Debito pubblico e liberalizzazioni annunciate

Da Chicago Blog, riproponiamo una parte di questo bell’articolo di Alberto Mingardi. E sottolineiamo che con le scadenze a settembre che avanzano sui titoli di stato da rifinanziare, ci vorra’ ben altro per convincere i mercati.

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E vi stupite che i mercati scommettano contro l’Italia? Nel pomeriggio di oggi il governo ha svelato i suoi due “piani” per tornare a privatizzare e liberalizzare. Due tardivi ritorni di fiamma, della serie: non sappiamo più che pesci pigliare. Privatizzazioni e liberalizzazioni, però, non si fanno di norma perché l’ha ordinato il dottore. Si fanno perché, perdonate la frase da libro Cuore, uno ci crede. Si fanno perché rientrano nella visione complessiva che del futuro di un Paese hanno le forze politiche cui è toccato in sorte di governarlo. Si fanno perché si è capito che a frenare la crescita non è quanto sopravvive in Italia di un’economia privata, ma il socialismo introdotto surrettiziamente nel sistema.Questo non è il caso del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che di una visione trasparentemente illiberale dell’economia ha fatto un punto d’onore. E a pieno diritto, ci mancherebbe altro: meglio un nemico che si presenta come tale, dei liberalizzatori della domenica. Liberalizzatore della domenica ora Tremonti prova a fingersi, nella incomprensibile convinzione che, se nelle stanze del potere romano ancora non si parla inglese, gli operatori economici (scusate, intendevo: gli speculatori) non abbiano quattrini con cui pagarsi un traduttore dall’italiano.
Che cosa dicono infatti i due provvedimenti gemelli, su liberalizzazione delle professioni e privatizzazioni, partoriti dal governo nel travaglio di un giorno di feroci contestazioni, guidate da quella luminosa forza riformista, il drappello di circa 80 deputati pidiellini dotati di laurea in legge? Quanto segue si riferisce, ovviamente, alle versioni dei testi che ci sono capitati in mano.

Privatizzazioni: il governo si riserva, da qui alla fine dell’anno, riesumato il Comitato privatizzazioni, di decidere quali asset dismettere e di sottoporre tale decisione al vaglio del Parlamento. I calcoli azzardati da Perotti e Zingales o da Carlo Stagnaro su questo blog sono sbagliati? Ditelo, date un segno di vita, controbattete. Alzate, alla peggio, la vostra bandiera: statalisti siamo, e statalisti rimarremo. Tutto è meglio di una fiera presa per i fondelli di mercati e cittadini italiani.

Liberalizzazioni: stessa solfa. Non si toccano quelle con l’esame di stato. Per le altre, il governo chiederà loro se, di grazia, gradiscono una liberalizzazione. Ci sono sei mesi per ogni gruppo d’interesse italiano per farsi confezionare una leggina ad hoc. Dopo di che, e scusate se è poco, tutto quello che non è esplicitamente regolamentato è da considerarsi in libero mercato.

In democrazia i partiti dipendono dalle proprie constituency, si capisce. Ed è naturale e comprensibile che il PDL ritenga di non potersi alienare il voto di medici, avvocati, notai, eccetera. Ma allora, che bisogno c’era di montare questa ennesima carnevalata fuori tempo massimo? Detto fuori dai denti, ce ne sono di categorie fra cui il governo non piglia un voto che potrebbero utilmente essere esposte a una riforma radicale. Riforme, lo si ammette persino su questo blog che degli ordini professionali è un affezionato avversario, che darebbero di più al Paese che smantellare i fortini in cui sono asserragliati i professionisti. Due esempi soltanto: l’abolizione dell’articolo 18 e una riforma vera e drastica dell’università italiana.

Peccato che invece in manovra trovino posto inasprimenti fiscali, eterni ritorni come un taglio alla spesa farmaceutica ospedaliera riversato sulle industrie produttrici (tanto più comodo che affondare il coltello nella riorganizzazione della disfunzionale rete ospedaliera italiana), lo strangolamento fiscale delle imprese che operano in regime di concessione nel settore dei trasporti (non più le Autostrade ma, pare, tutti gli altri).

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