Default debito pubblico a Dubai

Dubai è oggi la punta di diamante degli Emirati Arabi, uno dei nuovi centri di gravità dell’economia globale. Nell’immaginario comune corrisponde al lusso sfrenato, a enormi palazzi e a soldi, fiumi di denaro. Sarà che abbiamo la memoria corta oppure che siamo un po’ miopi, però in pochi ricordiamo che si parla praticamente di un Araba Fenice, rinata dalla sue ceneri poco tempo fa. Stiamo delirando?

No, nel 2009 infatti il colosso finanziario Dubai World, controllato direttamente dallo stato, ha dichiarato di non essere in grado di ripagare le obbligazioni in scadenza e ha quindi formalizzato una richiesta di ristrutturazione del debito. Default, in parole semplici.

Ovviamente i mercati sono stati immediatamente colti dal panico e i listini azionari degli Emirati hanno perso fino al 6% giornaliero, in scia a piogge di tagli di rating e tutte quelle prassi a cui siamo ormai amaramente avvezzi anche nel sud Europa.
Fortunatamente per loro, la crisi non è durata molto. Provvidenziale è stato l’intervento dei vicini di casa di Abu Dhabi, che hanno provveduto ad un’iniezione di petrodollari per un totale di 10 miliardi, pagando i debiti in scadenza e rassicurando così gli stakeholder internazionali.

Oggi siamo ben lontani da quei giorni di incertezza: l’FMI (il fondo monetario internazionale) ha indicato una crescita del PIL nella prima metà del 2012 del 4,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un’economia in pieno booming con forte espansione dei settori del turismo, dei trasporti e del commercio.

Cosa vi viene in mente se pensate agli Emirati Arabi? Petrolio. Non vi sbagliate, Dubai però ha una storia completamente diversa: questo emirato è quasi del tutto sprovvisto di riserve petrolifere, tanto da essersi concentrato sulla diversificazione economica già da diversi anni. Tra i migliori esempi di questa strategia di sviluppo c’è Emirates Airlines, la maggiore compagnia aerea mediorientale e in continua espansione su tutte le principali rotte mondiali (punta ad una flotta di 380 velivoli entro il 2017!). Non dimentichiamo poi il commercio marittimo, dovuto alla centralità geografica e alla “potenza di fuoco” delle infrastrutture portuali e, ultimo ma non meno importante, il turismo di lusso divenuto ormai un vero e proprio must.

Inoltre Dubai, grazie alla sua stabilità politica e alla sua sicurezza economica percepita, è diventata col passare del tempo un punto di riferimento per tutto il mondo arabo, un vero e proprio paradiso e, di conseguenza, ha beneficiato di enormi flussi di capitale (monetario e umano) soprattutto durante la Primavera Araba. Come sempre, però, non è tutto oro quel che luccica, particolarmente in un Paese con piste da sci nel deserto…

Durante il boom edilizio tutt’ora in  corso, i maggiori operatori del settore (società controllate dal governo) si sono letteralmente indebitati come se non ci fosse un domani, raggiungendo un deficit di bilancio che l’FMI ha stimato in circa 130 miliardi di dollari. Non proprio noccioline!

A quel punto si è reso necessario un intervento massiccio statale di ristrutturazione del debito di questi colossi: lo Stato ha provveduto a ripagare interamente i possessori di obbligazioni ed ha scaricato le perdite derivanti dai crediti inesegibili sulle spalle delle banche. Così facendo si sono prese le difese degli investitori, considerati più inclini ad abbandonare il Paese al proprio destino in caso di default e l’emirato è così riuscito a mantenere l’accesso ai mercati e il valore dei Credit Default Swap è sceso in modo costante.

Gli analisti non reputano sufficiente la manovra del governo e si aspettano nuove tranche di ristrutturazione a breve: le previsioni parlano di recessione per tutto il biennio 2014-2015, durante il quale Dubai Inc. dovrà ripagare nuove obbligazioni in scadenza. Insomma, punto e a capo.

Quello della recessione non è però il problema in cima alla lista: tutti, infatti, si chiedono se Dubai debba rivedere il proprio modello di crescita, quella politica economica di cui abbiamo approfondito l’importanza anche per l’Italia recentemente su questo blog. Fino ad oggi il paese è cresciuto assorbendo capitali, risorse, persone e idee dall’estero e di conseguenza solamente il 10% della forza lavoro è rappresentata da emirati. Un modello di crescita basato su questa strategia presenta molti punti deboli e sarà sostenibile nella misura in cui continueranno a crescere i settori trainanti dell’economia (turismo, trasporti e commercio). La classe dirigente sembra essere “vagamente” conscia di queste problematiche vista la recente proposta di creare un campus tecnologico sullo stile della Silicon Valley; diciamo “vagamente” in quanto ancora non si parla di infrastrutture e leggi ad hoc: bisogna sapere, infatti, che a Dubai non esistono leggi che riconoscano lo status di startup e, peggio ancora, il sistema giudiziario non prevede tutele in caso di fallimento.

Anche voi leggendo questo post avete pensato all’Europa? La “cicala” Dubai e la “formica” Abu Dhabi, il rischio fallimento, le scelte politiche inadeguate e una politica economica non orientata al lungo periodo… con tutte le dovute cautele, sembra un po’ un film già visto.

 

Articolo ripreso dal sito Adviseonly.com