I grandi investitori istituzionali hanno abbandonato l’Italia

Dal Sole24Ore pubblichiamo uno stralcio di un interessante articolo di Walter Riolfi che spiega in maniera molto lineare quali sono state le tempistiche dell’attacco ai titoli di stato italiani e cosa puo’ averlo scatenato.

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Per capire come mai l’Italia sia finita sotto attacco da parte degli investitori internazionali è opportuno dare uno sguardo al grafico che disegna l’andamento dello spread tra i nostri BTp (decennali) e il Bund tedesco. Si vede una lunga stagione che si conclude a metà aprile 2010, in cui il differenziale di rendimento oscillava attorno allo 0,8%. Era il prezzo da pagare rispetto alla solida Germania e la cosa ci andava piuttosto bene. Anzi, per l’Italia, le cose non erano mai andate così bene. Il quadro cambia con l’acuirsi della crisi greca, poiché i problemi di Atene finiscono per creare incertezza anche sui Paesi “periferici” dell’Europa. Tra l’aprile 2010 e il maggio 2011, lo spread viaggia attorno all’1,5%. È il doppio di prima, ma ci va ancora piuttosto bene.

Tutto cambia a inizio giugno ed è il principio del precipizio. Per l’esattezza la svolta avviene il 6 giugno. Dall’1,58%, lo spread vola in soli due mesi al 3,75% di ieri. Per intenderci, è il livello che esprimevano i rendimenti dei titoli portoghesi sei mesi fa, prima di vederlo esplodere oltre la proibitiva vetta del 10%. Anche il 3,75% del Btp è un livello proibitivo, perché i Btp decennali rendono adesso il 6,15% e, se la situazione dovesse semplicemente stabilizzarsi, con questi costi il Tesoro italiano non ce la farà mai a far quadrare i conti.

Cos’è successo a inizio giugno? Le elezioni amministrative avevano fatto chiaramente intendere che la maggioranza di Governo non era più tale. Se ancora qualche dubbio fosse rimasto, l’esito del Referendum del 12-13 giugno l’avrebbe definitivamente fugato. Ma più che lo spettro dell’instabilità politica, sono state le divisioni all’interno della maggioranza di Governo ad aver allarmato gli investitori: soprattutto quelle in tema di politica economica con le richieste avanzate da parecchi esponenti del Governo di allentare il rigore fiscale imposto dal ministro Giulio Tremonti. Più che allarmare gli investitori, è stato come invitarli a un lauto banchetto. A nulla è servito varare, in tempi rapidi e con l’accordo di tutte le forze politiche, una manovra piuttosto rigorosa, così come è non hanno prodotto alcun effetto gli esiti positivi degli stress test e gli stessi accordi di Bruxelles del 21 luglio.

Innescato il meccanismo, le cose precipitano da sole: perché rendimenti in continua ascesa generano una spirale che si autoalimenta. Se cominci a vendere i titoli di Stato, perché li percepisci a rischio, inizi a vendere anche i titoli delle banche, perché sono piene di Btp e lievita il costo della loro raccolta. E se poi vendi ancora più pesantemente i titoli di Stato, perché temi il fallimento dell’emittente, può accadere che la scommessa di un numero crescente di investitori finisca per realizzarsi davvero.

Ma perché proprio l’Italia, quando la Spagna, per il suo maggior deficit, una disoccupazione al 20% e un’economia in gran parte fondata sugli immobili e il turismo, è ben più vulnerabile? Perché l’Italia ha il debito pubblico più grande d’Europa: 1.900 miliardi di €, parecchi dei quali finiti nei portafogli dei grandi investitori internazionali. E ha un mercato assai più liquido della Spagna dove puoi scambiare con facilità i titoli e, purtroppo, anche il rapporto tra debito e Pil più alto d’Europa (esclusa la disastrata Grecia, s’intende).

Infine, l’Italia è la terza potenza economica d’Europa e attaccarla significa dare un colpo mortale alla valuta comune. Perché l’euro, appena scalfito dai guai della Grecia o del Portogallo, difficilmente potrebbe resistere al tracollo dell’Italia, cui seguirebbe inevitabilmente quello della Francia, i cui titoli rendono già 75 centesimi sopra i Bund: il doppio di 4 mesi fa. E i cds sugli Oat costano adesso più di 130 punti, un livello che i Btp italiani avevano raggiunto non più tardi di aprile. Se a qualcuno apparisse remoto un attacco alla Francia, farebbe meglio a dare uno sguardo ai titoli bancari quotati a Parigi, finiti sotto la pressione delle vendite due settimane dopo che la stessa sorte era capitata a quelli di Piazza Affari. L’Italia è dunque l’ultimo baluardo da difendere se si vuole salvare l’euro.