Il Fondo Monetario Internazionale e il problema della Grecia

La “narrazione” intorno al Fondo monetario internazionale (Fmi) sostiene che esso era ed è il luogo da cui si diffonde il verbo liberista e anche – qualche volta – la sua messa in pratica. Il Fmi per alcuni era ed è la longa manus certamente del capitalismo finanziario e forse anche delle multinazionali industriali. Predicando la funzionalità dei bilanci pubblici e delle bilance dei pagamenti sotto controllo, ecco che l’istituzione guidata da Christine Lagarde diventa l’alfiere delle politiche “depressive” che danneggiano i meno abbienti.

Per verbo liberista – se non si intende il Male – si deve pensare, prosaicamente, che sono predilette le politiche dove i mercati del lavoro, delle merci e dei capitali si muovono liberamente. Casomai ci fossero degli intoppi al libero dispiegarsi dei mercati, ecco che si userebbe la politica monetaria “ortodossa” (si varia a seconda del ciclo il tasso di interesse praticato dalla banca centrale, mentre quella “non ortodossa” – quella praticata ultimamente e conosciuta come Quantitative Easing – è l’acquisto da parte della banca centrale dei titoli del Tesoro e/o quelli con in pancia i mutui ipotecari).

Nel caso neppure la politica monetaria funzionasse, ecco che si potrebbe pensare ad un uso temporaneo – espansivo nelle fase depresse, in contrazione nelle fasi di crescita – del bilancio pubblico. Insomma, secondo il Fmi, ma anche secondo il pensiero dominante, l’economia funziona al meglio se i mercati sono liberi, naturalmente con qualche “ritocco” monetario e fiscale quando necessario.

Negli ultimi tempi due capisaldi del verbo liberista sembrano messi in discussione dallo stesso Fondo monetario internazionale: sono criticate le politiche di austerità che deprimono la crescita, così come – la notizia è di questi giorni – la libertà completa di muovere i capitali, quando dei paesi si trovano sotto pressione finanziaria. Non è però criticato il principio dei mercati liberi, ma il loro andamento non funzionale sotto condizioni particolari. Nel caso della libertà di muovere i capitali, ultimamente nell’eurozona si è avuta un’uscita dai paesi “mal messi” verso quelli ben messi, che non ha prodotto danni maggiori solo perché la Banca centrale europea ha rifinanziato i paesi con i capitali in uscita.

Sullo sfondo di questo dibattito si ha l’aggiustamento fiscale in Europa, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Nel caso dell’area euro si ha il dibattito sull’efficacia delle politiche di austerità – il Fiscal Compact. Oltre oceano il dibattito è su come evitare che gli aggiustamenti automatici del bilancio – che scatteranno con la fine del 2012 – portino alla recessione – il Fiscal Cliff. Oltre Manica il dibattito è sull’uso del bilancio della Bank of England per lenire l’aggiustamento dei conti – la monetizzazione del debito.

Il dibattito è politico (come distribuire gli oneri – quale combinazione di tagli alle spese e maggiori imposte – della correzione dei conti pubblici in un mondo dove l’economia cresce poco e la popolazione invecchia), e si manifesta attraverso una discussione molto tecnica.

In origine si ha il rapporto del Fmi che sostiene che si sono sottovalutate le conseguenze del moltiplicatore fiscale – l’impatto che ha sul Pil la combinazione di minori spese e maggiori entrate. Il risultato di questa sottovalutazione è che si “insegue” l’aggiustamento del bilancio pubblico. I conti pubblici non migliorano in misura significativa, perché le entrate si riducono così come il Pil. Si ha alla fine un deficit che non si comprime abbastanza e dunque genera più debito di quanto desiderato.

Naturalmente si è avuto un dibattito acceso, che ha contestato anche nel merito del rapporto dell’istituzione di Washington. Poi ecco che la Commissione europea si è pronunciata in difesa del Fiscal Compact. Nel suo rapporto sostiene che l’impatto del moltiplicatore fiscale (per ogni euro di minori spese e maggiori imposte di quanto scende il Pil? In origine si pensava che per ogni euro di austerità si avesse mezzo euro in meno di contrazione del reddito nazionale) è stato maggiore di quanto atteso, perché le politiche di austerità non sono state prese abbastanza sul serio, con ciò intendendo che le manovre non sono state giudicate sufficienti a ribaltare la dinamica del debito.

In altre parole, i mercati finanziari non hanno abbattuto a sufficienza il “premio per il rischio” richiesto per comprare il debito pubblico di alcuni paesi e di conseguenza non è ripartito come avrebbe potuto il credito all’economia dei paesi “mal messi”. Non ripartendo l’economia dei paesi “mal messi”, si è avuto un peggior andamento anche di quelli “ben messi”. Insomma, secondo il “punto di vista di Berlino” non è l’austerità che non funziona, ma l’austerità non presa abbastanza sul serio.

Mentre la Commissione ribadisce il “punto di vista di Berlino”, si ha un primo apparire (si potrebbe dire il “misterioso strisciare” di un’idea ancora del Fmi) di una proposta di soluzione che renda l’austerità nell’euro area meno rigida. Si continua certamente con il consolidamento fiscale, ma si alzano i vincoli di Maastricht. Se i bilanci pubblici, invece di avere nel futuro un tetto del debito su Pil del 60%, lo avessero del 80%, le manovre sarebbero più morbide. Quelle italiane poi sono già sufficienti a ottenere questo risultato.

Alla fine c’è un timore. È la paura che le cose nel mondo possano migliorare molto lentamente, oppure addirittura “scappare di mano” rende meno vincolante l’ortodossia. Quest’ultima è buona quando tutto funziona, oppure se le crisi sono facili da risolvere, ma non funziona “alla lettera” nelle condizioni odiernei. E il Fmi ne prende atto. Peraltro anche nell’Europa dell’euro se ne prende atto, altrimenti la Grecia non sarebbe stata soccorsa.

 

Articolo ripreso dal blog borsaforextradingfinanza.net