Gestione della crescita economica in Cina

Negli ultimi anni, il governo cinese ha dovuto affrontare spesso un problema, nella gestione della politica economica: quello di frenare la crescita economica del paese. Dall’inizio delle riforme economiche di Deng Xiaoping nel 1978 (il leader cinese che disse “Diventare ricchi è glorioso”), l’economia cinese è cresciuta di dieci volte in trent’anni. Nel 2007, il governo si è dato l’obbiettivo di quadruplicare il prodotto interno lordo per abitante entro il 2020. D’altra parte, il PIL era già raddoppiato tra il 2002 e il 2006. Dopo tanti anni di crescita con risultati straordinari, anche se disordinata e sbilanciata, ci sono i primi segni di un rallentamento, dice il New York Times.

Il Fondo Monetario Internazionale stima ancora che la crescita dell’economia cinese sarà di oltre il 9%, quest’anno, ma il primo segnale di una flessione viene dal gigantesco settore manifatturiero cinese, in cui gli ordini stanno diminuendo, soprattutto quelli provenienti dall’estero. Per dare un’idea della grandezza del settore, un gruppo di città della provincia orientale dello Zhejiang produce un terzo di tutte le calze del mondo, il 70% degli accendini e 350 milioni di ombrelli all’anno. Una ricerca commissionata da un gruppo di industriali cinesi ha mostrato che, per il terzo mese consecutivo, il settore è in contrazione.

Sul commercio con l’estero cinese, un nodo molto importante dell’intera economia mondiale, stanno crescendo le ostilità degli Stati Uniti: un gruppo di senatori di entrambi gli schieramenti chiede all’amministrazione Obama di impegnarsi attivamente con il governo cinese per ottenere una rivalutazione della moneta cinese, il renminbi.

Finora, infatti, le esportazioni cinesi sono cresciute fino a quantità enormi anche perché la valuta cinese vale poco, e il suo valore è tenuto volutamente basso dalle autorità monetarie cinesi. In questo modo, i compratori occidentali, statunitensi ed europei, che pagano in euro o in dollari, possono comprare grandi quantità di beni. I politici statunitensi, in questo periodo di crisi e alta disoccupazione, premono perché la Cina rivaluti la sua moneta, in modo da far diminuire le sue esportazioni e far crescere, si spera, la produzione in patria.

Il basso valore del renminbi non ha solo effetti negativi per i paesi che acquistano merci cinesi: le grandi quantità di moneta messe in circolazione dalla banca centrale cinese ha fatto salire l’inflazione in patria (cresciuta negli ultimi mesi fino a oltre il 6 per cento, nelle prudenti stime ufficiali), diminuendo il valore degli stipendi della nascente classe media. Le banche cinesi, invece, continuano a pagare interessi annui intorno al 3 per cento. La gente che ha i propri risparmi in banca, quindi, li vede diminuire di anno in anno, consumati dall’inflazione, e preferisce quindi ritirarli e investirli altrove: ad esempio nel mercato immobiliare. Un altro mercato che, in Cina, è sconfinato: alcune stime parlano del fatto che metà delle gru in azione in tutto il mondo stanno costruendo in Cina.

Nel complesso, un rallentamento della crescita cinese avrebbe molto probabilmente effetti negativi in tutto il mondo. Dalla crisi finanziaria del 2008, la Cina è stato uno dei pochissimi paesi che ha trainato l’economia globale. Gli esportatori cinesi sembrano preoccupati per il futuro, e dopo i risultati spettacolari degli ultimi decenni la borsa di Shangai è caduta di quasi il 30 per cento negli ultimi mesi.

Testo articolo da ilpost.it