Il PIL dell’Italia continua a scendere

La recessione italiana si fa più dura, accelera in velocità e colpisce dove fa più male. Non è solo il dato del secondo trimestre in quanto tale a preoccupare, con una caduta del Pil dello 0,7 per cento congiunturale e del 2,5 per cento su base tendenziale, cioè proiettata sull’anno.

Il fatto più preoccupante è che a giugno la caduta si fa più intensa nella produzione industriale, che registra un -7 per cento cumulato su base semestrale 2011 e un -8,2 su base annuale 2012. Per un mercato come quello italiano, che realizza gran parte della sua crescita potenziale dall’ export manifatturiero dopo più di un decennio di asfissia del mercato domestico che pure vale il 75 per cento del Pil, la caduta dei volumi manifatturieri implica fatica crescente anche sui mercati Esteri, dove i valori realizzati dalle imprese italiane erano superiori al 2007 malgrado ormai 30 punti di volumi industriali in meno.

Si tratta di numeri che dovrebbero far riflettere molto a fondo la politica italiana, che ieri invece è stata di nuovo attraversata da una ventata di eccessi in reazione alla dichiarazione attribuita dal Wall Street Journal a Monti, per cui senza il governo tecnico lo spread italiano sarebbe a quota 1200 punti.

Lo stato delle cose dovrebbe bandire sparate di ogni tipo, e reazioni pavloviane a eccessi mediatici. Al contrario, le fibrillazioni da avvicinamento delle elezioni politiche portano in direzione opposta, e perquanto fisiologico e comprensibile sia ciò di sicuro non fa bene all’Italia. Due sono i maggiori aspetti sui quali l’agenda nazionale dovrebbe rimanere ben salda e convergente nelle priorità.

C’è un primo grande problema, che riguarda il breve termine, le competenze e il sostegno da garantire all’attuale governo, e il quadro europeo attraversato dalle ben note difficoltà di confronto tra la guida tedesca ed eurodeboli tra i quali noi. Qualche giorno fa Louis Bacon, capo di Moore Capital Management, che è uno dei maggiori fondi hedge mondiali, ha annunciato la decisione di retrocedere ai suoi investitori un quarto dei due miliardi di dollari che gestisce personalmente, nell’impossibilità di capire entro i prossimi mesi dove potrà davvero portare il no di Angela Merkel e della Bundesbank a strumenti più eurocooperativi.

Nel breve, invece di continuare a incorporare per banche, famiglie e imprese italiane spread di finanziamento nell’ ordine di 450 punti base, occorrerebbe pensare a un programma straordinario di dimissioni pubbliche da collateralizzare il più possibile in Bce, in modo da ridurre o annullare di fatto il ricorso al mercato per il prossimo semestre di emissioni pubbliche. Giavazzi e Alesina hanno proposto una modalità, altre ce ne sono.

Ma il punto è che la politica italiana capisca che è un errore accresci-recessione, restare a braccia conserte ad aspettare che l’eurodibattito evolva. Nelle attuali condizioni di incertezza, può solo accrescersi il numero di grandi attori internazionali, banche imprese e fondi, che si preparano alla rottura dell’euro. Al contrario, una nuova iniziativa italiana di grande determinazione potrebbe rendere di fatto inoffensiva la richiesta contestuale di aiuti all’Esm, ai quali gli euroforti tendono a spingerci. Sta a noi decidere, non agli altri, se gli aiuti siano la certificazione dell’avvio di guarigione,oppure se un placebo nell’agonia.

Il secondo grande problema riguarda invece il dopo Monti, la prosecuzione energica per anni, se mai si cominciasse ora, dell’abbattimento del debito pubblico tramite cessione di attivi di Stato, e un’ intensa azione anch’essa pluriennale di diminuzione della spesa pubblica da retrocedere in meno imposte su lavoro e impresa, in equilibrio di bilancio ma senza dover piu’ immaginare avanzi primari che al livello attuale di spesa e tasse sono ammazza-paese.

Senza di questo, altre ricette possibile passano per il ritorno alla lira, cioè per una drastica diminuzione del valore di attivi e risparmi prima che la svalutazione possa trainare l’export, e con costi di materie prime e semilavorati comunque alle stelle e inflazione galoppante. Il solo fatto che molti ci pensino, nella politica italiana, tornando a strizzar l’occhio a rendimenti a doppia cifra dei titoli pubblici offerti agli italiani, erosi dal costo della vita e minati dall’addio all’Italia di molte imprese, fa capire quanto sarebbe bene riflettere sui dati di ieri del Pil, figli della spesa, delle tasse e del debito regalateci dalla politica italiana, prima che dell’ ingiustizia degli spread attuali su cui tedeschi e francesi lucrano.

 

Articolo ripreso da Chicago-Blog.it

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