaria del Senato Usa al tempo della Grande Depressione – ed adottata dal governo Roosevelt nel 1933 per porre un freno alla speculazione finanziaria che aveva creato la Grande Depressione. La legge aveva due finalità determinanti per stabilizzare i mercati finanziari e teoricamente, rafforzare il ruolo della Fed a controllore come la sua finalità istitutiva le aveva assegnato. La prima finalità della legge era l’istituzione del “Federal Deposit Insurance Corporation” per garantire i depositi e prevenire le possibili corse agli sportelli in caso di panico dei risparmiatori.

La seconda era funzionale a separare l’attività delle banche d’affari e gli istituti di credito tradizionali per evitare che le due attività non fossero contemporaneamente esercitate dallo stesso intermediario ed evitare che l’economia reale fosse esposta alla pura speculazione finanziaria. I fatti che avevano generato la Grande Depressione erano legati all’eccesso di attività speculativa collocando la finanza sopra l’economia reale, erodendo i risparmi esattamente come si sta verificando oggi. Roosevelt, anche con la collaborazione di Keynes, aveva avviato un percorso virtuoso che sarebbe servito a ricomporre il sistema sociale frammentato e preparare il grande sviluppo del dopoguerra fondato sull’economia reale, chiudendo così con una speculazione fine a sé stessa.

L’abrogazione della “Glass-Steagall Act” che separava l’ambito di attività delle due differenti categorie di banche avviene nel 1999, sostituita dalla “Gramm-Bliley Act”, ricreando le condizioni che avevano portato alla Grande Depressione, scatenando la bufera finanziaria con i derivati i subprime e tutto il resto dell’armamentario di una finanza tossica ed amorale.

Greenspan deregolamentò i derivati e gli altri prodotti tossici come i subprime perché li considerava “un’innovazione finanziaria positiva per il funzionamento del libero mercato, “vantaggiosi” per i consumatori (!) e senza conseguenze”. Infatti “la crescente deregulation – affermava – sarebbe stata temperata dalla “razionalità” (inesistente) dei mercati”. Come si è puntualmente visto, quando un organo ufficiale come la Fed legittima l’attività speculativa fine a sé stessa alimenta nei mercati aspettative di crescita infinita ed illusoria, a quel punto il mercato dei derivati è esploso.

La strada dell’occupazione della finanza e delle banche d’affari era già stata preparata nel 1971 quando gli Usa, unilateralmente, dichiararono finito il tempo della convertibilità del dollaro in oro, 20 dollari ogni grammo d’oro. La moneta venne sganciata dall’economia reale potendo assumere un volume non controllato e quindi infinito. Da lì il percorso è stato breve e devastante perché la finanza è diventata dominante sull’economia reale dando a tutti l’impressione di essere nel campo dei miracoli, esattamente quello che il gatto e la volpe indicano a Pinocchio per sotterrare le monete d’oro e far crescere la pianta dello zecchino d’oro.

Il fine della massimizzazione del profitto ha giustificato sia la “deregulation” che un liberismo sfrenato che alla fine fa vincere i più forti – non i migliori – e fa perdere gli altri. Un liberismo senza regole eretto come fine ha fatto saltare tutti i controlli giustificando la normalizzazione di comportamenti illeciti. Le immagini del crollo della Lehman nel 2008 erano solo la punta dell’iceberg come si è poi visto e si sta vedendo; i controllori sono diventati collusi con i controllati e così è saltato tutto. “Quis custodiet ipsos custodes?” scriveva Giovenale nelle “Satire”, ed oggi siamo sempre lì perché la natura dell’uomo non è mai cambiata. Quel modello di finanza ha consentito alle banche d’affari di riprendere il ruolo speculativo alimentato dal mantra “creare valore per gli azionisti” che fino al 1999 era stato mitigato dalla “Glass-Steagall Act”. Il neoliberismo finanziario ha poi separato il capitale dal lavoro delocalizzandolo per rincorrere l’infinito aumento dello stesso e la ricchezza dai Paesi collocandosi in una dimensione sovranazionale.

I mercati finanziari sono stati trasformati in un casinò dalla speculazione che compra e vende in continuazione; il “trading” ad elevata frequenza è diventato un commercio elettronico basato su modelli matematici che prendono le decisioni in un mondo infinito dove le scommesse non s’incrociano mai con la realtà finita ma finiscono sempre per distorcerla al fine di orientare e manipolare i mercati, e creare le condizioni di debolezza finanziaria con un progressivo processo di indebitamento globale per tenere sotto scacco le politiche e le decisioni globali. “Quando lo sviluppo del capitale di un Paese diventa un sottoprodotto delle attività di una casa da gioco, è probabile che vi sia qualcosa che non va bene” ricordava nel 1931 Keynes, ma l’avidità dell’uomo ha sempre la memoria corta.

