Gli Stati Uniti temono le conseguenze della crisi finanziaria in Europa

Il nostro commento: attenderemo il risultato del vertice in corso per vedere come si comporteranno i mercati. La situazione appare comunque molto critica e non escludiamo grandi colpi di scena.

Gli Stati Uniti temono la crisi europea. A confermarlo tanto il coordinamento delle politiche monetarie statunitensi con quelle europee, quanto la presenza americana al vertice del consiglio europeo dei ministri dell’economia e delle finanze. La situazione è seria, per non dire grave. Per fronteggiare infatti la possibilità, ormai non troppo remota, che esploda un’altra crisi finanziaria, (magari innescata da un default della Grecia sul proprio debito sovrano, che spazzerebbe via qualsiasi possibilità di crescita per le economie OCSE) le banche centrali più importanti del mondo hanno deciso di pompare liquidità nei mercati con un’azione concertata, ufficialmente per far fronte alle difficoltà di alcune banche europee a finanziarsi in dollari.

La Banca centrale europea, lo scorso 15 settembre, ha infatti annunciato, d’accordo con la Federal Reserve americana, la Banca d’Inghilterra, Banca Nazionale Svizzera e la Banca del Giappone, tre operazioni di finanziamento in dollari a tre mesi, il 12 ottobre, il 9 novembre e il 7 dicembre, in modo da coprire il fabbisogno di liquidità a cavallo della fine dell’anno, un periodo abitualmente dedicato per le condizioni di mercato.

L’azione concertata delle cinque maggiori banche centrali del mondo ha l’obiettivo di ovviare ai crescenti problemi delle banche europee a finanziarsi in dollari. Problemi che erano emersi all’inizio dell’estate a causa della riluttanza dei fondi del mercato monetario Usa – tradizionali fornitori di liquidità nel breve periodo delle banche – a fare credito agli istituti bancari europei. La notizia non è di poco conto e non è infatti passata inosservata.

I gestori di fondi del mercato monetario investono infatti prevalentemente in obbligazioni a breve termine di emittenti con un ottimo rating. In questa categoria rientrano i paesi industrializzati politicamente ed economicamente stabili, le organizzazioni parastatali quale la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) dell’Unione Europea, gli istituti svizzeri di credito fondiario oppure grandi gruppi o banche che godono di una garanzia statale.

Il rischio di insolvenza degli emittenti di prim’ordine è infatti molto basso e una stretta sulla concessione di credito, operata da questi fondi, generalmente viene interpretata come il segnale che il rischio della solvibilità dei richiedenti è troppo alto o va pericolosamente aumentando, per ragioni strutturali. Per questo motivo la riluttanza a fare credito agli istituti europei si è allargata ora anche alle banche americane, a causa dei timori sull’esposizione del sistema bancario europeo al debito sovrano dei paesi della periferia dell’euro zona.

Nessuno, infatti, pare abbia voglia di esporsi più di quanto non sia necessario fare, vista la scarsa salute di cui gode il settore bancario americano e visto il clima d’instabilità che sta vivendo l’Europa, aggravato dalla mancanza di concretezza da parte dei governanti europei nel risolvere la crisi del debito sovrano. Secondo alcune stime, le banche europee hanno accusato un calo nella raccolta in dollari attorno ai 700 miliardi di dollari nell’ultimo anno.

Un’iniziativa simile, che ha coinvolto anche le banche centrali di alcuni dei grandi paesi emergenti, era stata realizzata nell’immediato dopo-Lehman, quando il mercato interbancario si era pressoché paralizzato, essendo venuta meno la fiducia delle stesse banche nella tenuta generale del sistema. Le tre aste trimestrali, la cui domanda verrà coperta interamente, vanno ad affiancarsi alle operazioni che la Banca centrale europea conduce su base settimanale fin dal maggio dell’anno scorso, ma che ultimamente avevano evidenziato tensioni sempre più acute.

Da un periodo in cui le operazioni settimanali non erano state utilizzate dalle banche, questa settimana due istituti hanno ricevuto 575 milioni di dollari: un segnale di incapacità a finanziarsi direttamente sui mercati, dato che il tasso praticato dalla Banca centrale europea (1,1%) era nettamente più alto di quello previsto dal mercato (0,2% – 0,7%). Si è trattato della seconda occasione in un mese in cui le banche si sono rivolte alla Banca centrale europea dopo un’interruzione di sei mesi.

Le banche francesi, che la scorsa settimana sono state particolarmente nel mirino dei mercati, in seguito al declassamento di Société Générale e Crédit Agricole e alla messa sotto osservazione di Bnp Paribas da parte dell’agenzia Moody’s, avevano ammesso la loro difficoltà nell’accesso a fondi quotati in dollari attraverso i normali canali, ma Bnp Paribas e Société Générale avevano sostenuto anche di essersi assicurati finanziamenti da fonti alternative. Inoltre, hanno ridotto i prestiti in dollari e si stanno preparando a vendere attivi per rafforzare il capitale.

L’iniezione di liquidità era stata in qualche modo anticipata dal presidente della BCE Trichet lunedì scorso a Basilea, dopo la riunione dei banchieri centrali, quando aveva dichiarato che le autorità monetarie erano pronte a fornire liquidità alle banche “sulla base delle richieste”. Secondo diverse fonti di mercato, tuttavia, anche se la mossa delle banche centrali è positiva e avrà efficacia nel breve periodo, la riluttanza a prestare le banche europee è destinata a continuare finché non sarà risolta la crisi del debito sovrano.

Altri osservatori di mercato sostengono che per allentare in modo significativo le tensioni è richiesta una serie di azioni: anzitutto, una riduzione dei tassi di interesse, da parte della BCE, che rimuova i 50 punti base di rialzo decretati negli ultimi mesi, accoppiata a una riapertura delle operazioni di rifinanziamento a un anno.

L’azione dell’autorità monetaria potrebbe tuttavia rivelarsi insufficiente se non ci saranno progressi sul fronte politico per avviare a soluzione la crisi del debito sovrano, a partire dall’approvazione dei nuovi poteri del fondo salva-stati europeo, l’EFSF, attesa al più tardi entro ottobre. Questo potrebbe tra l’altro sollevare la BCE dal compito – molto discusso anche al suo interno tanto da provocare le dimissioni del presidente della Bundesbank Axel Weber e del membro tedesco del consiglio direttivo Jurgen Stark – di acquistare sul mercato i titoli del debito pubblico dei paesi in difficoltà.

Articolo ripreso da altrenotizie.org

Lo stesso Stark che peraltro in un discorso tenuto recentemente a Vienna ha sostenuto le operazioni di fornitura di liquidità, affermando che la BCE continuerà a farlo “finché necessario”. Vista l’aria che tira il rischio è che presto misure di questo tipo non siano più sufficienti a tranquillizzare i mercati, oramai quasi sicuri che la crisi della Grecia avrà pesanti ricadute sull’intera eurozona

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