Il debito pubblico non e’ solo economico

Il debito pubblico che riempie da mesi le pagine dei quotidiani non è solo monetario. E le risposte alla crisi passano per un radicale ripensamento del nostro modello di sviluppo. Su questa tesi è incentrato l’editoriale pubblicato da Sunita Narain per il magazine indiano Down To Earth.

La crisi debitoria europea è l’ennesima dimostrazione del fatto che stiamo vivendo al di là delle nostre effettive possibilità. Con buona pace del fatto che ciò ostacoli il nostro futuro. Gli stati, i cittadini e le aziende sono ormai strutturalmente dipendenti dall’indebitamento: e possono solo sperare che il volume dei loro debiti cresca più lentamente rispetto a quello dei beni che serviranno a ripagarli.

Gli analisti danno in gran parte la colpa ad un sistema finanziario ormai configurato come uno “schema di Ponzi”, in cui il debito è usato per alimentare altro debito. Ma, secondo Sunita Narain, il vero problema sta nel fatto che la crescita economica – così com’è stata prodotta finora – comporti la necessità di vivere al di là dei propri mezzi. Nulla – dall’agricoltura all’educazione – è più concepibile senza i finanziamenti.

E, se i costi di base si sono moltiplicati esponenzialmente negli ultimi anni, crescono anche i costi necessari per far fronte ai propri debiti. E ci si chiede quanto sia sostenibile, sul lungo periodo, un modello del genere. Tanto più che a doverne pagare il peso sono gli Stati.

Ma – prosegue il commento – non è mai stato preso minimamente in considerazione l’altro lato del debito pubblico. Per ottenere una crescita più rapida e meno costosa, infatti, si è fatto largo il ricorso a sistemi di sviluppo altamente inquinanti. Di fatto si è creato un debito nei confronti della natura. Si tratta di un meccanismo che va a replicare quello dei debiti finanziari: si prendono a prestito delle risorse e, mano a mano, i costi per ripristinarle diventano sempre più alti. Ed è questo il vero costo della crescita che il Pianeta non è in grado di sostenere.

E bisogna tener conto anche dei Paesi emergenti, per cui questi costi lievitano ulteriormente. Basti pensare ai prezzi per l’energia, ora esponenzialmente più alti rispetto a quelli che negli anni passati hanno dovuto sostenere i Paesi occidentali.

Oppure alla necessità di sostenere una popolazione in aumento (a differenza di quella dei Paesi occidentali, a crescita zero o addirittura negativa). O al fatto che le infrastrutture non vanno solo mantenute ma anche costruite da zero.

Considerati tutti questi fattori, conclude l’articolo, le domande che bisogna porre sono radicali. Non basta cercare di tamponare le falle come si è fatto finora. Occorre ripensare radicalmente un processo di sviluppo che ormai si è provato essere insostenibile. E per ripensarlo bisogna riuscire a mettere in connessione i due poli del debito: quello finanziario e quello ambientale.

 

Articolo ripreso dal sito valori.it