Da Industria 4.0 alla Società 4.0

di | 26/02/2020

L’idea su come sarà la transizione da Industria 4.0 alla Società 4.0 nasce da una conversazione con Riccardo Illy, imprenditore, ex politico, e dalla sua creazione di una macchina. Ma non per fare il caffè Illy che tutti conosciamo, bensì il cioccolato, quello buono.

È stata appena presentata, ne sono state ancora vendute solo due, in Libano e in Svizzera. Anche perché stiamo parlando di un attrezzo che costa 60mila euro e permette per la prima volta di fare in un piccolo spazio, e non in una fabbrica, la tavoletta partendo dalla fava di cacao.

Personalizzazione, apertura e un po’ di digitalizzazione oltre che la creazione di un nuovo prodotto grazie alla collaborazione con un fornitore. Sono gli ingredienti di innovazione che a Illy piace sottolineare parlando di Domori (il cioccolato, appunto) che è uno dei pregiati brand che fanno parte della galassia extracaffé del gruppo triestino di cui è presidente insieme con Dammann Frères (il the), Agrimontana (le conserve di frutta) e Mastrojanni (il vino a Montalcino). Un business piccolo rispetto a quello tradizionale (circa 15 milioni di euro in totale) ma in costante crescita.

Torniamo alla macchina. Che cos’ha di così speciale? «Finora noi producevamo le tavolette e le vendevamo. Con Techno3, dopo aver rinnovato una linea produttiva nel nostro stabilimento di None (nella città metropolitana di Torino, ndr.) riducendo i tempi concaggio, abbiamo sviluppato un’altra macchina molto più piccola,  due metri per uno, e molto semplice da usare.

Utilizza la granella di cacao e richiede solo un collegamento elettrico». Bisogna sapere come si produce il cioccolato che tutti mangiamo per comprendere perché è così importante ridurre i tempi di concaggio. Illy sintetizza così: «Il 90% della produzione mondiale di cacao è di forastero, una qualità con molte imperfezioni. Per nasconderle bisogna fare concaggi lunghi e ad alte temperature». Che non servono se si usa l’altro 10% di cacao, a partire dal Criollo che è il più pregiato e il più raro (lo 0,001% della produzione). Anzi, meno si lavora più conserva le sue caratteristiche di qualità.

Ma che cosa c’entra l’innovazione? «Abbiamo pensato di portare nel punto vendita l’esperienza della manifattura», risponde Illy. «Siamo stati ispirati anche dal fenomeno del microbrewery. Se nascono così tanti microbirrifici, perché non possiamo pensato a delle microchocolaterie dove puoi avere la tavoletta appena prodotta secondo l’estro del pasticcere? Partendo dalla granella pura, senza zucchero, puoi personalizzare il prodotto come vuoi. Mi piaceva poi l’idea di fare uscire dalla fabbrica il miracolo che c’è nella produzione del cioccolato: parti da una fava solida, che dopo essere stata macinata diventa calda e liquida ma, raffredata a temperatura ambiente, torna solida per poi sciogliersi di nuovo in bocca». 

È una modalità talmente nuova che qualcuno ha obiettato al presidente: ma così non facilitiamo la nascita di concorrenti? «Venderemo a loro la granella e soprattutto il know how», risponde lui.  «Inoltre con queste macchine vogliamo diffondere la cultura del cacao nobile.

Non c’è nulla di meglio di un punto vendita che ti fa vedere come si passa dalla fava al cioccolato, che ti spiega perché criollo è la varietà extrafine e il trinitario un ibrido ma di qualità. Insomma crediamo che anche facendo così si possa evolvere la domanda di buon cioccolato». Il digitale non manca. «In ogni macchina è installato un chip che ci permette di conoscere tutti i parametri di funzionamento  ovunque sia installata nel mondo per organizzare preventivamente la manutenzione ma anche per valutare se viene utilizzata in maniera corretta».  

Dalla macchina per il cioccolato all’Industria 4.0 il passo è breve. Dopo aver concluso la sua lunga esperienza politica (sindaco di Trieste e presidente della Regione Friuli), nel 2009 Riccardo Illy andò a studiare a Stanford per rimettersi al passo. Per fotografare lo stato dell’Italia digitale gli piace cominciare da Machiavelli. «Cinquecento anni fa sosteneva che di fronte al cambiamento ci sono i tiepidi sostenitori fra chi pensa di averne un vantaggio e acerrimi oppositori tutti gli altri.

Oggi c’è una certa inerzia, pigrizia, nelle imprese che non stanno sfruttando il potenziale delle tecnologie digitali. Perché cambiare costa fatica. Quindi ben venga un Paese come la Germania che mostra il vantaggio competitivo che si può avere dall’adozione delle tecnologie digitali». Eppure l’industria 4.0 dovrebbe essere il naturale approdo della manifattura italiana. «È l’inevitabile punto di arrivo del processo di digitalizzazione con i vantaggi che derivano dalla connessione di persone, organizzazioni e oggetti. I costi sono decrescenti e diventerà sempre più conveniente farlo».

L’Industria 4.0 è solo una tappa intermedia, secondo Illy. «Il vero punto di arrivo sarà la Società 4.0, quando saranno connesse non solo le imprese e i loro ecosistemi, ma anche il consumatore finale e la pubblica amministrazione.