La Borsa Italiana conta sempre meno sui mercati internazionali

C’era una volta Piazza Affari. L’epoca della Milano da bere, fatta di yuppie, feste e Borsa, è finita tanto tempo fa. Ma ora, dati alla mano, si può suonare il requiem. Come ha rivelato Mediobanca, ovvero la cassaforte della finanza italiana, la Borsa di Milano è crollata dal nono al ventesimo posto nella classifica mondiale delle piazze finanziarie.

Superata da Bombay, Johannesburg, Taiwan, la piccola Borsa Italiana è ora appena sopra Singapore. Dietro al collasso ci sono scelte sbagliate, una cattiva cultura finanziaria degli italiani e un sistema che invece di agevolare la quotazione delle società, la ostacola.

Dagli agenti di cambio all’High frequency trading (Hft), l’evoluzione dei mercati finanziari non ha reso meno utili le Borse tradizionali. L’innovazione portata dai sistemi algoritmici di negoziazione e dalle piattaforme alternative, come le Multilateral trading facility (Mft) introdotte dalla Mifid, non è stata recepita nel migliore dei modi dall’Italia. In un universo finanziario che galoppa, l’Italia ha preferito trottare negli ultimi anni. E il declino non era difficile da prevedere.

L’indagine di Mediobanca lascia senza parole. Dal 2002 a oggi è come se l’Italia avesse perduto soldi su soldi. Nello specifico, la media vede due società quotate l’anno: dal 1861, epoca della Borsa Valori, a oggi si sono quotate 6,5 società ogni dodici mesi, mentre 4,8 sono state cancellate. Mediobanca ha inoltre evidenziato che dal 1990 a oggi i listini hanno perso 20 imprese. Senza quello che una volta era il Nuovo mercato sarebbe stato anche peggio: sono infatti state 45 le iscrizioni e 12 le cancellazioni.

Peggio è andata al valore delle società. Nel 2002 il rapporto fra capitalizzazioni e Pil era del 36,4 %, al 30 giugno 2012 era sotto quota 25 per cento. Prendere in esame la sorella di Borsa Italiana, ovvero Londra, è desolante. Nel 2002 il rapporto fra capitalizzazioni e Pil era a quota 107,7%, mentre a fine giugno era intorno all’82%, nonostante le contrazioni dei corsi azionari degli ultimi cinque anni.

I capitali non sono scomparsi. Si sono spostati. Lo dimostra l’incremento delle quote negoziate nelle piattaforme alternative. In un’industria in crisi, reggono le dark pool. Si tratta di piazze finanziari elettroniche detenute, molto spesso, dalle stesse banche che vi operano. Da Chi-X Delta a Sigma X, passando per Turquoise, le dark pool hanno un vantaggio competitivo che poche altre piattaforme hanno: l’anonimato.

Gli operatori accedono in forma anonima alla negoziazione e, come evidenziato dall’organo britannico di sorveglianza finanziaria, la Financial services authority (Fsa), permettono un miglior incrocio fra domanda e offerta. «Nel 75% dei casi esaminati l’equilibrio dei prezzi viene trovato più velocemente che nelle Borse tradizionali e con un vantaggio per gli operatori», spiegava a fine 2011 la Fsa. In altre parole, più velocità e prezzi migliori. Sulle dark pool i dati diramati dalla Federation of european securities exchanges (Fese) parlano chiaro.

In tutto il 2010 sono state effettuate circa 42 milioni di transazioni, per un controvalore di 500mila miliardi di euro. Nel 2011 la quota è aumentata del 6% per le transazioni e il controvalore per la prima volta ha superato i 55mila miliardi di dollari complessivi. E per il 2012 la tendenza è data continuare. Bats Europe, Burgundy, Chi-Delta, Neuro Dark, Posit, SmartPool, Turquoise MP: ecco i nomi delle dark pool in Ue che stanno mettendo in ginocchio le Borse tradizionali di minore entità, come quella di Milano. Come sottolinea un’analisi del 2010 dell’Association for financial markets in Europe (Afme), l’evoluzione finanziaria sta vedendo un uso sempre maggiore di questo genere di architetture finanziarie. «Velocità di esecuzione, miglior prezzo finale, ottimizzazione delle transazioni e unità centralizzate di controllo: il futuro è della tecnologia», scrivevano gli analisti dell’Afme. Avevano ragione.

La domanda che in molti operatori si stanno ponendo è a cosa realmente serve Borsa Italiana. «Che senso ha adesso? Tutto è a Londra, a Milano c’è solo un bellissimo palazzo (Palazzo Mezzanotte, ndr) e stop», spiega a Linkiesta un trader della divisione Fixed Income del Credit Suisse. In questo caso, l’unione non solo non ha fatto la forza, ma ha anche cancellato diversi posti di lavoro. Nell’ottobre 2007 la fusione fra Borsa Italiana e la London Stock Exchange, la Borsa londinese, doveva permettere alla compagine italiana di guadagnare valore, competenze strategiche e quote di mercato. Il risultato di questa integrazione è stato invece influenzato dalla peggiore crisi economico-finanziaria dal Secondo dopoguerra. E da scelte sbagliate.

