Ferdinando Ametrano massimo esperto italiano del Bitcoin ci racconta la sua esperienza

Nel 1992 in Università ho iniziato ad usare la posta elettronica: ricordo che mio padre non ne coglieva l’utilità ritenendola ridondante rispetto alla raccomandata, al telegramma, all’istantaneità del fax..

ferdinando-ametrano-massimo-esperto-italiano-bitcoinVent’anni dopo nessun business, nessuna persona può fare a meno della comunicazione istantanea. I consumatori si aspettano un’esperienza simile con il contante ed i pagamenti digitali. Che i bonifici SEPA siano a 24h o 48h è evidentemente un po’ fuori dai tempi in un momento in cui WhatsApp, gli sms, l’email ci raggiungono in maniera istantanea. Infatti di solito l’attenzione al fenomeno Bitcoin parte – a mio avviso non felicemente – dal suo utilizzo come promettente sistema di pagamento; per questo subito si segnalano le sue ombre, ma che sono le tipiche ombre del contante anche se sarebbe a questo proposito interessante chiedere alla BCE per quali utilizzi sia ritenuta utile la banconota da 500 euro.

La potenzialità di Bitcoin come sistema di pagamento è peraltro spesso fraintesa: un sistema di pagamento decentralizzato è infatti straordinariamente inefficiente. Si possono fare diverse stime di quanto costi mettere in sicurezza il network Bitcoin, ma sostanzialmente una transazione costa dai 4 agli 8 dollari, quindi ben più di una transazione su circuito Mastercard. L’esperienza dell’utilizzatore finale è quella di transazioni gratuite solo perché il network Bitcoin è sussidiato dalle rendite di signoraggio, cioè dagli utili che si realizzano battendo moneta:  l’emissione di nuovi bitcoin copre i costi della rete. E’ difficile quindi dissociare il sistema di pagamento dalla moneta sottostante questo sistema. Mi lascia scettico la frase di tanti che vorrebbero salvare la tecnologia senza moneta.

Fabrizio Saccomanni, ex banchiere centrale ed ex ministro del Tesoro, ha dichiarato lo scorso ottobre che “le criptovalute potrebbero essere un efficace strumento di politica monetaria. Dovremmo capire cosa di interessante ci possano insegnare i geni che lavorano nel settore”. Cosa insegna la moneta bitcoin? Si tratta di un asset digitale scarso. Questa è una rivoluzione tecnologica: sarebbero state molto contente le multinazionali discografiche se gli mp3 fossero stati un asset digitale scarso, non clonabile, ma non si può purtroppo riavvolgere il nastro della storia. L’introduzione, il breakthrough tecnologico di un asset digitale non clonabile ma solo trasferibile – quindi se io lo trasferisco a qualcun altro non ne ho più proprietà – ovviamente apre molte possibilità. Qualcuno lo ha definito “oro digitale”. E su questo oro digitale, c’è oggi una grande attenzione perché si comincia a percepire che siamo forse all’alba di una possibile rivoluzione.

La prendo alla lontana ma andando veloce attraverso millenni. L’oro è stato adottato a livello globale senza una pianificazione centralizzata: tutte le civilizzazioni hanno lo hanno indipendentemente adottato come forma di moneta. Poi nella storia l’umanità si è strutturata in modo che il diritto di battere moneta fosse affidato al potere politico, affinché garantisse il quantitativo d’oro nella moneta. Siccome l’oro è pesante e scomodo da trasportare, lo abbiamo poi messo in forzieri, utilizzando con un certificato di deposito che prima era nominativo e poi ha iniziato ad essere trasferibile: banconota. Nel 1972 Nixon ha deciso che le banconote non sono più convertibili in oro.

Da allora viviamo con una moneta che è una convenzione sociale, fondata sul diritto e sull’accordo sociale. Oggi si rende tecnicamente possibile l’utilizzo come moneta di un asset digitale scarso, che però è leggero e facilmente trasferibile, e per la cui autenticità non serve più un garante centrale. Che questa nuova moneta non funzioni troppo bene credo sia evidente a tutti: è fortemente speculativa, non risponde sostanzialmente alla domanda di moneta transazionale. Ma come nella storia della moneta c’è stata un’evoluzione, nella storia delle monete digitali o criptovalute ci sarà una storia evolutiva che, partendo dal bitcoin come primo gradino, evolverà verso monete che rispondano alla domanda di moneta transazionale garantendo stabilità di prezzi e potere di acquisto.

Che bitcoin non sia una buona moneta transazionale è, a mio avviso, quello che sta dando fiato al sistema finanziario tradizionale, concedendo ancora tempi e margini per recuperare. Il sistema tradizionale deve colmare il gap in termini di pagamenti digitali istantanei. L’Enciclopedia Britannica è diventata Wikipedia, la posta è diventata elettronica, la musica e i film sono diventati liquidi: ci si aspetta oggi che il sistema finanziario diventi un po’ più liquido ed entri davvero negli smartphone. E’ chiaro che abbiamo molte regole vecchie scritte nel passato, create per altro a tutela del risparmiatore: come tutti i periodi di transizione, regole nuove dovranno consolidarsi ed il processo di di attamento non sarà semplice.

