I soldi che arriveranno dalla tassa patrimoniale devono andare verso le imprese

Almeno questo e’ quello che dice la Marcegaglia 🙂 Non che noi si sia particolarmente d’accordo e anzi temiamo che dovranno finire in un unico calderone per ridurre l’ammontare della voragine del debito pubblico.

Ma nel frattempo sentiamo cosa dice Confindustria.

La Confindustria, le imprese di vario ordine e grado e le banche vogliono soldi per sopravvivere e sostenere la concorrenza internazionale. E quale è l’unico posto dove trovarli? Ma è ovvio: le tasche dei cittadini.

Fedele alla visione del mondo, sintetizzata dallo slogan. “Privatizzare i profitti e socializzare le perdite”, Emma Marcegaglia ha sposato l’idea di una tassa patrimoniale con la clausola, bontà sua, che questo serva a ridurre le tasse sui lavoratori (Irpef) e sulle imprese (Irap). Nello specifico dovrebbe essere una tassa dell’1,5 per mille sulle attività immobiliari e mobiliari escludendo però i patrimoni inferiori a 1,5 milioni di euro.

Il Manifesto delle imprese per lo Sviluppo presentato ieri dall’industriale siderurgica mantovana per conto di Confindustria, Rete Imprese  Italia, Abi (banche), Ania (assicurazioni) e Cooperative Italiane si impone l’ambizioso obiettivo di “salvare l’Italia e rilanciare la crescita”. Il tutto bypassando il governo in carica se questo dimostrerà ancora incertezze e incapacità nell’andare avanti e adottare le misure necessarie a permettere alle imprese di sopravvivere.
Gli dei ci salvino dai salvatori, si potrebbe replicare. Non ci vogliamo sostituire alla politica, ha messo le mani avanti Marcegaglia, non spetta a noi dire che il Governo deve cambiare ma diciamo che il momento è complesso e c’è una grave urgenza. Di conseguenza, non c’è più tempo, servono riforme coraggiose, subito. La situazione è complessa e preoccupante. Certo, gli industriali sono pronti a fare la propria parte ma serve una politica economica diversa. In ogni caso andrebbe bene se il governo varasse le misure per lo sviluppo a metà ottobre.

Le nostre proposte, ha ammesso. prevedono sacrifici (per i cittadini) ma anche vantaggi (per le imprese) perché le risorse che si libereranno potranno essere investite per la crescita. Appunto. Non potendo competere con le imprese dei Paesi emergenti che hanno un costo del lavoro 8-10 volte inferiore al nostro, non avendo investito in passato risorse adeguate nell’innovazione tecnologica preferendo investire nel settore immobiliare, adesso le imprese italiane si trovano con l’acqua alla gola e insistono nel rimarcare l’incapacità del governo, e dei governi precedenti, a metterle in grado di operare, creando ad esempio un adeguato sistema infrastrutturale. Pecche che sicuramente ci sono ma che non sono la ragione prima della crisi dell’industria e più in generale dell’impresa italiana. Certo non tutte le imprese sono come la Fiat che da anni ha rinunciato ad investire sull’innovazione di prodotto e che anzi non vede l’ora di chiudere baracca e burattini in Italia, ma sarebbe il caso che le imprese facessero un bell’esame di coscienza e ricordare quante di loro hanno chiuso le fabbriche e sono andate a produrre all’estero in Europa e Asia dove il costo del lavoro è molto minore. Alla fine sempre lì si casca.

Del resto che si tratti di una questione di costi è dimostrato dalla strada scelta dalle principali imprese italiane, sulla scia di quanto già realizzato dalla Fiat, di procedere sulla militarizzazione delle fabbriche, cancellando il contratto nazionale e lo Statuto dei lavoratori sostituiti da contratti a livello aziendale, uno per ogni fabbrica sia pure nella stessa azienda, e portando la busta paga ad essere sempre più condizionata dal peso degli straordinari e dei premi di produzione. Non è un caso infatti che toccando il tema dell’accordo del 28 giugno con i sindacati sulla contrattazione aziendale e sulla rappresentanza, la padrona delle ferriere abbia sottolineato che il mercato del lavoro necessiti di maggiore flessibilità sia in entrata che in uscita. Ci vuole insomma libertà di licenziamento come ai bei tempi di Bava Beccaris. In ogni caso le imprese sono con la loro presidentessa e le hanno affidato una delega per lasciare eventualmente i tavoli di discussione con il Governo sulla crescita economica in caso di mancate risposte alle proposte elaborate da Confindustria, da lei definite “coraggiose” perché ci vogliono davvero un bel coraggio e una bella faccia tosta a presentarle. Infine la Marcegaglia ha respinto l’accusa rivolta alle aziende di beneficiare di ingenti sussidi pubblici. Il totale dei sussidi alle imprese ammonta  a 36 miliardi di euro, ha ricordato, ma nel 2010 alle imprese private sarebbero andati solo 2,7 miliardi di euro. Gli altri sarebbero andati alle municipalizzate quindi, voleva dire la Marcegaglia, ad un settore legato a filo doppio alla politica.

Quanto ai punti del Manifesto per la crescita si tratta di cinque priorità. La prima riguarda le pensioni con l’aumento del’età pensionabile a 65 anni per tutti agganciando al più presto (entro il 2012) la data della pensione con l’aumento della speranza di vita. La seconda è una riforma fiscale con il fine di ridurre il costo del lavoro. Sgravi per gli apprendisti, per gli investimenti nell’innovazione e per le parti di salario legate agli aumenti di produttività ed efficienza. La terza riguarda una diminuzione dell’Ires a fronte di nuovi capitali immessi in azienda. Ma riguarda anche la creazione di uno Stato fiscale di polizia con la cancellazione del contante a favore delle carte di credito (operazioni per contante solo fino a 500 euro) e con l’obbligo di indicare i beni di proprietà nella dichiarazione dei redditi.
Poi, quarto punto, la cessione del patrimonio immobiliare statale e locale, utilizzando i ricavi per opere pubbliche ed altro. Quinto ed ultimo punto riguarda la liberalizzazione di tutte le attività professionali e la semplificazione di tutti i procedimenti amministrativi.

Dal Blog di Capoterrac su Over-blog.it