La Cina non vuole essere solo una fabbrica manifatturiera di prodotti da esportare

Un processo inevitabile quello descritto dall’articolo che vi presentiamo. Certo pero’ un ambiente in grado di supportare l’innovazione in tutte le sue forme richiede ben piu’ di una generazione per essere formato, forse anche due. Ma prima o poi lo vedremo sicuramente all’opera, anche se la fantasia e la creativita’ non possono certo essere dirette dallo Stato.

Sappiamo che da anni i mercati sono saturati da prodotti cinesi di esportazione, che una percentuale altissima degli oggetti di uso quotidiano è realizzata in Cina e che mentre il mondo faticava alle prese con la più grave crisi economica dal 1929 l’economia cinese ha continuato a crescere. Questo non rende il sistema economico cinese perfetto – tutt’altro, per molte ragioni – ma anche sul fronte più strettamente economico ci sono settori in cui l’industria cinese deve ancora fare parecchia strada. Uno di questi è la creatività, l’innovazione.

FastCompany racconta come, negli ultimi anni, il governo cinese abbia avviato oltre un migliaio di programmi di istruzione d’eccellenza su tutte le discipline del design, e che abbia finanziato lo sviluppo di centri di design industriale in tutto il paese. Clive Roux, l’amministratore delegato dell’Industrial Design Society of America, si è occupato personalmente della questione e spiega:

«Il governo cinese vuole trasformare il paese da grande fabbrica mondiale a un’economia che punti sui servizi più moderni, e ha dichiarato che per raggiungere questo risultato è necessario puntare sul design industriale»

L’operazione non sarà semplice né immediata. Ciò che la Cina sembra non avere ancora sviluppato, scrive FastCompany, è una sorta di empatia verso regole e umori del consumatore globale: un conto è realizzare un oggetto in grado di funzionare, altra cosa è comprendere cosa determina l’innovazione, il piacere d’uso e la popolarità che quell’oggetto rappresenta. Il concetto stesso di user-centered design (design incentrato sull’utente), che il mondo occidentale sta affinando da anni rendendolo la regola più importante del progetto creativo, è praticamente sconosciuto ai designer cinesi che continuano a progettare secondo il loro gusto, mancando totalmente di sensibilità verso l’utente finale e, quindi, dell’apertura mentale necessaria per realizzare qualcosa di effettivamente innovativo.

La realizzazione di altri principi del design occidentale è ancora a un livello simile di arretratezza: la sostenibilità ecologica, per esempio, è un concetto quasi inesistente. Ma l’ostacolo più difficile da superare, spiega Daniel Altman, a capo del reparto creativo del Dalberg Global Development Advisors, è la mentalità di un paese che da troppo tempo ha basato il suo sviluppo e la sua struttura sociale su una rigidissima impostazione gerarchica.

«Le aziende cinesi conservano una struttura molto verticale, e c’è un rispetto molto sentito per l’anzianità che deriva da tradizioni confuciane vecchie migliaia di anni. Inoltre il Partito Comunista è una struttura parallela a qualsiasi azienda o forma di aggregazione, e rende particolarmente difficile per i giovani sviluppare le loro idee più brillanti»

Per un designer bravo ma alle prime armi è difficilissimo portare le nuove idee all’attenzione dei gradini gerarchici più alti, e praticamente impossibile provare a mettersi in proprio fondando una società autonoma.

Anche le leggi cinesi sulla protezione della proprietà intellettuale sono molto arretrate rispetto alle nostre, ed è molto ristretta l’importazione di cultura e prodotti stranieri che permette alle persone di formarsi un’idea globale su ciò che c’è di nuovo nel mondo, agevolando il confronto creativo.

Il concetto cinese di sviluppo costringe al lavoro in squadra, scrive FastCompany, ma l’innovazione richiede quell’individualità che spinge un singolo a lottare per far avere un’idea migliore delle altre. La cosa positiva, per la Cina, è che ogni anno sempre più ragazzi cinesi vanno a studiare all’estero: questo, sul lungo periodo, potrebbe cambiare le cose.

Articolo ripreso da ilpost.it

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