L’Europa e l’Euro di Trichet hanno salvato l’economia europea

Il costo di opportunità di una decisione aumenta a in proporzione a quanto sarebbe costato non prenderla o prenderne una diversa. Questo ragionamento per assurdo, formulato nel 1914, è diventato popolare nel 1987 grazie al rapporto “Il costo della non-Europa” del grande Paolo Cecchini e all’entrata in vigore dell’Atto unico europeo, che ha aperto la strada al mercato unico europeo creato nel 1992.

Arrivato alla fine del suo mandato di otto anni, oggi il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet può tirare le somme del suo operato. La speranza è che annunci il ribasso del tasso di riferimento (l’inflazione è sotto controllo nei pressi del 2 per cento) o quanto meno che abbia avviato un processo in tal senso lasciando la decisione al suo successore Mario Draghi. Quale sarebbe stato il costo di non avere Trichet? Quali sarebbero le conseguenze se Draghi dilapidasse l’eredità del francese?

Gli errori della Bce sotto la guida dell’ex governatore della Banca di Francia sono stati sostanzialmente due. Il primo è stato commesso nel giugno del 2008, quando Trichet ha innalzato il tasso d’interesse subito dopo che l’inflazione si era stabilizzata e nonostante il disastro della Grande recessione scatenata dal crollo della Lehman Brothers nel mese di settembre. Il secondo è stata la timida gestione politica dell’acquisto dei titoli di stato dei paesi periferici in due momenti diversi, all’inizio del mese di maggio del 2010 e nell’agosto scorso, quando le turbolenze sui mercati hanno determinato un sensibile aumento del differenziale del debito italiano e spagnolo rispetto a quello tedesco. Quelli di Trichet sono stati errori tipici di un ortodosso.

Sull’altro piatto della bilancia ci sono gli aspetti positivi. Durante il mandato di Trichet la Bce ha lasciato alle banche un ampio margine di liquidità e ha diversificato le scadenze, scongiurando la paralisi totale del sistema finanziario; ha acquistato nel mercato secondario buoni del tesoro dei paesi periferici per un totale di oltre 156 miliardi di euro (pochi in confronto alla Federal Reserve, troppi per i puristi), mantenendo a galla più di uno stato; ha sorretto il debito pubblico dei paesi in difficoltà accettando come garanzia obbligazioni di dubbio valore dalle banche che chiedevano credito, e infine ha condotto operazioni coordinate con altre banche centrali per offrire liquidità alle banche europee in tre diverse occasioni: dopo il crollo della Lehman e nel febbraio e nel settembre del 2011.

Arbitro rispettato

Il costo dell’assenza di Trichet è dimostrato dalla virulenza dei suoi detrattori. I due principali mentori del radicalismo, entrambi tedeschi, si sono dimessi quest’anno. Axel Weber, presidente della Bundesbank e successore designato di Trichet, ha sconfinato platealmente dalle proprie competenze criticando in pubblico l’acquisto dei buoni del tesoro dei paesi vulnerabili. Questo elogio dell’austerità (altrui) ha aperto a Weber la strada verso il vitello d’oro, sotto forma della presidenza della banca svizzera Ubs: quanta virtù luterana! Lo stesso discorso vale per l’ineffabile Jürgen Stark, che si è defilato per gli stessi motivi. Entrambi rimproveravano al governatore della Bce di andare oltre la missione di controllare l’inflazione e di preoccuparsi della stabilità economica e della crescita, obiettivi a quanto pare blasfemi.

L’economista dell’Fmi Pau Rabanal è convinto che Trichet “ha mantenuto una politica monetaria relativamente ambiziosa” ma anche “sacrificato gli obiettivi legati all’inflazione sull’altare di una maggiore crescita economica e della creazione di posti di lavoro”, nonostante la sua rinuncia ad abbassare il tasso di riferimento lo abbia messo in rotta di collisione con alcuni politici, come il presidente francese Nicolas Sarkozy. Trichet ha difeso con le unghie l’indipendenza della sua carica dagli attacchi di Sarkozy, sostenendo il carattere automatico delle nuove sanzioni del Patto di stabilità, e lo stesso ha fatto con Angela Merkel, resistendo strenuamente all’insolvenza della Grecia nei confronti delle banche private.

Se la crisi dell’euro non è stata la pietra tombale dell’Europa il merito è della Bce e della sua disponibilità a trasformarsi in finanziatore d’emergenza e in arbitro rispettato dai mercati. Trichet è stato il protagonista principale della creazione del fondo di salvataggio, non ha risparmiato le critiche nei confronti delle agenzie di rating e ha portato avanti il progetto di un ministero dell’economia europeo. Niente male, in fin dei conti.

Articolo ripreso da presseurop.eu