Fondazioni bancarie un disastro italiano

La vicenda del Monte dei Paschi di Siena pone ancora una volta la questione del ruolo delle fondazioni bancarie. È bene premettere che uno scandalo come quello dei derivati dell’Mps non è certamente nuovo nel mondo finanziario. Gran parte delle maggiori banche del pianeta è stata pesantemente toccata da perdite sui derivati

Non si può quindi dare solo la colpa alla politica e alle fondazioni. Il nodo centrale del problema può essere sintetizzato da un concetto espresso da Gustavo Zagrebelsky in occasione del congresso dell’Acri (l’associazione che raggruppa tutte le fondazioni bancarie), nel giugno 2009. Affermava allora il giurista torinese: «… le fondazioni occupano (…) uno spazio precario, perché esposto alle pressioni e alle tentazioni che vengono dai due lati dell’esposizione, l’economia e la politica. Il raggiungimento e la difesa dell’equilibrio sono tutt’altro che facili, in un contesto come il nostro, dominato da stretti legami tra politica e finanza, entro i quali le fondazioni sono chiamate a destreggiarsi…».

Il problema appare del resto ancora più vasto e riguarda, più in generale, il rapporto tra l’intervento pubblico in economia e l’autonomia del sistema delle imprese. Esso è sembrato funzionare abbastanza bene tra gli anni Trenta e almeno la fine degli anni Sessanta, in particolare con strutture come l’Iri e l’Eni che hanno contribuito in maniera fondamentale alla ricostruzione del paese nel dopoguerra, nonché alla messa in opera di un importante sistema industriale. Si era instaurato, sia pure con qualche problema, un certo equilibrio tra politica ed economia, equilibrio che aveva contribuito non poco ai risultati ottenuti.

Poi, ad un certo punto, Amintore Fanfani teorizzò nella sostanza che i manager delle imprese pubbliche dovevano prendere ordini dal partito tutte le mattine. Da allora il rapporto tra politica-politici e imprese non ha più funzionato molto bene nel nostro paese.
Come è noto, dopo la guerra il sistema bancario è stato sostanzialmente controllato dalla Dc, anche se, con il prosieguo del tempo, il Psi cercherà di afferrare una parte della torta.

Il settore è asfittico, provinciale, polverizzato; c’è un cartello tra le banche che ha una veste persino ufficiale. Ma, poi, con la progressiva apertura internazionale della nostra economia, con un sistema delle imprese che si era fatto più complesso, con l’evoluzione dell’opinione pubblica, con gli interventi di Bruxelles nel senso di una rapida liberalizzazione, il sistema non regge più. Ecco che si cerca di cambiare.

Così nel 1990 viene approvata la legge Amato-Carli, che sarà poi perfezionata con la riforma Ciampi del 1998-99; l’obiettivo di tali norme era quello della privatizzazione degli enti creditizi pubblici tramite la loro trasformazione in società per azioni, sotto il controllo di fondazioni. Queste ultime, da un lato controllano le banche, dall’altro devono perseguire scopi non di lucro. Si tratta di società di diritto privato ma senza azionisti privati, che devono dedicare il loro patrimonio allo sviluppo delle comunità locali, alla difesa della cultura, del patrimonio artistico, della ricerca, dell’ambiente, al volontariato, ecc.

I consiglieri vengono cooptati dai vertici con meccanismi complessi di carattere prevalentemente politico, dal momento che gli enti locali hanno ampi poteri di designazione. Bisogna ricordare che, nella sostanza, le fondazioni sono nelle mani di ex-politici e faccendieri di varia origine, e l’ingerenza della politica nei consigli di amministrazione appare pesante. Nel caso del Monte dei Paschi sembra che il consiglio fosse in mano alla Margherita e che peraltro, lungi gli enti locali senesi dal controllare lo stesso consiglio, fosse semmai quest’ultimo a dettar legge, con la sua potenza finanziaria, agli stessi enti locali. Si pone oggi il problema di cosa fare.

Ricordiamo che già diversi mesi fa gli economisti Tito Boeri, Luigi Guiso, Luigi Zingales, Roberto Perotti, in un articolo apparso su Il Sole 24 Ore, hanno attaccato le fondazioni, ricordando come esse rappresentino la longa manus del potere politico nell’economia e come negli ultimi anni il loro patrimonio avesse perso il 40% circa del suo valore. Ma gli economisti dimenticavano di precisare che tale caduta non era imputabile alle fondazioni, ma alla perdita di valore sul mercato azionario dei titoli bancari esistenti nel portafoglio delle stesse, secondo un fenomeno che ha toccato tutte le principali banche europee.

Più in generale, gli economisti neoliberisti chiedono da tempo lo smantellamento delle fondazioni, la svendita del loro patrimonio per contribuire a ripagare il debito pubblico, la privatizzazione completa del sistema bancario nazionale. Ma, come lo stesso ministro del Tesoro Vittorio Grilli aveva a suo tempo dichiarato, non si può espropriare il patrimonio di enti privati quali sono le fondazioni e comunque è meglio ancorare le banche italiane ad azionisti nazionali stabili che hanno un’ottica non speculativa, ma di lungo periodo. Con la cessione sul mercato del capitale degli istituti, in assenza di investitori privati nazionali disponibili, il nostro sistema finanziario cadrebbe nelle mani della finanza estera, compresi fondi di private equity e simili.

Di fronte a tali obiezioni i quattro economisti sono tornati alla carica suggerendo invece che la proprietà delle banche potrebbe passare ai fondi comuni di investimento nazionali; ma gli stessi fondi comuni, come ha replicato Massimo Mucchetti, sono attori istituzionali che scelgono di volta in volta i prodotti su cui investire per aumentare i rendimenti, e quindi non possono diventare degli azionisti stabili.

Ma ancora su Repubblica del 25 gennaio 2013 Tito Boeri sostiene che bisogna separare nettamente politica e banche, concludendo che le fondazioni devono uscire dal capitale delle stesse.

La nostra posizione è invece quella che l’impianto del sistema, come ancora ieri dichiarava anche Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, deve essere salvaguardato e che le fondazioni devono continuare ad avere un ruolo stabile nell’assetto proprietario delle maggiori banche italiane. Si pone peraltro il problema, oltre che di maggiore trasparenza e maggiori controlli, di come democratizzare la gestione delle stesse e, più in generale, di come fissare un rapporto adeguato tra politica ed economia. È una questione che richiederebbe un altro articolo.

Comunque si può intanto affermare che un elemento importante della riforma dovrebbe essere quello di cambiare i criteri di nomina dei consiglieri, rendendoli trasparenti e aperti, favorendo l’ingresso negli stessi consigli delle associazioni e dei comitati di cittadini e magari, perché no?, dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori.

Fonte: sbilanciamoci.info.