Il problema delle fondazioni bancarie e la proprieta’ delle banche

Uno degli elementi che all’estero sconvolge di piu’ delle caratteristiche dell’Italia di oggi e’ la generazione dei figli ‘bamboccioni’ – come sono stati definiti dall’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa – che per vantaggi o obblighi economici rimangono nel nido di casa fino al raggiungimento della mezza eta’. Nel nord d’Europa e’ un comportamento considerato anacronistico e verrebbe rigettato sia dai genitori che dalla loro prole. La soluzione dal punto di vista finanziario torna comoda al figlio, ma non gli consente di assumersi le sue responsabilita’ e “aprirsi ad altri mercati”, strozzandone la crescita per vie indipendenti.

Per certi versi e’ quello che succede anche con le banche controllate dalle Fondazioni madre. Il caso piu’ noto e “illegittimo” e’ quello di Monte Paschi di Siena, la terza per importanza del nostro Paese e anche la piu’ antica al mondo. Nata nel 1472, il suo controllo e’ saldamente nelle mani dei gruppi di potere dei partiti e dell’economia. A Siena lo chiamano ironicamente “il groviglio armonioso”.

Ma la ragnatela di poteri – un’anomalia italiana – e’ diffusa in tutto il paese. Sono tanti, infatti, gli esempi simili di intreccio dannoso tra fondazioni e banche, tramite un complesso filo di rapporti che lega potere politico e sistema creditizio. Nel caso di MPS e’ stata violata la legge Ciampi, ma il solo fatto che sia accaduto per 13 anni e che ce ne siano voluti altrettanti per denunciare la situazione, fa capire bene che nel sistema c’e’ una falla che nessuno ha mai potuto – o voluto – riparare.

Lo stesso Giuliano Amato, il padre effettivo delle Fondazioni bancarie con la legge Amato-Carli del 1990, a seguito della loro creazione, temette aver creato una serie di mostri Frankenstein, che, svincolandosi dalle norme legislative, avrebbero finito per sfuggire al controllo della vigilanza diventando viva espressione di un intreccio esplosivo di poteri.

Poi, con la “legge Ciampi”, Amato si rassenerò in qualche modo, tranquillizzato da un assetto normativo che, a suo parere, forse sarebbe riuscito a garantire una disciplina più o meno organica agli istituti. Gli anni successivi e la realtà odierna hanno smentito il suo sospiro di sollievo.

Gli 88 enti, nati per dare inizio a una nuova era del sistema bancario in Italia, non sono infatti riusciti, nella maggior parte dei casi, a essere alla stregua di istituti totalmente autonomi, soprattutto no-profit – in quanto questa avrebbe dovuto essere la loro natura. Il risultato è che il cordone ombelicale con la politica non solo non è stato mai reciso, ma anzi si è rafforzato. E non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che chi prende le decisioni più rilevanti, all’interno della Fondazione, sono i consigli generali (noti anche come comitati d’indirizzo o commissioni centrali di beneficenza), la cui composizione viene decisa dagli enti del territorio, in particolare da Comuni e Province.
LO STRANO CASO DI LEGA E UNICREDIT
Eloquente è stato il caso di Unicredit, banca numero uno in Italia, ostaggio di Cariverona, emanazione quasi naturale del potere della Lega, che ha pilotato i destini della dirigenza dell’istituto di Piazza Cordusio, decidendo di estromettere prima Alessandro Profumo dalla carica di amministratore delegato, e poi il presidente Dieter Rampl. La Fondazione Cariverona, diventata tra l’altro a inizio gennaio primo azionista italiano di Unicredit dopo che CRT ha ridotto la propria partecipazione nella banca, ha di fatto avuto carta bianca nel prendere le decisioni. Che poi si trattasse di decisioni che andavano a favore o meno della redditità dell’istituto, quello era un dettaglio. L’importante è che fosse soddisfatta la Lega visto che, su 30 membri del consiglio generale dell’ente, almeno 22 erano stati nominati dagli enti territoriali di matrice leghista.

E’ stato insomma il Carroccio a pilotare in tutti questi anni il destino di Unicredit e la Fondazione Cariverona, tanto che alla fine le Fondazioni, hanno mostrato il loro volto più umiliante: quello di essere meri strumenti che hanno permesso alla politica di fondersi in un rapporto simbiotico con la finanza.

