Le fondazioni bancarie non contano piu’ niente in banca

fondazioni-bancarie-italiaDelle vicissitudini della fondazione Monte Paschi e del suo disperato tentativo di mantenere un’influenza nella gestione della banca con l’aiuto di fondi di investimento stranieri dovreste sapere tutto perché i giornali ne hanno parlato spesso.

Si parla meno della situazione di altre fondazioni bancarie, che attraversano momenti altrettanto difficili. Due esempi recenti per tutti: la Fondazione Cassamarca e la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi . La prima, una volta regina incontrastata di Treviso e della gloriosa Cassamarca, poi sedotta dall’ascesa al potere bancario del progetto Unicredit ha ceduto le azioni della banca, ha subito l’incorporazione e la scomparsa della sua banca storica e oggi si ritrova vent’anni dopo con le tasche vuote, incapace di contare qualcosa nel governo di Unicredit. Lo scrive bene Venezie Post:

È il canto del cigno, la fine di un’epoca, il triste epilogo di una tragedia annunciata. C’era una volta la ricca Fondazione di origine bancaria Cassamarca, che gestiva un miliardo di euro di soldi risparmiati a fatica da generazioni di lavoratori della Marca trevigiana. Oggi c’è un cda, c’è un presidente, ci sono quasi 80 dipendenti pagati. Ci sono i corsi universitari con Padova e Venezia, ci sono i teatri. Ma in cassa non ci sono più soldi, nel senso che quelli che restano sono troppo pochi per portare avanti i contratti in essere. Il miliardo di un tempo si è ridotto a 200 milioni di azioni Unicredit “mark to market”, a cui fanno da contrappeso circa 200 milioni di debiti. Gli immobili restano. Non tutti, ma ne restano di importanti e prestigiosi. Tuttavia sono difficili da vendere e sono anche l’ultima reliquia di un tempo che fu.

«Nel corso del 2013 – comunica l’istituzione trevigiana – Fondazione Cassamarca ha proseguito nella politica di spending review, resasi necessaria a seguito della drastica riduzione delle entrate dell’ente, determinata dalla diminuzione dei dividenti da azioni Unicredit che, dai circa 25 milioni nel 2008 sono passati a circa 3 milioni nel 2013».

E cosa ne è stato della partecipazione in Unicredit? Svalutata per 355 milioni. Un grande affare.

A Jesi non è andata sicuramente meglio, i fasti dell’epoca d’oro di Banca Marche e dei dividendi grassi sono finiti sotto un cumulo di scandali e l’intervento della Banca d’Italia:

Una svalutazione ”forzata”, adottata ”a malincuore”. Sono le parole con cui il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi Alfio Bassotti  ha illustrato all’Assemblea generale dei soci e agli organi di indirizzo la decisione di svalutare le azioni possedute in Banca Marche. ”Una svalutazione – ha ricordato – che ha costretto il consiglio, per onestà di bilancio, a procedere ad un deprezzamento delle azioni da 0,56 a 0,43 euro, tanto che si è dovuta registrare una perdita patrimoniale di quasi 18 milioni”. La perdita, riferisce un comunicato, ”è stata imputata direttamente al patrimonio, utilizzando, per pari importo, la riserva da rivalutazioni e plusvalenze. Un fondo che passa da 25.238.461 euro a 7.252.118”. Bassotti ha sottolineato che, ”in misura maggiore, hanno dovuto svalutare anche le Fondazioni consorelle di Fano e Pesaro, in quanto al momento le loro azioni erano valutate ben di più dello 0,56 delle azioni di Jesi”.

il bilancio consuntivo 2013, che si chiude con un attivo di 2.535.717 euro, frutto dei dividendi della Cassa Depositi e Prestiti, di prestiti obbligazionari e proventi straordinari. Si tratta di ”un attivo molto modesto rispetto a quello del 2012 – afferma una nota diffusa dal presidente della Fondazione Alfio Bassotti -, in quanto nel 2013 Banca Marche, per le note vicende, non ha proceduto alla distribuzione dei tradizionali dividendi: per la Fondazione CariJesj oltre 4 mln l’anno”. E si prevede che ”una voce così importante sarà assente anche nei prossimi due anni”.

In Liguria si sta ripetendo la situazione di Siena con la Fondazione Carige indebitata e in difficoltà è scesa già al 43% ma dovrà calare ulteriormente per stare a galla, come spiega la nota di Reuters, per sottoscrivere una parte dell’aumento di capitale che la banca CARIGE ha appena confermato essere di 800 milioni, dopo la maxi perdita del 2013 (1,97 miliardi €).

Fondazione Carige attende l’autorizzazione da parte del ministero del Tesoro per scendere fino al 19% di Banca Carige ed entro 15 giorni confida di sciogliere il nodo sulla cessione della quota con l’eventuale scelta dei partner nel futuro azionariato dell’istituto ligure. Lo ha detto il presidente dell’ente Paolo Momigliano a margine dell’assemblea dell’istituto genovese, da cui emerge che la fondazione è scesa al 43,43% del capitale. Rispetto alla precedente situzione, il socio azionista di riferimento di Carige ha dunque venduto l’1,7% circa del capitale della banca utilizzando l’autorizzazione del Mef che consente di scendere sotto il 40%.

Da diversi mesi la Fondazione ha effettuato con una certa regolarità cessioni di piccoli pacchetti di azioni sul mercato per reperire risorse in modo da ridurre il debito, in gran parte nei confronti di Mediobanca e anche per liberare gli stanziamenti per le erogazioni già deliberate.

Mi sembra che agli errori della politica negli ultimi vent’anni, agli errori delle banche negli ultimi dieci e a quelli delle imprese possiamo aggiungere senza timore di smentita anche gli errori di prospettiva delle fondazioni bancarie che non hanno saputo diversificare in tempo il loro patrimonio.

Articolo ripreso da linkerblog.biz – autore: F. Bolognini