Gli speculatori non sono la causa della crisi economica e finanziaria

Da mesi ci viene detto che a monte della crisi attuale ci sono gli speculatori. A loro si attribuisce tutta la responsabilità del cataclisma finanziario ed economico che incombe sul capitalismo occidentale. Gli Indignati europei e i loro cugini africani e mediorientali, invece, puntano il dito contro la classe politica e le èlite che la compongono e la sostengono: il loro modello economico squilibrato non funziona più.

Paradossalmente i mercati – il prodotto della deregulation degli anni ’90 – fanno da controcanto a questi ragazzi quando reagiscono negativamente alle dichiarazioni dei politici e alle misure in extremis dei governi. Durante l’estate del 2011, che passerà alla storia come la prima in cui i nostri rappresentanti politici non sono andati in vacanza o quasi, i mercati hanno detto no ai salvataggi dell’euro da parte della Banca centrale europea, alle manovre fiscali italiane, a quelle spagnole, all’austerità in Grecia, alla Tobin Tax sulle transazioni finanziarie e così via. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, abbiamo assistito agli scivoloni degli indici di Borsa, li abbiamo visti risalire per alcune ore solo per tornare a cadere. Nel frattempo, gli europei hanno neutralizzato chi speculava al ribasso sospendendo per tre mesi lo “short selling”, la pratica di prendere i titoli in prestito per venderli e ricomprarli a prezzi più bassi e intascare la differenza. Ma neppure questa misura “eccezionale” ha fermato i saldi in Borsa dei prodotti finanziari “made in euro”.

I mercati, come la popolazione europea, non si fidano della classe politica e temono il peggio. Ecco perchè si chiede all’Italia e alla Spagna un tasso di interesse sempre più alto per piazzare il debito; ecco perchè ingenti quantità di denaro sono parcheggiate in franchi svizzeri, yen e dollari australiani e canadesi; ecco perchè si continua ad acquistare l’oro nonostante abbia superato la barriera dei 1800 dollari l’oncia. Sul mercato dei titoli, poi, tutti scappano dal debito sovrano dei Piigs e si rifugiano nei buoni del Tesoro americani, tedeschi e inglesi, anche se i rendimenti sono ai minimi storici e quindi non ci si guadagna nulla. Meglio una piccola perdita certa che la minaccia di una ingente. Ed ecco il punto: qual è questa potenziale perdita ingente? Si tratta della possibile bancarotta di uno dei Paesi Piigs.

I mercati ci stanno dicendo proprio quello che nessuno di noi vuole sentire: se le cose non cambiano questi Paesi non ce la faranno a sostenere un debito tanto elevato. L’immobilismo economico e sociale, come acqua stagnante, permette ai germi del contagio di riprodursi e diffondersi. E il cambiamento di cui abbiamo bisogno non è la promessa di far quadrare il bilancio, nè la riorganizzazione dei conti dello Stato attraverso lo spostamento di alcune voci da un titolo di spesa a un altro, neppure la riduzione di alcune di queste ultime. Ciò che i mercati domandano è la ripresa della crescita economica. E guarda caso è proprio ciò che invoca la popolazione europea.

Nessuna delle manovre presentate quest’estate dai Paesi europei e dagli stessi Stati Uniti è in grado di rimettere in moto l’economia nazionale, figuriamoci quella occidentale. Il motivo? Sono in realtà manovre contabili e di brevissimo periodo.

Neppure l’ingresso nel capitalismo occidentale degli eurobond, questa specie di deus ex machina che i politici dei Paesi deficitari stanno cercando di gabellare alla popolazione come se fosse la medicina per tutti i mali, risolverebbe il problema. In realtà l’eurobond non fa altro che passare il debito dello Stato sovrano all’Ue, un’organizzazione federale, esattamente come nel 2008, all’in- domani del crollo della Lehman, i salvataggi dello Stato hanno traslato nei conti di quest’ultimo il debito delle banche e delle istituzioni finanziarie. Il problema non e? come indebitarsi ulteriormente a tassi bassi per pagare gli interessi sul debito, ma come rimettere in moto l’economia facendola crescere a tassi più elevati di quelli del debito, per poterlo ripagare con la crescita. L’eurobond, ahimè, non ha questo potere.

La situazione è dunque molto complessa e si rischia di scivolare lungo una china dove la svalutazione diventa l’arma di tutti contro tutti. Ecco perché una decisione di questo tipo non può essere presa da un Paese indipendentemente da tutti gli altri. Dovrebbe essere l’Ue ad approvare e guidare l’uscita temporanea dei Piigs dall’euro e la svalutazione delle monete nazionali per riequilibrare le economie. E a stabilire parametri più realistici (e controlli piu’ efficienti) per il reingresso nel futuro.

Spiegato in poche parole sembra un programma semplice, ma non lo è per una serie di motivi. Primo e più importante, l’impatto che queste decisioni eccezionali avrebbero sui governi e sui politici. Molto banalmente, per quanto riguarda le classi politiche nazionali e internazionali l’unica soluzione plausibile e seria sarebbe il ricambio completo. Che porterebbe ai G8 e ai G20 dei prossimi anni volti oggi sconosciuti a tutti noi.La salvezza dell’Europa, e forse anche del capitalismo come lo abbiamo conosciuto, per non parlare poi della pericolante supremazia economica e finanziaria dell’Occidente, richiede il sacrificio in massa di chi ci ha governato con estrema scelleratezza fino a oggi.

Articolo ripreso da caffe.ch

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