Dare credito alle piccole imprese non conviene alle banche secondo il Cerved

I sistemi bancari più avanzati come gli Stati Uniti e l’Inghilterra sono già passati all’azione riducendo di molto i servizi alle micro e piccole imprese. E in Italia? Una risposta parziale può arrivare dalle analisi sempre più puntuali degli osservatori CERVED.

L’ultimo studio uscito analizza il problema delle sofferenze bancarie sotto un profilo geografico, dimensionale (delle imprese) e di previsione futura.  Rimandandovi all’intero studio mi preme estrarre un’interpretazione dei dati forniti da CERVED.

Detto con semplicità, il tasso di ingresso (passaggio) a sofferenza delle piccole imprese è cresciuto a partire dalla crisi del 2008 e non si è più fermato. CERVED ha scomposto i tassi d’ingresso a sofferenza per dimensione d’impresa mostrando l’ovvia verità che le micro e piccole imprese hanno, in percentuale sul credito a loro erogato, dei tassi di rischiosità storica superiore.

E il futuro? Sempre peggio. Le previsioni del Cerved vedono il calo dei tassi d’ingresso dal 3,4% al 2,5% per la media delle imprese, al 3,2% per le micro contro l’1,3% delle grandi.

Due considerazioni vanno fatte a questo proposito: la prima è che se CERVED prevede bene fino al 2016 il sistema bancario subirà ulteriori notevoli flussi di sofferenze,

La seconda considerazione ci rimanda al tutolo di questo post: conviene alle banche prestare denaro alle piccole imprese?

Una prima risposta tecnica la fornisce lo stesso studio CERVED, perché se a prima vista i grafici sconsiglierebbero di prestare denaro alle micro-imprese, CERVED spiega nella nota che accompagna i grafici che.

“Al maggior rischio in media delle imprese di minori dimensioni non corrisponde un maggiore rischiosità nei termini di rischio di portafoglio. Numerose evidenze mostrano, infatti, che il rischio delle imprese di minori dimensioni ha una componente idiosincratica più elevata di quella delle imprese maggiori e quindi risulta più bassa la correlazione tra gli eventi di default e si riduce, di conseguenza, la rischiosità del portafoglio crediti delle piccole imprese.”

Detto in termini più semplici se un portafoglio di prestiti a 1.000 micro-imprese avesse lo stesso volume di un portafoglio di prestiti a 5 grandi imprese (es. 1.000 x 50.000€ = 50.000.000€ = 5 x 10.000.000€), la diversificazione del portafoglio di 1.000 piccoli prestiti porterebbe a risultati di minore rischiosità nel tempo.

Sulla base delle previsioni di CERVED e ipotizzando che i quasi 800 miliardi di credito concessi alle imprese siano per il 70% erogati a imprese medio-grandi e per il 30% a imprese micro e piccole, le percentuali previste da Cerved conducono a una stima di nuove sofferenze nel 2016 in valore assoluto di 20 mld. per le imprese maggiori e di 15 per le piccole.

Probabile inoltre che l’esposizione verso le piccole imprese, sempre basata su maggiori garanzie collaterali, attiri una percentuale di rettifiche inferiore al 60% previsto per le grandi. Alla fine dell’esercizio le piccole imprese costeranno alle banche nei prossimi due anni 7,3 mld di capitale contro 11,9 delle grandi.

Il problema per le banche non è però solo il costo del rischio -che renderebbe più attraente un portafoglio crediti composto da una miriade di piccole imprese- ma il rapporto tra redditività e costi di ciascuna tipologia. Un rapporto molto sbilanciato a favore delle grandi imprese che in proporzione possono sopportare meglio gli ingenti costi fissi organizzativi e di processo.

Prestare ai piccoli non è più rischioso, ma più costoso

La conclusione, sulla quale dovrebbe soffermarsi anche l’attuale dibattito sul ruolo delle banche popolari e delle BCC votato al finanziamento della piccola impresa, è che prestare denaro alle piccole imprese non è di per sé più rischioso (su base aggregata) rispetto alle grandi imprese.

La redditività invece è un altro paio di maniche: compressa dal fenomeno assurdo del multiaffidamento  (pochi margini divisi tra 3 o 4 banche) e da elevatissimi costi di processo rende poco attraente il segmento delle piccole imprese.

Ecco spiegata la propensione delle banche USA e UK ad abbandonarlo o a gestirlo in partnership con le nuove piattaforme di finanza alternativa che possono permettersi processi più leggeri e costi bassissimi. Mentre le banche italiane continuano nel triplice equivoco di finanziare troppe piccole imprese per quote inferiori al 100%, di considerare poco la diversificazione naturale delle micro-imprese a livello di politica creditizia e di avere costi esagerati rispetto alla qualità del servizio erogato. Le dichiarazioni appassionate verso il territorio e le piccole imprese sono fondate su scarsa lucidità e troppa propaganda. Il tempo lo dimostrerà.

Articolo ripreso da linkerblog.biz – autore: F_Bolognini

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