Debtocracy documentario autofinanziato sul debito greco

Documentario greco shock: giusto non pagare i debiti

Un documentario, finanziato su internet e visto da mezzo milione di persone, ha aperto il dibattito in Grecia sull’onorare o meno l’enorme debito del paese. La tesi è che non sia giusto pagare, e far pagare le conseguenze ai cittadini. Oltre alle posizioni degli autori, rimane un documento sulla Grecia vista da dentro. Un paese sull’orlo (o forse già oltre) il crack. Intanto tornano le proteste di piazza con lo sciopero generale.

È tutto in queste parole il senso di Debtocracy, un documentario curato da Katerina Kitidi e Marte Hadjisfanou sulla Grecia e il suo crack finanziario, economico e sociale, sul suo obbligo di rientrare del suo debito pubblico fuori controllo. Un’ora e un quarto di riprese e interviste finanziate dal basso, tramite la rete. In due settimane, il progetto ha raccolto tutti i fondi spesi per la realizzazione (circa 8 mila euro) e più del doppio dello stesso importo per distribuzione e promozione. Il documentario è visibile e scaricabile gratuitamente dal sito, dove si trova anche la versione con i sottotitoli in inglese.

Katerina Kiditi, regista del documentario, ha detto a Linkiesta che, dopo Debitocracy «l’idea è ora di fare un nuovo documentario con i fondi extra che abbiamo raccolto e se non ci riusciremo nei prossimi sei mesi allora i soldi saranno restituiti ai donatori». Oltre a questo, il team di produzione continua a lavorare: «Renderemo pubbliche tutte le fonti delle nostre ricerche, e questo è il motivo per cui abbiamo pubblicato la trascrizione del documentario con link alle fonti».

Debtocracy ha messo in agenda in Grecia la creazione di una commissione che esamini il debito pubblico ellenico. E ha diviso in due il paese. Se da una parte Debtocracy è gratis online ed è stato visto da mezzo milione di persone, dall’altra non sono mancate neanche le critiche. Kathimerini, il quotidiano conservatore, ha scritto che è un film «fortemente propagandistico» e che lo scopo del documentario è «cambiare il mondo, non tenerlo informato».

Debtocracy è il racconto di un esperimento economico-sociale senza precedenti: salvare dal default Atene, malgrado l’opposizione dei cittadini, che non sono disposti a sopportare i costi sociali di un crac da quasi 280 miliardi di euro. Come scritto da Linkiesta, anche uno studio della banca svizzera Ubs da per «fallita» la nazione ellenica. Le più esposte sono sempre Francia e Germania, rispettivamente per 92 e 69,4 miliardi di euro. Da poco l’agenzia Standard & Poor’s ha anche tagliato il rating ellenico da BB- a B, sottolineando che potrebbe ribassarlo in futuro.

Quello che rende il documentario interessante è il suo racconto, fatto dall’interno, della Grecia. Il paese non è più visto dall’esterno e additato come un reprobo. Si vedono gli effetti della spesa pubblica fuori controllo, dell’aumento del debito pubblico e della frattura sociale dovuta ai costi della crisi. Quello che fa la differenza è come i greci raccontano il mondo che li circonda. E il tentativo delle istituzioni di rendere tutti partecipi del buco: non solo la classe politica quindi, ma tutti i cittadini. Che si sono sentiti nel mirino della Germania, una sorta di presenza incombente sul documentario.

Che gli attuali piani di rientro per la Grecia non basteranno a ripagare il suo debito è stato scritto più volte. Il Wall Street Journal, sul suo blog The Source ha anche aggiunto: «O [Grecia e Irlanda] convincono i cittadini che pagano le tasse nei paesi importanti a dividere una parte del loro fardello oppure lasciano l’euro». La risposta è non pagare il debito, perché è stato contratto contro l’interesse dei cittadini. Questa è la tesi del documentario, e – forse – la sua parte meno interessante.

La contestazione alle misure del Fondo Monetario Internazionale e il richiamo alle esperienze di Argentina e Ecuador sono incentrate sul loro rifiuto di onorare debiti, contratti in modo «odioso». Sempre per il Fondo Monetario Internazionale, lo stesso “dottore” che i greci contestano, la dottrina del debito odioso «ha avuto origine con le questioni poste dagli Stati Uniti nel 1898 durante le negoziazioni dopo la guerra Ispano-Americana. Gli Stati Uniti sostenevano che né loro né (la neo annessa) Cuba dovessero essere considerati responsabili per un debito che l’isola aveva contratto durante la dominazione coloniale, dal momento che il debito “era stato imposto ai cubani senza il loro consenso”». Quello che rimane, di un documentario di grande pulizia visiva e montaggio curato, è il senso di vuoto davanti a qualcosa di enorme che arriva. E se la Grecia non fosse too big to fail?

Testo da linkiesta.it

Aggiornamento: oggi a Atene le piu’ grosse proteste di piazza di sempre. Il tutto alla vigilia di ulteriori tagli alle spese da parte del governo greco.

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