Garanzia statale per i Minibond emessi dalle banche italiane

Una punzecchiatura  per notare come in questi ultimi giorni l’aiuto di Stato sia invocato da più parti come rimedio alla debolezza del sistema finanziario italiano nel suo complesso.

Tralasciando i richiami delle banche sempre più forti e sempre più interessati a un rafforzamento del Fondo di Garanzia pubblico sui crediti alle PMI, c’è chi come il direttore generale della potente associazione dei produttori di macchine utensili al grido di ‘Basta parole, lo Stato può aiutare le imprese‘ propone una garanzia dello Stato addirittura sulle emissioni obbligazionarie delle PMI, i famigerati mini-bond, mescolandolo agli interessi di bottega sulla nuova Sabatini:

1 – scrivere le regole affinchè il 10/01/2014 la “nuova Sabatini” possa funzionare e aumentare l’ammontare delle disponibilità economiche per il 2014, al fine di incentivare maggiormente gli investimenti;

2 – porre garanzie statali a vantaggio dei sottoscrittori di minibond, unica possibilità per le Pmi di superare questo momento di blocco del credito; (fonte: il Sussidiario, 25/7/2013)

L’idea di fornire garanzie statali a chi compra obbligazioni emesse da imprese è bizzarra. E’ la negazione più totale del principio invocato da molti che vorrebbe le imprese capaci di uscire dal circuito bancario per raccogliere fondi e affrontare il giudizio degli investitori sulla base dei valori che l’impresa prospetta (e non del rating di Basilea3). E’ la morte del mercato alternativo dei capitali per le imprese tanto auspicato. Quella garanzia invocata da Mariotti è puro assistenzialismo che de-responsabilizza totalmente le imprese e riporterebbe l’investitore a valutare il rischio-Stato, non il merito dell’impresa.

Oggi invece compare sul Sole 24 Ore un intervento di 2 professori dell’Università politecnica delle Marche che invocano l’intervento dello Stato nelle banche stesse con queste parole:

La stretta creditizia ha accentuato la crisi delle imprese nonostante il prolungato sforzo della Bce di creare liquidità a basso costo. Sforzo non solo insufficiente, ma controproducente sull’immagine delle banche che sono state bollate dall’opinione pubblica per avere preso a prestito all’1% senza allentare il credito all’economia. […]

Alle banche che si trovano al di sotto del vincolo di capitale si deve dare tempo per rientrare nei parametri, soprattutto in questo periodo di crisi che non ha precedenti per gravità e durata. Il periodo di rientro va collegato a un piano industriale credibile e mirato a recuperare competitività rispetto ai nostri concorrenti esteri. Ci vuole tempo per ridurre i costi, cedere attività non strategiche e recuperare una redditività sostenibile.

Circa l’infusione di nuovo capitale, ciò che deve cambiare è la fonte alla quale attingere. Non si può chiedere all’economia di apportare più capitale in periodi di crisi e in presenza di bilanci bancari deficitari. Lo scarseggiante capitale privato non avrebbe prospettive di remunerazione adeguate. Ricade sullo Stato di sostituirsi ai privati con un intervento temporaneo e limitato al periodo di recessione. È un pilastro fondamentale della politica economica che la stabilizzazione anticiclica debba essere svolta dal settore pubblico. In questo caso, si tratta di erogare prestiti subordinati alle banche in periodi di crisi e chiederne il rimborso durante la ripresa. Una volta che l’economia sarà ripartita il capitale privato rientrerebbe in banca, rimpiazzando il capitale pubblico. […]

L’intervento pubblico a sostegno delle banche è una azione impopolare in Italia. Lo è in gran parte perché è stata alimentata in modo miope una campagna contro le banche “speculatrici”. Ma i fatti dicono che, a parte casi di malversazione (Mps docet, che però ha ottenuto l’intervento pubblico), le banche italiane non sono state responsabili della crisi attuale. Laddove le banche sono state considerate responsabili, come negli Usa e nel Regno Unito, i governi sono intervenuti pesantemente, addirittura con nazionalizzazioni temporanee.

La coincidenza tra la crisi emersa di Banca delle Marche e l’intervento dei 2 professori marchigiani è molto sospetta, innanzitutto. Si riferiscono alla necessità di immettere 400 milioni o forse di più nella banca di Jesi o a quali altre banche? Perché a quanto ci risulta le maggiori banche sono tutte al di sopra del vincolo di capitale.

E perché i due professori non ci propongono qualche dettaglio in più per il loro TARP-italiano? Che uno Stato già in grave difficoltà finanziaria -al punto di avere debiti arretrati con le imprese per oltre 100 miliardi- debba dirottare i pochi mezzi e sostituirsi al capitale privato e delle fondazioni in tempo di crisi, senza una minima contropartita può solo rendere ancora più odioso l’intervento agli occhi del cittadino e degli imprenditori, come già sperimentato nel caso MPS. Quindi se lo Stato dovesse mettere capitale nelle banche qualcosa in cambio dovrà ottenere a partire da un totale rinnovo dei vertici della banca e magari anche dei processi meno trasparenti.

Gli interventi dei professori si stanno moltiplicando, ma la direzione presa dal Paese non appare per questo più chiara.

 

Articolo a cura di Fabio Bolognini – fonte: Linkerblog.biz

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