Un altro capitolo pieno di incognite è l’accesso di società italiane al mercato dei capitali. Se è vero che nell’attuale periodo storico è l’incertezza a guidare le scelte strategiche delle imprese, è altrettanto vero che dal crollo di Lehman Brothers, la quarta banca di Wall Street, è in corso una demonizzazione della finanza.

L’ultimo capitolo è l’introduzione della Financial transaction tax, l’evoluzione della Tobin Tax di circa quarant’anni fa. Secondo le prime stime del governo è possibile che la riduzione degli scambi in Borsa Italiana sia nell’ordine del 30 per cento. E questo significa, prima di tutto, nel settore finanziario una riduzione dei posti di lavoro: fra 20 e 30mila unità, secondo le stime di Directa Sim. Le previsioni contenute nella Relazione Tecnica del disegno della Legge di stabilità lasciano poco spazio all’ottimismo. «Si è stimato un coefficiente di riduzione del 30% per ciò che riguarda le compravendite azionarie e, in misura più marcata, dell’80% per i prodotti derivati», spiegano i tecnici del governo. Eppure, secondo Lombard Street Research e Directa Sim si tratta di stime troppo ottimiste. Per la casa d’affari londinese, fra le prime a effettuare il calcolo delle possibili perdite su Piazza Affari, c’è «la significativa possibilità di un massiccio esodo da Milano verso Londra». Nello specifico, circa il 40% degli scambi sull’azionario e l’86% sui prodotti derivati. Un carnaio.

Conviene quotarsi a Piazza Affari? Apparentemente no. Sono emblematici i casi di Philogen, Moncler e Rhiag. Tre matricole, il cui collocamento è stato bloccato a ridosso del lancio, per ragioni diverse. Philogen era di fatto un’azienda monomandataria e, una volta perse le commesse di Bayer, ha dovuto fare marcia indietro. Moncler e Rhiag hanno ripensato l’operazione dopo che i fondi di private equity, tramite le loro partecipazioni, hanno calcato la mano sul prezzo di quotazione. E sono ancora ben presenti nella mente degli investitori i casi come quello di Benetton, uscito da Piazza Affari. Come ha spiegato Francesco Manacorda su La Stampa nello scorso febbraio, le ragioni di quella scelta non erano prevalentemente commerciali. «Più sensato vederci dietro un ruolo della Borsa e del mercato finanziario che, come sempre in momenti di crisi, andrà ripensato. Magari cercando di capire perché per le imprese italiane, storicamente a corto di capitale e troppo spesso appoggiate alle e dalle banche, Piazza Affari non sia la scelta naturale che potrebbe essere», argomentava Manacorda. E dire che nel novembre 2007 il numero uno di Borsa Italiana, Massimo Capuano, difendeva con forza l’unione con il London Stock Exchange: «Il matrimonio inglese farà bene alle piccole».

L’anno scorso Giampio Bracchi, presidente dell’Associazione italiana del private equity e venture capital (Aifi), ha apertamente criticato la fusione fra Milano e Londra. «Piazza Affari è una Borsa che non riceve, l’integrazione con il London Stock Exchange non ha portato visibili benefici», disse Bracchi. Se è vero che gli scambi sono aumentati dopo l’integrazione, è altrettanto vero che il numero delle imprese quotate è drammaticamente basso rispetto alla concorrenza. Colpa, secondo un’analisi di Morgan Stanley, di due fattori: costi troppo elevati e poca informazione finanziaria. «La media dei costi per una quotazione in Borsa Italiana è di sette volte superiore rispetto a Francoforte e cinque volte in più rispetto alla sorella London Stock Exchange», spiegano gli analisti della banca statunitense. Le Ipo di Londra, NYSE, Shanghai, Toronto, Singapore sono inoltre avvantaggiate da un appeal finanziario di maggiore entità. «Il tipico investitore italiano è più attirato dalle obbligazioni statali, piuttosto che dalle azioni: questo è un sintomo di arretratezza della cultura finanziaria in Italia», continuano gli analisti.

Come evidenziato anche da un’analisi interna del London Stock Exchange Group, risalente al 2010 e che Linkiesta ha potuto visionare, solo il 22% degli investitori intervistati avevano espresso la possibilità di investire più sul mercato azionario che su quello obbligazionario nell’arco temporale 2011- 2015. La buona performance dell’ultima tornata di BTP Italia lo ha confermato.

Il futuro di Piazza Affari è carico d’incertezza. Saprà reagire Borsa Italiana? Non è dato saperlo. Per ora l’unica certezza è che l’opera artistica di Maurizio Cattelan, il dito medio alzato, rimarrà di fronte a Palazzo Mezzanotte per i prossimi 40 anni. E nel frattempo, bisognerebbe chiedersi se piccolo è bello? Quando si tratta di piazze finanziarie, no. Eppure, il provincialismo italiano nella finanza continua.

 

Articolo ripreso dal sito linkiesta.it

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