La finanza d’affari e la cultura del mercato hanno scardinato il sistema americano e poi hanno invaso come uno tsunami gli altri Paesi, a partire dalla vecchia Europa la cui cultura era opposta perché legata al sistema di welfare e non a quella del mercato come gli Usa. I burocrati di Bruxelles non hanno capito, o voluto capire, l’onda dello tsunami che stava per arrivare ed hanno subìto passivamente la colonizzazione culturale che andava contro la storia cancellandola con un colpo di spugna. L’onda ha poi colpito il nostro Paese in cui la cultura millenaria del risparmio, del “metti il fieno in cascina”, dell’economia reale e delle banche “retail” – le Casse di Risparmio – avevano consentito la tenuta fino ad allora.

La cultura dominante è diventata verità assoluta da non mettere in discussione, da imitare stolidamente – i derivati di Stato del 1993 ne sono l’esempio evidente. Quella cultura, assunta in modo acritico, ha cominciato a produrre i primi danni a partire dalla più antica banca del Paese, il Monte dei Paschi di Siena, che in cinque anni di derivati ha vuotato il raccolto del risparmio fatto nei 450 anni prima. È saltata la linea che divideva le banche d’affari dagli istituti di credito tradizionali in un Paese che non aveva la cultura e le competenze per farlo; per incanto ci siamo trasformati da artigiani vincenti straordinari in finanzieri perdenti senza cultura e competenza a vendere prodotti governati ad altri.

Nessuno ha avuto il coraggio di provare a fare un minimo di autocritica, così i media hanno finito per fare di ogni erba un fascio accomunando nel termine di banca sia quelle che hanno mantenuto la vecchia strada innovandola continuamente e consolidandosi come nei fatti, sia quelle che hanno fatto e fanno risultato più con la finanza che con l’economia reale.

Oggi è necessario chiarire ai cittadini e regolamentare, nella loro libertà di scelta e per la loro tutela, la differenza che intercorre tra istituti preposti al credito ed all’economia reale che operano legati al territorio in una logica di lungo tempo e di conservazione del capitale, rispetto a quelli che propendono maggiormente ad una visione della finanza d’affari in una logica di breve o brevissimo tempo ed in un sistema globale ma con rischi più alti. È necessario definire in modo rigoroso le specifiche aree di attività e di prodotto per le differenti tipologie di banche ed infine le responsabilità correlate e farle rispettare senza continuare a fare come i polli di Renzo che continuano ad incolparsi a vicenda facendosi solo del male.

“Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere” scriveva Sant’Agostino nei suoi “Sermones” (164, 14). Sbagliare è nella natura umana ma il perseverare nell’errore, per supponenza, è diabolico.

Fonte: opinione.it di Fabrizio Pezzani del 16.12.2015

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Qui di seguito l’articolo originale di questo post pubblicato nel 2013. Ed era gia’ tutto scritto!