Le Fondazioni non sono state però solo i mezzi con cui la politica locale ha tentato di proteggere i propri interessi territoriali, frenando in alcuni casi i processi di internazionalizzazione delle suddette banche. In effetti, sarebbe troppo semplicistico presentare le banche alla stregua di vittime indifese della politica, e anche falso, considerata la realtà attuale di totale finanziarizzazione dell’economia, in cui riuscire a individuare i confini tra politica e finanza risulta spesso un compito vano. E in cui a vincere, alla fine, sono sempre l’alta finanza e il mondo dorato delle lobby.

“Le Fondazioni, con la loro natura di enti apparentemente no-profit (solo sulla carta) sono state molto convenienti per le stesse banche che, sotto il loro ombrello e dietro la loro facciata, hanno operato in modo indisturbato e nascosto, agendo nell’ombra, e mettendo in atto quelle operazioni di natura speculativa e predatrice che sono tipiche della finanza”, ha affermato in un’intervista a Wall Street Italia Andrea Fumagalli, docente di economia presso l’Università di Pavia.

Ma possibile che la Banca d’Italia sia rimasta a guardare impassibile l’esito fallimentare della legge Amato, senza fare mai niente? Possibile che Monte dei Paschi di Siena, diretta dalle fila del Comune di Siena e dei suoi politici che l’hanno di fatto governata tramite il mezzo della Fondazione, non abbia mai sconcertato l’autorità di vigilanza?

“Ma Bankitalia avrà guardato anche con favore all’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps, chiudendo un occhio” di fronte a un’operazione che avrebbe generato un buco colossale nel bilancio dell’istituto senese, aggiunge Fumagalli.
BANKITALIA E BCE NON HANNO LA COSCIENZA A POSTO
“Io credo che la Banca d’Italia non abbia la coscienza del tutto tranquilla” nel caso della bomba dei derivati di Monte dei Paschi di Siena. Il fatto che l’organo di vigilanza avesse già ravvisato irregolarità contabili nell’istituto, che sapesse già del Progetto Santorini, com’è risultato dagli ultimi documenti, è di per sé una ammissione di responsabilità indiretta”.

La questione è quanto risulti ormai svuotata di significato la stessa attività di vigilanza sulle banche e sui mercati, a danno del piccolo azionista. “Ho una fiducia totalmente scarsa in queste istituzioni cosiddette neutrali, e includo in queste la stessa Bce. Anzi, più le banche centrali vengono definite autonome, più in fondo sono dipendenti da livelli di governante superiori”.

A trionfare è sempre la speculazione insomma. Ma è la politica che controlla la finanza, o la finanza che controlla la politica? “I veri dominatori sono gli interessi economici. Sono questi che alla fine riescono a cooptare parte della politica”, conclude Fumagalli. E’ la politica insomma, che è alla mercé della finanza, non viceversa. Ne consegue che i politici italiani fanno parte della categoria ben numerosa dei servi della speculazione (e si permettono pure di fare la voce grossa contro i giudizi sull’Italia da parte delle agenzie di rating).

Meno pessimista sul ruolo delle Fondazioni è Giuseppe Sapelli, storico dell’economia alla Statale di Milano e ricercatore emerito presso la Fondazione Eni Enrico Mattei, che a ogni modo riconosce che “sarebbe stato meglio se non fossero mai nate, visto che con il tempo hanno tradito lo spirito originario della legge che aveva dato loro vita e che richiedeva, come prima cosa, che le Fondazioni uscissero dalle banche”.

Così invece non è stato, in quanto si sono poi succedute altre norme e “tutto il resto è stato una grande confusione. Si è fatto un grande pasticcio“, e il meccanismo delle stesse nomine dei dirigenti “è diventato meno trasparente di quello che era prima della creazione di questi enti”, visto che si tratta di nomine che “sono sempre più spesso frutto di accordi sotto banco” che non fanno alla fine l’interesse delle banche”.

