Decreto salva banche in difficolta’

Via libera con il decreto salva banche al salvataggio di quattro banche italiane in crisi: Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge che prevede il risanamento dei quattro istituti con un’operazione da 3,6 miliardi di euro, basata sulle nuove norme europee in materia di salvataggi e sull’intervento del Fondo di risoluzione nazionale, un fondo alimentato dal sistema bancario italiano. Per clienti e dipendenti dunque non cambierà nulla: domani mattina le quattro banche riapriranno e opereranno regolarmente.

Ma chi paga per il risanamento, in base alle norme europee?

La soluzione adottata dal Governo “tutela pienamente depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie; preserva i rapporti di lavoro in essere e non utilizza denaro pubblico”, si legge nella nota di Banca d’Italia.

Le perdite accumulate nel tempo dalle quattro banche sono state assorbite infatti in prima battuta dagli strumenti di investimento più rischiosi: azioni e obbligazioni subordinate (queste ultime per loro natura sono anch’esse esposte al rischio d’impresa.

Il salvataggio dunque peserà non solo sugli azionisti, ma anche sui circa 15mila sottoscrittori di prestiti subordinati emessi da Banca Marche, Banca Etruria, Carichieti e Carife: il ricorso alle azioni e alle obbligazioni subordinate per coprire le perdite, evidenzia Bankitalia, è “espressamente richiesto come precondizione per la soluzione ordinata delle crisi bancarie dalle norme europee recepite nell’ordinamento italiano dallo scorso 16 novembre”.

Non si farà ricorso invece al Fondo interbancario di tutela dei depositi, bloccato dal veto dell’Ue, dato che il suo utilizzo avrebbe configurato l’operazione come un “aiuto di Stato”, vietato dalle norme europee. Il decreto batte sul tempo l’entrata in vigore del bail-in, in base al quale, in caso di crack bancario, grazie al decreto salva banche a pagare non saranno più solo azionisti e titolari delle obbligazioni più rischiose – quelle subordinate appunto – ma anche i titolari di obbligazioni senior non garantite e i depositi intestati a persone fisiche e piccole e medie imprese per l’importo eccedente i 100.000 euro.

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Gestione complicata e delicata

Come funziona il salvataggio?

Il decreto – che entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione, attesa per oggi 23 novembre 2015 – prevede la creazione di quattro nuove banche “sane”, con lo stesso nome delle vecchie, preceduto dalla parola “Nuova” e presiedute provvisoriamente dall’ex d.g. di UniCredit Roberto Nicastro. Per gli istituti risanati, il capitale è stato ricostituito a circa il 9% del totale dell’attivo.

Le sofferenze – il cui valore è stato svalutato da 8,5 miliardi a 1,5 miliardi, secondo criteri di liquidazione indicati direttamente dalla Commissione Ue – confluiranno in una “bad bank” dotata di un capitale minimo, e verranno cedute a specialisti nel recupero crediti.

L’impegno finanziario immediato del Fondo di Risoluzione, intervenuto dopo il contributo di azioni e bond junior, consiste in circa 1,7 miliardi a copertura delle perdite delle banche originarie; circa 1,8 miliardi per ricapitalizzare le banche buone e circa 140 milioni per dotare la banca cattiva del capitale minimo necessario a operare. In totale, circa 3,6 miliardi (La liquidità necessaria per utilizzare subito il Fondo è stata fornita con un finanziamento ponte a 18 mesi e a tassi di mercato da UniCredit, Intesa Sanpaolo e Ubi Banca).

Questa però non è che la prima fase dell’operazione: gli istituti risanati saranno infatti messi subito in vendita, in modo da poter retrocedere i ricavi al Fondo di Risoluzione.

Va detto inoltre che il settore bancario italiano è in una fase di profonda ridefinizione che, prevedibilmente, porterà in futuro a nuove operazioni di consolidamento o aggregazione. Le quattro banche salvate grazie al decreto salva banche con il decreto odierno potrebbero essere quindi solo le prime di una lunga serie.

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