Esiste una Italia che non investe per migliorare il lavoro

La bassa quota del rapporto investimento/reddito in Italia è da ricercare tanto nel basso investimento quanto nella bassa efficienza marginale del capitale.

In questi ambiti l’Italia “galleggia” in bassa classifica  in quanto dal capitale investito si ottiene un basso contributo di produttività.

Il  contributo scarso offerto dall’efficienza del capitale è molto probabilmente un fattore che “disegna” la stagnazione della produttività  e del reddito.

Mettiamoci poi una classe politica poco produttiva e a volte corrotta, una classe dirigente imprenditoriale mediamente poco innovativa, una classe dirigente universitaria mediamente “ingessata” su logiche “feudali”, un sindacato arretrato, una cultura diffusa fatta di individualismo e  indifferenza al bene comune  e il quadro è fatto.  Abbiamo infatti un paese che “annaspa” e indietreggia inesorabilmente in tutte le classifiche.

Si trascura anche il fatto che gli investimenti in capitale, e quindi la produttività di quest’ultimo, dipendono in modo significativo da altri investimenti che le imprese fanno, o meglio dovrebbero fare, sull’organizzazione propria e del lavoro.

Si tratta di pratiche innovative fondate sul coinvolgimento nei cambiamenti strutturali e strategici di lavoratori  e sindacato, per una migliore qualità di prestazioni e condizioni di lavoro: sono quelle che nella letteratura manageriale vengono definite best work organization practices che, assieme all’innovazione delle tecnologie e dei prodotti, consentono di realizzare gli incrementi di produttività che sostengono la crescita.

Il nostro paese in tema di best work organization practices come si colloca? Recenti report indipendenti evidenziano in questo senso una situazione precaria. In particolare un report Eurofound ha analizzato cinque pratiche di lavoro: (i) flessibilità degli orari; (ii) retribuzioni legate alle performance; (iii) formazione; (iv) lavoro a squadre  con autonomia decisionale; (v) coinvolgimento dei lavoratori e delle rappresentanze nel definire l’organizzazione del lavoro.  In questi aspetti l’Italia è molto indietro rispetto a gran parte dei paesi. Il nostro paese primeggia in negativo, solo per fare un esempio,  per la quota di luoghi di lavoro che non adotta nessuna delle pratiche di lavoro considerate. Una media del 51% contro una media del 32,5%. Su trenta paesi, sotto la quota Italiana, troviamo solo Malta e Grecia.

Possiamo dire che l’adozione di best work organization practices è molto importante per gli effetti indotti dalla adozione dei cinque gruppi di pratiche di lavoro su : (i) clima lavorativo; (ii) assenza di problemi nella gestione delle risorse umane; (iii) performance economica; (iv) produttività.

Solo la flessibilità oraria ha effetti deboli sulla performance, mentre formazione, coinvolgimento dei lavoratori, gruppi di lavoro hanno effetti fortemente positivi sia su condizioni lavorative e gestione delle risorse umane, che su performance economiche e produttività; mentre gli incentivi economici e finanziari per i lavoratori evidenziano alcune problematiche sulla gestione delle risorse umane, ma non su altri aspetti.

Quindi è evidente che vi sono molti vantaggi dall’adozione di best work organization practices. Nonostante queste evidenze l’Italia è fanalino di coda.  Su questi aspetti un imprenditore illuminato come Andrea Della Valle è stato molto critico anche con alcuni suoi colleghi imprenditori, mentre la classe politica stenta a dare il proprio contributo ideale e propositivo essendo ancora troppo affaccendata a darsi un senso.

Le best work organization practices hanno una sinergia stretta con l’innovazione tecnologica che è incorporate nei beni capitali, quindi con gli investimenti,e con le innovazioni di prodotto realizzate dalle imprese. Però la carenza di questo fattore organizzativo spiega con limpidezza la bassa produttività del capitale in Italia.

La quota di investimento sul reddito potrà anche essere adeguata, ma manca l’investimento intelligente in innovazioni organizzative del lavoro che a quel capitale fisico sono strettamente complementari.

Anche per questi motivi, Il risultato è un paese che arretra nel suo sviluppo. Un paese che perde quote di benessere. Una paese che vede aumentare i dati macro-economici negativi. Un Italia in cui il lavoro ha perso di dignità e di valore. Un paese che ha bisogno di tornare a crescere per dare la possibilità a tutti di cittadini di avere una speranza di una vita dignitosa e serena.

 

Autore: Domenico Di Pietro, ripreso dal sito studiobertoldieassociati.it