Le idee strampalate talvolta creano grandi aziende

idee-strampalate-per-le-startupOgni tanto leggiamo di investimenti da capogiro in startup che stanno ancora muovendo i primi passi, ma quasi sempre poi ci dimentichiamo dei fallimenti relativi. Questo accade perché la stampa confonde la raccolta di capitale iniziale con il successo di un progetto. Le startup di successo invece spesso non hanno chiuso seed interessanti per i media.

Un paio di mesi fa Sam Altman, presidente di Y Combinator, ha scritto un interessante post circa la natura dei progetti che riescono bene. Quello che hanno in comune queste startup non è la componente tecnologia, ma quella animalesca: sono tutte cigni neri.

Il cigno nero

Il cigno nero non è un animale mitologico, a differenza di quell‘unicorno evocato dal rapporto pubblicato da Orange la scorsa primavera in cui si cercava di individuare il punto comune delle startup acquisite per un miliardo di dollari o giù di lì, definendo “normale” l’innovazione disruptive che queste hanno introdotto. Il cigno nero è un cigno, per l’appunto, nero. Il quale non è esistito ufficialmente fino a che gli esploratori europei non arrivarono in Australia. Dove s’imbatterono in un animale tutto nero dalle sembianze di cigno e che solo successivamente si scoprì essere, appunto, un cigno. Perché fino ad allora i cigni erano bianchi e siccome quello non era bianco non poteva essere un cigno. Nassim Taleb è partito da questo caso per definire la teoria realtiva. Un cigno nero è qualcosa di estremamente difficile da prevedere e che quando si manifesta cambia radicalmente le cose. Le Torri Gemelle sono un ottimo esempio.

Il diagramma di Thiel

Nel mondo delle startup si parla del tema almeno dal 2012, quando Paul Graham definì proprio Y Combinator una fattoria di cigni neri. Analizzando i vari batch di neo imprese in cui l’acceleratore aveva investito, Graham si rese conto che:

  • il grosso del totale del ritorni di investimento era stato generato da pochissime startup;
  • le migliori idee all’inizio erano sembrate pessime.
  • del tema parlò Peter Thiel, co-founder di PayPal e oggi investitore, durante un talk sempre a YC. Il diagramma qui sopra riassume bene la teoria;
  • la maggior parte delle idee che sembrano cattive sono cattive;
  • la maggior parte delle buone idee in realtà sono cattive;
  • ci sono delle idee che sembrano cattive e sono buone.

Idee stupide divenute startup di successo

Siccome però la storia la scrivono i vincitori, a posteriori le startup di successo sembrano sempre partite da buone idee. Su Quora lo startupper seriale Michael Wolfe ha fatto un bell’elenco di idee che all’epoca parvero stupide ai più e che poi divennero grandi aziende. Eccone alcune:

  • un network simile a Myspace o Friendster, da lanciare parecchi anni dopo questi e aperto solo a una nicchia di persone, gli studenti, che per altro hanno pochi soldi –> Facebook;
  • una soluzione di file sharing e sincronizzazione quando ce ne sono già dozzine supportate da aziende come Microsoft, ma questa soluzione farà solo una cosa e la farà bene, costringendoti ad affidarle tutti i tuoi dati –> Dropbox;
  • vendere libri on line, anche se la gente ha paura di usare le carte di credito su Internet e anche se il costo di spedizione sarà pari al risparmio e ci vorrà una settimana per avere il libro –> Amazon;
  • un nuovo sistema operativo su cui non funzionerà nessuna delle app già sviluppate per gli altri esistenti. Solo l’azienda che lo produce potrà sviluppare le app per questo e non sarà possibile fare copia e incolla –> iOS;
  • un motore di ricerca gratuito slegato da un portale, quindi senza news e pubblicità che potrebbero distrarti, anche se tutti gli altri che ci sono non li usa quasi più nessuno e nessuno ci fa i soldi –> Google;
  • un sistema di pagamenti on line a cui accedi con la tua email, insicura, e gestito da ventenni senza una banca alle spalle –> PayPal.

Il seed non fa la startup

Se è vero dunque che le migliori startup all’inizio appaiono pessime idee, vero è anche che quelle che sembrano buone a volte rastrellano seed da capogiro, innescando un meccanismo per il quale poi nascono tante altre startup che fanno la stessa cosa, con relativa corsa a investirci. Questo non spiega lo “scarso” successo di chi ha raccolto parecchio all’inizio, ma ci aiuta a comprendere meglio lo scenario. Il fatto è che essere bravi nel fund raising non ha nulla a che fare con il saper sviluppare un’azienda. Sono due cose correlate, ma indipendenti. E soprattutto, sottolinea Altman, non è che gli investitori siano poi così proni al rischio, perché sono pochi quelli che investono su progetti a davvero elevato rischio, cioè quelli che all’inizio sembrano pessime idee e poi si rivelano business profittevoli.

Gli unicorni

Come in una favola, il cigno nero alla fine si trasforma in un unicorno. Il rapporto di Orange sottolinea che siamo entrati in un’era in cui i fenomeni disruptive si sviluppano a velocità sempre maggiore e culminano con acquisizioni da record. L’unicorno è un nuovo leggendario tipo di startup, con una crescita veloce, il cui valore incrementa rapidamente e che non assomiglia alle startup del passato. Basti pensare a Instagram, Whatsapp, Nest o Beats, di cui abbiamo scritto analizzando le caratteristiche comuni alle startup acquisite. Perché un progetto diventi davvero grosso sembra essere necessario che pochi ci credano dall’inizio. Per avere successo in un mondo che non tiene conto delle intuizioni, scrive Graham, è necessario essere in grado di fare quello che che il tuo cervello ti dice che è giusto, anche se può sembrare terribilmente sbagliato.

Come trovare un unicorno

In un’intervista con Brian Solis Chris Arkenberg e Ken Yeung, autori del rapporto di Orange, hanno spiegato che il successo delle startup non è una questione legata alla tecnologia, ma a come ci evolviamo e creiamo le cose. Per trovare un unicorno occorre utilizzare l’“antropologia digitale” ossia

“riconoscere un’opportunità basata su un comportamento. Si tratta di risolvere problemi e creare opportunità sulla base di bisogni sconosciuti”.

Proprio sconosciuti non direi, quanto piuttosto estremamente difficili da (pre)vedere. Cigni neri.

Non conta avere successo, ma avere un grande successo

Come sottolinea Graham, un team può sembrare non molto ben assemblato e può avere un progetto in cui è difficile credere, ma potrebbe essere proprio quello che, se dovesse farcela, stravolgerà il mercato. Dal punto di vista dell’investitore non dovrebbe quindi contare la probabilità di avere successo di una startup, ma quella di ottenere un ritorno infinitamente superiore all’investimento. Per una startup che fa 10.000x un investitore deve considera altre mille startup in cui ha investito un semplice costo delle operazioni, sostiene Graham. Ecco perché non dovresti dare troppo peso al tuo seed e soprattutto dovresti smetterla di paragonarlo a quello degli altri.

 

Articolo di Silvio Guliza

Fonte: wcap.tim.it