“La Fondazione si è ostinata a mantenere il controllo e la legge Ciampi non ha funzionato a dovere. Per questo sono convinto che andrebbe cambiata”, aggiunge Stefano Fassina, economista del PD. Come? “Rafforzandola, per evitare in futuro che qualche Fondazione possa avere la tentazione di riprendere il controllo delle banche partecipate”.
RAPPORTO INCESTUOSO: “BANCHE DEVONO ESSERE INDIPENDENTI”
Come sempre, in Italia bisogna aspettare il morto in un incidente stradale all’incrocio prima di riparare un semaforo che non funziona. Le Fondazioni – istituite appunto nel 1990 con la legge-delega Amato-Carli – sono servite in quel periodo per rispondere all’esigenza di sottrarre le banche italiane dal controllo pubblico per ricollocarle sul mercato, quotarle in Borsa e renderle allettanti per gli investitori stranieri.

Ma ne e’ derivato un sistema malsano e ben poco attraente per chi vuole entrare con dei capitali dall’estero. Uno schema predefinito in cui Comuni e Province giocano un ruolo essenziale per la rete gestionale delle Fondazioni e di conseguenza degli istituti di credito. Una struttura familiare che favorisce la stabilita’, anche economica, ma che non consente vaste prospettive di crescita. Proprio come il figlio che a 40 anni vive ancora con i genitori.

Mentre le banche entravano in borsa, le casse di risparmio hanno seguito la strada dello scorporo dalle aziende bancarie e la trasformazione in Fondazioni. A quel punto hanno assunto la configurazione di holding pubbliche, aventi possesso del pacchetto di controllo della banca partecipata. Cio’ senza tuttavia poter realizzare attivita’ bancarie, dal momento che per esse vige il divieto di esercitare fini di lucro. Sono poi i partiti a scegliere chi comanda nelle Fondazioni.

“Per loro natura sono rapporti incestuosi quelli fra le banche e le Fondazioni, perché queste ultime detengono quote di maggioranza negli istituti e di riflesso hanno implicazioni con chi li governa”, osserva da Empoli Gabriele Roghi, gestore di Invest Banca. Poi c’è l’altra faccia della medaglia. “Queste Fondazioni nominano anche istituzioni politiche perché questo fa parte della loro natura”. “Il tentativo di riscrivere nuove normative relative alle Fondazioni bancarie è stato attuato: si è trattato di un processo per modificare questi aspetti politici, c’erano le migliori intenzioni, ma non si è riusciti a implementarli”, ricorda l’esperto.

La soluzione? Secondo Roghi sarebbe quella che le banche fossero indipendenti da chi le gestisce, ossia che “le Fondazioni non avessero voce in capitolo o qualora questo non fosse possibile facessero gli interessi delle banche, non di una parte di esponenti politici”.
“MPS FENOMENO DI UN POTERE ORMAI COLLASSATO”
La Fondazione Monte Paschi ha promesso di essere pronta ad abbandonare un altro 10% del controllo della banca, non appena le condizioni di mercato saranno piu’ favorevoli. E’ il caso dell’istituto ad avere aperto il il capitolo delicato del rapporto incestuoso tra Fondazione e banche.

Secondo l’economista Stefano Cordero di Montezemolo il passo indietro della Fondazione portera’ gradualmente a un legame per lo meno piu’ trasparente. “Credo sara’ nelle cose, perche’ per salvare quella banca sara’ necessaria una tale immissione di capitali che la Fondazione non sara’ in grado di sostenerla, quindi giocoforza scendera’ a dei livelli di controllo molto inferiori a quelli attuali”.

Il dato circa la percentuale di controllo della Fondazione e’ l’evidenza che il Monte dei Paschi sia il fenomeno di “un potere che e’ ormai collassato”. “E’ l’unica Fondazione cui e’ stata data la possibilita’ di derogare le normative e direttive che l’allora ministro Tremonti aveva prescritto perche’ le Fondazioni uscissero dal controllo dominante sulle banche”.

Interpellato da RaiNews 24, l’economista aggiunge che c’e’ bisogno di una riforma del sistema bancario a livello mondiale e non solo una riforma del sistema Fondazioni italiano, che da parte sua potrebbe a ogni modo certamente favorire l’ingresso di capitali stranieri. Ma questo non basta.