Con grande presunzione il peggio deve ancora arrivare per le banche italiane, per i suoi azionisti ed anche per la loro clientela. Abbiamo già descritto questa estate il periodo di limbo finanziario che caratterizzerà i prossimi mesi sino ad inizio 2015 quando dovrebbe essere definitivamente predisposto il meccanismo di bail-in (in sintesi basta aiuti da Stato ed Europa alle banche in difficoltà, queste ultime dovranno arrangiarsi, individuando le risorse per il risanamento tra azionisti, obbligazionisti e correntisti).
Anche il 2014 si prospetta essere un anno molto caldo soprattutto per le banche sistemiche: sono quelle che a breve saranno vigiliate e controllate solo dalla BCE. Si definiscono banche sistemiche quelle realtà bancarie che detengono attivi superiori a 30 miliardi di Euro: in Italia al momento sono tredici, si va da Unicredit a Carige.
In molti mi scrivono per chiedermi se questa o quella banca è sicura oppure no: oggi il termine “sicuro” non ha più alcun significato, lo capiamo di riflesso proprio riflettendo sulle dinamiche che stanno caratterizzando due asset un tempo sicuri, l’immobile residenziale e i titoli di stato italiano. Per tentare di comprendere se una banca è “sicura” almeno sul piano della solidità patrimoniale possiamo fare embrionalmente affidamento proprio su un indicatore nato per misurarla.
Si chiama Core Tier 1 e presumo che molti di voi ne abbiamo sentito parlare spesso in questi ultimi mesi: questo quoziente rapporta il capitale di rischio e le riserve di utili non distribuiti al totale degli impieghi ponderati alla classe di rischio. Esprime in buona sostanza quanti mezzi propri ha la banca per far fronte ai prestiti che ha concesso: più alto è questo rapporto più la banca è solida e quindi in teoria almeno presumibilmente sicura.
Stando alle trimestrali del 30 Giugno 2013 la banca sistemica italiana con il Core Tier 1 più elevato è Ubibanca (12.70%), seguita da Intesa SanPaolo (12.00%), Unicredit (11.93%), Mediobanca (11.75%), MPS (11.70%), Banco Popolare (10.95%), Credem (9.56%), Popolare di Vicenza (8.11%), BPM (8.07%), Creval (7.98%), Popolare di Sondrio (7.76%), Veneto Banca (7.59%) e Carige (6.90%). Tanto per darvi un metro di paragone Banca Marche, che è stata commissariata il 25 Ottobre, ha un Core Tier 1 di 5.62% stando alla trimestrale del 30 Giugno 2013. Basilea III prevede che una banca sistemica debba avere almeno tale quoziente all’8% per avere la sufficienza scolastica. Il Core Tier 1 è all’origine del credit crunch: le banche attualmente stanno vivendo un processo di deterioramento della qualità del credito che obbliga a contabilizzare sempre più perdite per crediti inesigibili negli anni a venire.
Questo rapporto pertanto tende a diminuire a causa di una diminuzione del numeratore (perdite che intaccano il capitale di esercizio). Per rialzarlo sul piano matematico è necessario intervenire o su una diminuzione del denominatore (contrazione di fidi e prestiti) o in un aumento del numeratore (ricorso al mercato con aumenti di capitale).
Capite anche voi quale opzione è stata prediletta dopo i crolli di borsa che hanno caratterizzato i bancari negli ultimi cinque anni. Ricordo che questo quoziente consente alla banca di poter esistere in buona salute e di continuare a far fronte ai propri impegni, quindi essere solvibile nei confronti della sua stessa clientela (che si traduce per voi nella sicurezza dei vostri depositi).
Se potessi esercitare una qualche autorità nel panorama bancario italiano spingerei per promuovere la fusione delle due big italiane, Unicredit ed Intesa, in modo tale che questa operazione produca a breve un miglioramento reddituale e un contenimento degli oneri amministrati ed operativi della nuova realtà bancaria (pensate solo alla chiusura di tante doppie filiali). Dalla fusione, nascerebbe la seconda banca europea tra le prime dieci nel mondo sia per capitalizzazione che per assets detenuti con una presenza internazionale radicata in quasi tutto il pianeta.

La migliore redditività produrrebbe anche una migliore solvibilità che consentirebbe nuove politiche di erogazione del credito: inutile aggiungere che migliaia di attuali dipendenti dovrebbero essere gestiti come esuberi (nel momento in cui sto scrivendo si sta svolgendo la giornata nazionale di sciopero dell’intera categoria). Proprio su questo terreno comunque si svolgerà la selezione di mercato per gli operatori bancari, non si tratterà più solo di Core Tier 1 ma anche e soprattutto di strategia economica di crescita.

Il futuro di ogni banca sarà sempre più online e sempre meno sportello, questo significa che oggi gli istituti che hanno scelto di crescere prediligendo la dimensione fisica attraverso aperture o acquisizioni di nuove filiali saranno presto perdenti come modello di business a fronte delle nuove tecnologie con cui si potrà fruire la quasi totalità dei servizi bancari tradizionali (tra due anni arriveranno i Google Glass che sconvolgeranno l’attuale assetto di mercato dei servizi bancari rendendo praticamente medioevali i servizi erogati allo sportello).

Questo significa che le banche che avranno dedicato modesti investimenti per integrarsi con lo sviluppo delle nuove tecnologie mobili e digitali si troveranno presto in difficoltà sia sul piano della competitività che redditività dovendo gestire centinaia e centinaia di filiali fisiche che si trasformeranno per la maggior parte in generatrici di performance negative.

 

Articolo di Eugenio Benetazzo – testo ripreso da eugeniobenetazzo.com