Io guardo con attenzione aldilà della Manica, dove il mese scorso ci sono stati in quattro settimane tre interventi straordinariamente qualificati. Il primo è quello di Bank of England che ha posto con grande autorevolezza domande di alto livello: le banche centrali debbono emettere moneta digitale con corso legale? Se la moneta si digitalizza, che cosa succede alle banche commerciali? Perché quando la moneta è  davvero digitale (non semplicemente scritturale), chiunque scriva una app per smartphone che aiuta a gestire la moneta diventa un po’ quello che oggi è una banca. E allora si capisce come alla fine di marzo la British Banker Association sia intervenuta: “Le banche devono accettare di essere sempre più parte di un ecosistema molto vasto che i risparmiatori stanno costruendo intorno a sé stessi. Ebbene il posto delle banche in questo ecosistema è ben lontano dall’essere sicuro”. Tra questi due interventi si è inserito anche il ministero del Tesoro che, parlando a nome del governo, ha definito cruciale l’innovazione nel sistema dei pagamenti: è il “plumbing”, l’infrastruttura, la tubatura, del sistema finanziario. Ed ha investito 10 milioni di sterline per la ricerca nel settore.

Oltremanica vedo un sistema coordinato che pensa, programma, coordina, ed indica obiettivi. In Europa i diversi enti regolatori offrono un panorama meno sinfonico. L’Associazione Bancaria Europea lo scorso luglio, a fronte dei rischi nell’uso dei bitcoin, ha invitato i regolatori nazionali a dissuadere le istituzioni finanziarie “dall’acquistare, vendere e detenere bitcoin”. La sua indicazione è rimasta un po’ lettera morta: l’unica Banca Centrale ad aver dato seguito alle indicazioni di EBA è stata Banca d’Italia, nel silenzio di tutte le altre che non hanno fatto gara a dissuadere le istituzioni finanziarie.

Anche qui finora siamo stati tutti molto preoccupati dei rischi, ma non ho visto una sottolineatura forte delle potenzialità storiche del momento che stiamo vivendo. Di solito ci si preoccupa dei rischi quando si è metabolizzato che quello che sta accadendo è una buona notizia, altrimenti tanto varrebbe dichiarare illegale bitcoin. Che Bitcoin sia promettente come sistema di pagamento lo hanno detto tutte le banche centrali, Bernanke per primo. Ma questo gap dei sistemi tradizionali di pagamento potrebbe essere tecnologicamente colmato. C’è invece oggi dal punto di vista culturale, di riflessione sulla storia della moneta, una discontinuità assoluta, rispetto alla quale non ci sono gap da colmare perché cambia le regole del gioco. A mio personale avviso, come oggi fa sorridere pensare che nel 1992 qualcuno potesse essere scettico sull’utilità della posta elettronica, tra vent’anni faranno sorridere le perplessità sulla moneta privata digitale.

Io credo che, al di là delle incertezze e rischi di questo momento pionieristico, per i risparmiatori e gli utilizzatori di moneta ci saranno molte opportunità: avremo un sistema più evoluto ed efficiente. Saranno invece le banche a trovarsi in un clima più competitivo con margini ridotti. Da questo punto di vista il fenomeno Bitcoin per il sistema finanziario in quanto tale potrebbero non essere benefico, ma per i consumatori, per i risparmiatori, a tendere sicuramente sì. È indubbio che affinché le banche possano innovare, per poter offrire servizi e anche per potersi difendere in questo clima competitivo, sarebbe d’aiuto un quadro normativo chiaro che lasci aperte diverse strade, non semplicemente scoraggiando l’innovazione.

Siamo ovviamente tutti d’accordo che il quadro normativo non possa che essere globale: il livello europeo è probabilmente la scala minima. Intanto gli americani con straordinario pragmatismo avanzano: il New York Department for Financial Services ha prodotto un quadro regolamentare, chiamato BitLicense,  a cui molte giurisdizioni nel mondo guardano come riferimento. Il soprintendente Benjamin Lawsky lo scorso dicembre, anticipando la bozza della BitLicense, dava come princìpi: salvaguardia dei beni dei consumatori, protezione da frodi ed abusi, difesa dal cyber-crime, eliminazione del riciclaggio e delle attività illecite, il tutto senza soffocare l’innovazione benefica in un’industria stagnante.

Ed aggiungeva: “in un’epoca di aspettative sempre più alte per pagamenti digitali in tempo reale, se le banche non innovano, potrebbero correre il rischio di diventare come Blockbuster”. Ricordo cos’era Blockbuster: un leader di mercato che non ha capito l’innovazione. E’ vero che negli Stati Uniti il sistema dei pagamenti è più indietro rispetto all’Europa, i nostri sistemi di pagamento sono molto più avanzati, e quindi probabilmente Lawsky si riferisce alla realtà americana quando aggiunge “enough is enough, quarant’anni di lento e quasi non esistente progresso nel sistema dei pagamenti bancari sono un periodo di preavviso sufficiente, state costringendo il regolatore a forzare l’innovazione”.

Che si tratti di Stati Uniti o Europa io concluderei però con una provocazione sulla stessa linea: se guardiamo un telefono di 60 anni fa e un telefono di oggi notiamo immediatamente la differenza, lo stesso per un televisore, un’automobile o un computer. Se invece guardiamo una carta di credito di sessant’anni fa è sostanzialmente e funzionalmente identica ad una di oggi; allo stesso modo l’esperienza di utilizzo di un conto corrente bancario non è cambiata significativamente, e monete e banconote sono solo artisticamente differenti. Si tratta di realtà che non hanno conosciuto ancora una vera rivoluzione digitale: credo che questa stia iniziando oggi e sia stata fondamentalmente innescata da Bitcoin.

 

Testo ripreso dall’inserto Nova pubblicato da ilsole24ore.com

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