Fondo di Garanzia ultima speranza per le banche italiane

italia-italiane-falliteIn parallelo al dibattito caldissimo sull’opportunità di costituire in fretta una bad bank per isolare le sofferenze del sistema bancario -nel quale si sono inserite precisazioni del ministro dell’Economia e Finanze (“buona idea ma non con soldi pubblici…”)- si è aperto un secondo fronte di proposta per un intervento sistemico finalizzato a sbloccare il razionamento del credito alle imprese.

E’ la proposta lanciata dal presidente di BNL Abete davanti all’attenta platea di bancari raccolta nell’annuale appuntamento del Forex. In sostanza Abete propone un maxi potenziamento del Fondo di Garanzia del Ministero dello Sviluppo Economico perché in futuro conceda garanzie a tutte le banche sui crediti alle PMI per un importo fino a 170 miliardi che, essendo il 20% di quanto erogato complessivamente dalle banche alle imprese, cioè ca. 850 miliardi, rappresenta l’intero stock di finanziamenti alle PMI.

Una garanzia del 60% su tutto, vecchio e nuovo, che consentirebbe secondo Abete e secondo i commenti prontamente favorevoli degli altri banchieri presenti (vedi articolo del Sole 24 Ore) di risparmiare capitale e fare ripartire il credito ai piccoli.

Per farlo ovviamente occorrono soldi pubblici, stimati da Abete e da chi lo ha aiutato nei calcoli in 10-15 miliardi di ‘garanzia statale’. Oggi il fondo eroga (nel 2013) a banche e confidi circa 6 miliardi di garanzie e costa allo Stato qualche centinaio di milioni di dotazioni incrementali all’anno. Bella differenza. Nella proposta Abete pagherebbero anche le imprese ‘qualche centesimo di punto’ perché le banche con la garanzia dello Stato sarebbero pronte a condizioni meno onerose. Meno male, ma la proposta sarebbe un regalo miliardario al sistema bancario per risparmiare capitale e aumenti di capitale.

Peraltro la proposta Abete conferma, se avevate dubbi, la mia affermazione che l’eventuale creazione della bad bank non basta a fare ripartire il credito.

Rompere l’abbraccio mortale banche-Stato

Dico subito che questa proposta non mi piace per due motivi.

Il primo è che una garanzia dello Stato su un’altra fetta importante degli attivi delle banche italiane, pari a 110 miliardi, andrebbe ad aggravare il circolo vizioso che lega il destino (e la valutazione esterna) delle banche italiane al destino del debito Italia, già sufficientemente accoppiato dai 450 miliardi di titoli di stato in portafoglio. Banche-Stato costituisce un circolo non solo vizioso ma pericoloso, come potrebbe ancora emergere dagli stress test autunnali. La dipendenza di un settore privato e strategico dalle sorti di un quadro politico ancora incerto e dal giudizio degli operatori internazionali è un fattore di rischio e di debolezza da tempo. I titoli delle banche, come evidenziato nel post ‘Lo spread e lo strabismo bancario‘), reagiscono più allo spread BTP-Bund che ai profitti operativi.

Il secondo è più strategico nel lungo termine. Ipotizzare che su ogni vecchio e nuovo finanziamento lo Stato, attraverso i parametri semi-automatici delle griglie di accettazione del Fondo di Garanzia, assuma una quota del 60% del rischio di qualsiasi credito su qualsiasi impresa equivale ad anestetizzare la capacità di giudizio e selezione da parte delle banche nel momento meno opportuno.

Sapere di rispondere per solo il 40% di quanto concesso, lo comprende chiunque, stimola comportamenti di de-responsabilizzazione (già pericolosamente in atto oggi) proprio nel momento in cui c’è bisogno che le banche tornino sul mercato delle PMI con “un’acuita capacità selettiva” (parole del governatore Visco) e sappiano assumere la responsabilità di accompagnare i processi di crescita o di ristrutturazione delle imprese, senza affidarsi più al solo al giudizio di rating interno.

Non è di un’iniezione di novocaina che ha bisogno il sistema bancario per tornare in campo. L’antidolorifico dura poco, nasconde il vero dolore, che poi riappare inesorabilmente a fine partita.

Le banche escono da due stagioni opposte: la prima estiva e spensierata fino al 2011 (come ha confessato lo stesso presidente dell’ABI Patuelli) molto, troppo generosa e facilona nel concedere credito un po’ a tutti e abbastanza male. La seconda invernale e rigida dal 2011 a oggi in cui ha dovuto fare marcia indietro senza guardare troppo per il sottile, facendo male a molte imprese, ad alcune buone, a parecchie insostenibili ma anche a moltissime in quell’area di rischio dove togliere anche 50.000 euro di credito può innescare processi di avvitamento e insolvenza.

La nuova primavera delle banche, deve essere preparata già oggi sui primi pallidi segnali di ripresa, immaginando che, se ripartono gli ordini, le imprese torneranno a chiedere ‘buon’ credito, ma può fare tesoro di ogni errore di valutazione passato. Perché 100 miliardi di sofferenze e 60 di incagli sulle imprese non possono essere stati colpa sempre e e solo degli imprenditori.

Per questo le banche che vogliono tornare a fare il mestiere dell’intermediazione (in diversi lo stanno promettendo oggi…) devono assumersi la responsabilità di giudicare e scegliere con il 100% del rischio, evitando di dare poco a tutti per selezionare gli imprenditori e i piani in cui credono davvero. Senza esitazione, senza appoggiarsi psicologicamente e finanziariamente ad ammortizzatori del rischio come una bella garanzia messa a disposizione dallo Stato. Dimostrando abilità e competenza anche nel gestire crediti difficili al giusto prezzo e con il giusto controllo.

Se invece per fare il loro mestiere storico vogliono sempre contare su un salvagente pubblico, al 60% o al 100% allora cominciamo a parlare seriamente di nazionalizzazione del settore.

Posizione troppo rigorosa? Non credo. Vedo e sento molte persone all’interno delle banche che sono pronte e si aspettano nuovi ordini di battaglia e armamenti, linee di politica creditizia più costruttive e strumenti più moderni per valutare i rischi per tornare ad aiutare i clienti. Oggi sono mentalmente parcheggiati, intimoriti da ispezioni interne e esterne e reggono faticosamente posizioni imbarazzanti con i clienti imprenditori. Ridategli il coraggio di potere fare scelte di prospettiva e smettete di fargli chiedere garanzie pubbliche, di Confidi e fideiussioni personali e vedrete molte banche rifiorire e ritrovare il loro ruolo.

 

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