I derivati nascosti nello scheletro dei bilanci dei comuni

C’ è un armadio dei derivati al ministero del Tesoro e dentro si trova di tutto: chi ha fatto l’affare e chi no, quanto sono cresciuti i debiti e le perdite in capo all’ente, ma soprattutto chi ha truffato, come e quanto, a chi attribuire le responsabilità.

L’archivio che contiene tutti i contratti sottoscritti dagli u contratti derivati di enti locali avviate dalle procure di Roma, Torino, Verona, Asti, Como, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Brindisi, Ragusa e Messina. Ipotesi di reato: truffa, truffa aggravata, appropriazione indebita, falso, abuso di ufficio, ingiusti vantaggi patrimoniali.

Ognuna poggia su un derivato venuto alla luce quasi per caso: indiscrezioni dall’interno dell’ente locale alla stampa, una denuncia di un’associazione di consumatori o la semplice puzza di bruciato tra le pieghe di un articolo e l’apertura del fascicolo.

L’ARCHIVIO dei derivati degli enti locali è nell’ufficio quarto della seconda direzione, il responsabile Stefano Lazzeri preferisce non rilasciare interviste. Ma i suoi collaboratori dicono: “Qui c’è un mero monitoraggio statistico, non c’è vigilanza, non facciamo controllo”. A guardare le funzioni indicate nel sito del ministero dell’Economia, in effetti, si legge che l’ufficio ha compito di “coordinamento delle attività di raccolta e delle operazioni finanziarie degli Enti pubblici e territoriali comprensivo della verifica di conformità alle indicazioni fornite nell’ambito di tale attività”.

E che significa? Chi controlla cosa c’è “dentro” un contratto derivato? Una fonte autorevole ci conferma che al Mef non hanno né strumenti né competenze per siffatti controlli. Spiega uno dei funzionari che quei contratti appena la guardano: fanno due conti e passano i contratti alla Corte dei conti.

I contratti vengono smistati in base alle competenze territoriali alle diverse sezioni regionali che vanno una valutazione “di legittimità” e non di merito: vuol dire che se nelle pieghe contratto c’è una truffa la Corte non ha nulla da eccepire. Al massimo la Corte contatta gli enti e li avvisa che stanno perdendo un mucchio di quattrini. L’ente prende atto e, considerato che i derivati non possono per legge essere sostituiti con nuovi contratti, valuta se incassare la perdita o lasciare tutto come sta.

Se quella del controllo è una speranza vana, restano le statistiche: su questo l’armadio dei derivati qualcosa la dice. I dati pubblicati dal ministero delle Finanze riportano la situazione al 31 dicembre 2012: 27,7 miliardi di euro spalmati su 266 enti locali. Tutto sommato sono numeri rassicuranti. Ma i dati di Bankitalia segnano 31,5 miliardi di euro, quattro in più.

Il problema è che quei 31 miliardi si riferiscono ai soli contratti che gli enti hanno sottoscritto con banche italiane, mancano cioè tutti quelli sottoscritti con banche estere e basta sfogliare i giornali per rendersi conto che questi sono la maggior parte. Sui reati che potrebbero na- scondersi tra le pieghe delle clausole incombe la prescrizione. Spiega il pm Robledo: “Il reato si prescrive in 6 anni che possono arrivare a 7 e mezzo se viene interrotto perché è stato rinegoziato”.

Le procure hanno poco tempo per intervenire. “Visto che la legge vieta i derivati dal 2009 – continua Robledo – gli ultimi arriveranno a prescrizione nel 2015 e qualcuno nel 2017”. Le procure hanno poco tempo per intervenire. Altri due anni di silenzio e il gioco è fatto.

 

Articolo parzialmente ripreso da ilfattoquotidiano.it