“Il sistema e’ stato fallimentare e ha portato disastri che continuano a perdurare“. Bisogna per questo andare verso banche che siano specializzate per funzioni. “Se si vuole veramente fare l’Unione Economica Europea, ci vuole un’integrazione profonda tra le banche, per avere un mercato di capitali a sostegno dello sviluppo”. Rispettando un bilanciamento tra grandi banche di dimensioni europee e piccoli istituti che siano di supporto al territorio.
SIENA NON E’ UN CASO ISOLATO
Come sottolineato di recente da Tito Boeri in un articolo pubblicato su La Repubblica, e’ inutile che ci si nasconda dietro alla ‘scusante’ della mela marcia, che ha tenuto un comportamento illegittimo. Il problema e’ diffuso eccome. Non e’ circoscritto a Siena, ma riguarda anche Milano, Torino, Verona, Sassari e Palermo, per citare solo alcune delle altre citta’ centri di una ragnatela di poteri.

Se non si interveniente in tempo, tanti altri “Mussari” potrebbero finire a fare i funzionari delle piu’ importanti banche del paese. “Le Fondazioni hanno avuto e hanno tuttora, come dimostra il caso di Mps, un ruolo deleterio nelle banche, in quanto mettono paletti a seconda del loro interessi particolari e nominano funzionari che non sono forniti delle giuste competenze”, ha affermato in un colloquio telefonico con Wall Street Italia il coautore dell’articolo su Repubblica, l’economista della Bocconi Roberto Perotti.

Essendo le banche controllate da alcune fondazioni di riferimento, il ruolo degli enti territoriali – e quindi della politica – risulta determinante per la definizione degli assetti negli istituti. Beneficiando del credito sia imprese sia partiti, il controllo delle banche offre ai politici uno strumento ideale per guadagnare consensi e favori economici.

Le Fondazioni si sono sempre difese sostenendo che partecipare a aumenti di capitale e altre manovre finanziarie e’ la conferma del loro impegno a sostenere le economie dei territori dove operano. Ma in un mercato libero sano non e’ accettabile che un esponente regionale o comunale suggerisca in maniera esplicita ad una banca internazionale di avere un occhio di riguardo per le imprese del “suo” territorio.

La legge di controllo delle Fondazioni bancarie, insomma, esiste, ma non viene applicata bene. Se fossero gestite bene e fossero veramente conformi alla legge, le Fondazioni sarebbero una risorsa per il paese e per i territori, che attraverso le loro rappresentanze e forze civili potrebbero essere protagoniste delle risorse a disposizione in maniera trasparente.

Va poi aperta una parentesi parallela su due situazioni dannose che questo intreccio malato finisce per creare. Una riguarda la carenza di sovranita’ da parte dei cittadini. Come ha piu’ volte denunciato il partito Radicale, “le fondazioni non gestiscono i propri soldi o quelli di risparmiatori che scelgono di affidarglieli, ma soldi di cittadini che mai hanno scelto di consegnarglieli”.

L’altra – estremamente paradossale – e’ costituita dal fatto che le banche, e indirettamente le fondazioni bancarie, prestano soldi ad imprese delle quali detengono quote azionarie. Un conflitto di interessi pericoloso in cui debitore e azionista finiscono talvolta per essere la stessa persona.

In un paese normale la bufera sui derivati e lo scandalo sulle perdite nascoste ad hoc – di cui sapeva anche l’organo di controllo di Bankitalia – che hanno travolto Monte Paschi sarebbero diventate la punta dell’iceberg per poter fare trasparenza sugli interessi incrociati tra oligarchie economiche e politiche. In un percorso naturale che porti gradualmente all’uscita delle Fondazioni dall’azionariato delle banche e da qualunque impresa.

Perotti, professore ordinario di Economia Politica presso l’Università Bocconi di Milano con dottorato al MIT ritiene che una soluzione, ritiene che per recidere la commistione con la politica, un’idea potrebbe essere quella di “costringere le Fondazioni a uscire dal capitale delle banche e a non investire più né in istituti di credito o imprese, quanto in indici azionari e obbligazionari, o altri strumenti di liquidità”.

 

Articolo ripreso dal sito Wallstreetitalia.com

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