Innovazione e capacita’ di competere sui mercati internazionali il problema dell’Italia

carlo_marinoniRitrosia a usare le tecnologie avanzate. Un generazione di imprenditori “che si farebbe ancora stampare le email dalla segretaria”.  Imprese che rischiano ben presto di andare fuori mercato per non aver investito in tempo. E investimenti che devono essere non solo finanziari ma in cambio di mentalità. A metterli in fila c’è da preoccuparsi. Carlo Marinoni, senior partner della società di consulenza per le imprese Gea di Milano va dritto al punto: per le aziende italiane il ritardo nello stare al passo con i processi innovativi che stanno cambiando il mondo è soprattutto nelle teste. Per “salvarci” siamo ancora in tempo. In questo intervista spiega come e perchè.

Lo sviluppo dell’innovazione, in particolare, nell’high tech sta diventando una sfida “inevitabile” per le imprese, ma non tutti gli imprenditori ne sono consapevoli. Come mai?

La velocità di cambiamento è fortissima e un imprenditore che ha fatto fortuna nel “vecchio mondo” rischia di restare ancorato a dei paradigmi che non esistono più.  Stare al passo con la tecnologia è complesso e registriamo, purtroppo, ancora una certa ritrosia da parte di una buona parte degli imprenditori all’utilizzo di tecnologie avanzate. Non dimentichiamoci che l’Italia, da un punto di vista imprenditoriale, si conferma ancora un Paese di “anziani”; se non fosse stato per il fenomeno Apple che li ha “obbligati” ad un bel training per l’utilizzo di iPhone e iPad, diversi manager oggi si farebbero ancora stampare le email dalla segretaria. In una situazione di questo genere, è sicuramente difficile far intuire lo sviluppo dell’innovazione high tech.

Quali saranno i settori che, nei prossimi anni, ne beneficeranno di più? E quali quelli maggiormente in ritardo?

Nessun settore sarà escluso dall’high tech. Ovviamente, ambiti come l’editoria, ad esempio, saranno investiti in pieno dallo tsunami digitale (sia in termini di contenuti, ma anche di produzione e servizio ), ma anche un produttore di macchinari “very old economy” ne sarà coinvolto. Infatti, se non è in grado di capire oggi il tema della manutenzione preventiva con le macchine connesse in rete, l’opportunità della semplificazione dell’interazione uomo/macchina o le extra funzionalità che si possono offrire grazie alla disponibilità di sensoristica avanzatissima e a basso costo, si troverà ben presto fuori dal mercato.  Le aziende maggiormente in ritardo, absit iniuria verbis, sembrano essere quelle che pensano di non venire toccate dall’high tech, come il tessile, che invece non farà eccezione, non fosse altro che per il processo di vendita e la digitalizzazione della catena distributiva.

Sono necessari, per forza, investimenti ingenti?

Sì, sono necessari investimenti assolutamente ingenti.  Ma non monetari, in primis di formazione, di cambio di mentalità, di rinnovo delle competenze.  Dipartimenti di progettisti meccanici, si devono trasformare in dipartimenti di progettisti tecnologici (non necessariamente informatici). Professionalità come controllisti, disegnatori di hardware, esperti in ergonomia cognitiva saranno sempre più necessarie al posto delle professionalità che siamo abituati a trovare oggi negli uffici tecnici. Anche in Italia si inizia a sentir parlare di figure come il Chief Digital Officer; le aziende vanno aiutate a comprendere che l’innovazione e il cambiamento ormai non sono più una scelta ma un must, e devono mettere in preventivo di farsi accompagnare nell’implementazione di queste scelte strategiche.

Il ritardo italiano non ha a che fare con una atavica idiosincrasia per le spese in ricerca e sviluppo?

Personalmente, non sono sicuro che l’Italia abbia tanto ritardo anche rispetto ai paesi più avanzati, così come penso che le nostre spese in ricerca e sviluppo, a livello aziendale, non siano così più basse rispetto agli altri Paesi.  Tutti gli investimenti che un’azienda come Arena, per esempio, focalizza nello sviluppo di nuovi tessuti tecnici e costumi da competizione non sono contabilizzate nelle statistiche come investimenti in R&D, perché il prodotto finale non è “elettronico”.  L’essere forti nelle 4 A (Abbigliamento, Alimentare, Arredo, Automazione) ci fa uscire dalle normali statistiche.  L’Italia, almeno per ora, se la può giocare alla pari con gli altri.  Detto questo, non mi esprimo sulla situazione nel settore pubblico che è decisamente diversa e più critica.

Cosa può fare il governo per aiutare le imprese a stare al passo con l’innovazione?

Vorremmo dire… può lasciarle in pace, che già sarebbe molto. Se proprio volesse fare qualche cosa, si potrebbe ripensare al “sistema di incentivi”, a degli sgravi fiscali a chi fa investimenti in questo senso: perché “premiare” chi estrae soldi (e quindi risorse) dall’azienda attraverso dividendi o rivalutazione della propria quota e successiva vendita e non chi invece reinveste i propri utili?  Occorre aiutare chi investe in innovazione e high tech (che significa anche assunzione di personale qualificato) e non chi depaupera l’azienda. Trovo potenzialmente interessante la recente proposta di Confindustria Digitale di cunei fiscali bloccati su nuovi occupati con competenza digitali oppure l’utilizzo dei fondi della UE per favorire l’inserimento di giovani all’interno delle piccole aziende per avviarle alla digitalizzazione.

 

Articolo ripreso dal blog di Luca Pagni su Repubblica.it

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