La cittadinanza digitale in Estonia cos’e’ e come funziona (vogliamo Carmen Kass a darci il benvenuto)

Taavi Kotka è il Chief Information Officier del governo estone. L’Estonia, a dicembre 2014, ha lanciato un progetto per concedere la e-residency, la residenza digitale, a tutti gli stranieri che ne facciano richiesta.

Kotka ha seguito il progetto, e lo descrive come farebbe qualcuno che ha fatto una scoperta straordinaria e non vede l’ora di raccontarla a tutti. In effetti, l’Estonia è la prima nazione al mondo a fare qualcosa del genere.

Kotka è un ingegnere informatico che parla veloce e, come tutti gli ingegneri, per spiegarti meglio una cosa prende un foglio e ti fa uno schema. A un certo punto, però, tira fuori il portafoglio: “Vede – mi dice cominciando a estrarre una a una le tessere del borsellino – ho un portafoglio pieno di carte ma non mi servono. Patente, carte fedeltà, tessere frequent flyer”. Le ammucchia tutte e le mette da una parte: “Non mi servono. In Estonia l’unica cosa di cui hai bisogno è la tua ID card e il tuo telefono. Con queste due cose posso fare praticamente tutto, compresi i pagamenti: abbiamo creato un’infrastruttura digitale che rende inutili tutte le altre tessere. E ora abbiamo deciso di aprire i nostri servizi digitali anche al resto del mondo”.
Nei primi 5 mesi del progetto della e-residency, il governo ha ricevuto e approvato 2.500 richieste di e-residents pronti a diventare cittadini digitali estoni. “La folla è arrivata due settimane fa, quando abbiamo aperto il portale, da dove si può fare richiesta. Tra quelli già approvati ci sono anche 39 italiani” mi comunica Kotka guardando i dati dal suo laptop.
Come si diventa cittadino digitale estone?
«Il processo è semplicissimo. Si fa l’application online, si paga la quota di 50 euro e poi si procede con l’identificazione. Si può venire fisicamente in Estonia oppure recarsi in una delle nostre ambasciate in giro per il mondo. Ci si deve recare due volte: identifichiamo una persona faccia a faccia e prendiamo le sue impronte digitali. Questo significa che il nostro governo autentica l’identità delle persone a un livello più alto rispetto, per esempio, alle banche: il nostro sistema è più sicuro. Le banche non hanno il permesso di raccogliere le impronte digitali, noi sì. In due settimane hai la tua tessera.»
Da dove arrivano le rischieste?
«Per ora, la maggior parte proviene dalle nazioni vicine ma abbiamo richieste da 88 nazionalità. I finlandesi sono i più numerosi: hanno molte aziende qui, molti contatti, visitano il nostro Paese spesso. La stessa cosa si può dire di chi viene dalla Russia e dalla Lettonia. Ma la residenza digitale è interessante anche per gli altri: se hai un business che vuoi far crescere in Europa, noi siamo una strada semplice per avviarlo. Per esempio abbiamo un artista ucraino che voleva vendere i propri quadri online in Europa e non sapeva come fare. Noi gli abbiamo fornito un’identità digitale certificata che gli ha permesso di avviare il suo business.»
Come vi è venuta l’idea della e-residency?
«La legge è stata accettata 9 mesi fa. L’infrastruttura digitale era tutta qui, non abbiamo creato niente, si trattava solo di aprirla agli stranieri. La domanda era solo: lo facciamo? E la risposta è stata sì: tutto il parlamento ha votato all’unanimità per questa legge. C’erano zero voti contrari. Forse molti di loro l’hanno votata solo perché pensano che sia una cosa “cool”: in Estonia facciamo cose del genere, quindi perché non questa?»
Perché date la residenza agli stranieri?
«Per migliorare la nostra economia. Facciamo un esempio: se vuoi aumentare la grandezza della tua azienda, devi avere più ricavi e quindi più clienti. I clienti per un Paese sono le persone che ci vivono dentro, le persone che sono connesse con quel paese. L’obiettivo di tutti i paesi è quello di aumentare le relazioni: avere più persone, più aziende, più clienti. Per aumentare i clienti non ci sono tante opzioni: la prima è fare più bambini. E in Estonia abbiamo un tasso di nascite negativo. Quindi non ci restava che attrarre persone dall’estero, ma qui nessuno vuol venire.»
Perché?
«Le ragioni sono chiare. Il clima non è dei migliori, abbiamo 9 mesi di freddo e neve. Abbiamo fatto degli studi su questo, e abbiamo scoperto che la prima ragione per cui le persone non vengono qui è il clima. Altre nazioni, come la Norvegia e la Svezia, hanno il nostro stesso clima rigido, ma offrono molti benefits alla popolazione, sono paesi ricchi. Noi siamo piccoli e ancora abbastanza poveri rispetto a loro e quindi non possiamo offrire le stesse agevolazioni di welfare.»
…ma avete il digitale…
«Già. Siamo capaci di offrire dei servizi in tutto il mondo perché tutti i servizi sono digitalizzati. Per esempio una persona che vive in Silicon Valley e vuole aprire un’azienda in Estonia può farlo senza venire a vivere qui. Non vuoi venire in Estonia perché c’è il brutto tempo? Ok, vivi dove vuoi, ma forse vorresti essere connesso con la nostra economia! E questa è la ragione più grande per cui abbiamo creato la e-residency: per attirare le persone.»
