Incagli e sofferenze continuano a non mancare nelle banche italiane

Alle imprese serve capire come mai ancora oggi nel 2015 in banca vengono accolte con una certa diffidenza quando parlano di avere nuovo credito. Agli analisti finanziari può aiutare per capire che lo stato di salute delle banche italiane è ancora sul malaticcio per colpa del tasso di ingresso delle nuove sofferenze, anche se le performance delle singole banche stanno cominciando a cambiare e premiare chi ha assunto prima contromisure efficaci per il controllo del credito.

La sostanza è però che mentre i prestiti alle imprese calano meno rispetto al passato, il numero di posizioni di credito verso le imprese che vengono classificate a sofferenza o a incaglio non sta calando granché.

In particolare

  • i tassi di ingresso di nuove sofferenze stiano calando ma molto lentamente e non ovunque
  • le nuove sofferenze che arrivano da PMI e Grandi Imprese siano sempre superiori a quelle delle micro e piccole imprese con meno di 20 addetti, tranne in Campania
  • i tassi di ingresso siano nettamente superiori al Centro-Sud
  • accumulare nuove sofferenze al ritmo annuo del 3-6% sul totale dei crediti (sofferenze incluse) sia un valore ancora in zona pericolosa.

E i numeri continuano a essere impressionanti. In 4 delle principali regioni che determinano l’andamento della nostra economia la quota di prestiti alle imprese che ha problemi seri o molto seri di rimborso oscilla tra il 23% e il 33%.

Ancora una volta la percentuale del credito deteriorato verso piccole e micro imprese è inferiore a quella delle medie e grandi, con la sola eccezione della Lombardia dove viaggiano abbastanza appaiate.

Il significato pratico di questi numeri non è limitato al fatto che da questo 25-30% di prestiti ‘malati’ scaturiranno miliardi di nuove rettifiche sui bilanci futuri (gli incagli con rettifiche al 20% o tornano in bonis o richiedono un altro 30% di rettifiche).

Significa che in banca il personale si sta affannando e gestire i buchi sul tetto da dove piove, dedicando proporzionalmente meno tempo a quel 75% di clienti ragionevolmente tranquilli (anche se non si puo’ mai sapere…).

Significa temere a ogni telefonata le cattive notizie di qualche nuovo concordato. Negli ultimi casi che ho ascoltato le percentuali offerte alle banche nel concordato variavano tra l’1% e l’8%, non grande cosa se hai accantonato il 20% sull’incaglio oppure il 50-60% sulla posizione a sofferenza.

Tutto questo è abbastanza ovvio e logico, manca la liquidità, le imprese diventano insolventi in tempi anche inaspettatamente brevi. Alcune volte proprio a causa di un mancato rinnovo di fidi con richiesta di rientro (questo non significa che sia sempre colpa delle banche come a volte in TV si vuole fare credere).

Si poteva evitare questo tracollo? Ragionevolmente no, l’effetto combinato di crisi economica e di crisi di liquidità è stato potentissimo sulle imprese, ma dopo 7 anni sarebbe stato ragionevole vedere i numeri flettere, andare sotto controllo e così non è. Si poteva sicuramente ridurre l’effetto se non si fosse continuato a erogare finanziamenti un po’ a capocchia fino al 2011. Adesso continua ad arrivare il conto.

 

Articolo di F_Bolognini, ripreso dal sito linkerblog_biz

 

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