Quanto è costato il progetto?
«Dieci anni fa abbiamo introdotto la digital ID, che essenzialmente è la stessa cosa che oggi diamo agli e-resident. Non abbiamo dovuto investire nulla di extra per avviare questo progetto: avevamo già la tecnologia e il sistema, non abbiamo fatto altro che estenderlo anche ai non estoni. Stessa cosa per il marketing: non abbiamo speso nulla, la notizia si è diffusa attraverso i media.»
Come decidete a chi concedere la residenza?
«Se sei un criminale di qualsiasi tipo la tua richiesta non viene accettata. E noi non abbiamo il dovere di spiegare perché non vieni accettato: è un benefit, non è un diritto avere l’e-residency. A parte questo, non ci sono criteri specifici: chi la richiede non deve dimostrare di avere un interesse particolare nell’Estonia, la può chiedere chiunque.»
Quante persone vi aspettate che richiedano la e-residency?
«10 milioni di persone nei prossimi 10 anni. Lo so, è un numero alto, ma ci crediamo. Pensi che quando abbiamo semplicemente aperto il portale e dato la possibilità alle persone di mettere il proprio nome e dire “sono interessato” abbiamo avuto 18 mila richieste.»
Non avete paura che qualcuno possa utilizzare la residenza digitale per riciclare denaro o evadere il fisco?
«Secondo la legge internazionale, tasse si devono pagare nel paese dove il valore è stato creato. Se apri un’azienda in Italia con la residenza estone le tasse le paghi in Italia, non a noi. Se apri un’azienda dalla tua cucina, non utilizzi le strade, le infrastrutture o l’elettricità dell’Estonia, perché dovremmo farti pagare le tasse? Noi non entriamo in questo settore, non vogliamo essere un paese offshore.
Piuttosto puntiamo tutto sulla trasparenza: ciò che abbiamo creato è un ambiente semplice per le persone che vogliono avviare un business in Europa. In più abbiamo le leggi sul riciclaggio del denaro più rigide d’Europa: teniamo molto a questo aspetto, anche perché in passato, durante l’occupazione sovietica, abbiamo avuto molte persone che riciclavano denaro attraverso il nostro Paese, ma dopo l’indipendenza abbiamo deciso di voltare pagina e fermare queste pratiche. Non vogliamo solo essere, ma anche comportarci come una nazione occidentale.»
Cosa succederà in futuro ai residenti digitalI?
«Ancora non lo sappiamo. Stiamo creando una base di clienti ma ancora non sappiamo cosa succederà dopo. Siamo proprio come un’azienda digitale che ha milioni di utenti ma ancora non ha un business model che li renda ricchi: siamo come Twitter. Ci sono milioni di persone che lo usano, ma credo che siano ancora in rosso. Noi ancora non conosciamo i benefit che verranno. Stiamo costruendo qualcosa che ora non ci costa nulla ma che ci porterà ad avere una base di clienti che potrà migliorare la nostra economia. Abbiamo creato un ambiente, ma ancora non sappiamo come le persone lo utilizzeranno, non sappiamo ancora quale sarà il target più grande di e-residents, stiamo ancora in una fase di ricerca. Ci sono delle questioni non ancora chiare.»
Per esempio?
«Immaginate se ci fossero più stranieri e-resident che estoni, per esempio 2 milioni di residenti digitali e un milione di estoni. Se diventassero la parte più grande della nostra economia, come dovremo comportarci? Dovremo far pagare loro le tasse? E per quanto riguarda le elezioni? Un e-resident, ora, non ha il diritto di voto o l’eleggibilità: ma se questa comunità dovesse crescere e diventare una parte consiste dell’economia, dovremmo dar loro il diritto di voto? Sono cose interessanti a cui ancora stiamo pensando e a cui ancora non abbiamo risposte certe.»
Se volessimo fare la stessa cosa in Italia sarebbe possibile secondo lei?
«Noi usiamo queste tecnologie da anni, qui c’è un ambiente adatto per creare una comunità di residenti digitali. Per riprodurlo in Italia ci vorrebbe tanto tempo. Serve un ambiente consolidato, non si può fare da un giorno all’altro. L’infrastruttura deve stare lì, e la società la deve accettare, deve essere pronta. Non è così comune, e questa è la nostra prerogativa. Quello su cui puntiamo.»
La prossima frontiera?
«Vuole proprio saperlo? Penso che non ci saranno più le nazioni. La definizione di nazione sta cambiando. Cosa è una nazione? Persone che condividono gli stessi valori; storicamente ci doveva essere un luogo fisico per queste persone. Ma oggi il concetto di territorio è cambiato. Noi abbiamo tutto digitale, anche il voto per le elezioni. Non devi essere fisicamente qui per votare il tuo parlamento. Ci saranno nazioni senza confini, questa è la nostra visione. E vogliamo essere i primi al mondo a offrire questa opportunità.»
Articolo di C. Balena  – ripreso da startupitalia.eu

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