Cosa sono le agenzie di rating

Uno incubo si aggira per l’Europa: l’incubo delle agenzie di rating. Tutti gli Stati della vecchia Europa sono sotto la minaccia che recita: “Guardate che vi abbassiamo il voto in pagella, eh?”. Al che uno potrebbe rispondere allegramente con un sonoro “ecchisenefrega” e chiudere lì la faccenda. Dico: potrebbe. Purtroppo, non si può. E perché non si può? Prima di rispondere a questa giusta domanda, vediamo un po’ cosa sono ‘ste agenzie di rating.

Assurte in tempi recenti ai fasti della cronaca, in realtà le agenzie di rating nascono all’inizio del Novecento per valutare (rating = valutazione) lo stato di salute economico delle società d’impresa economica. Come capita spesso, in origine non era neanche una cattiva idea: offrire, a pagamento, un giudizio specializzato sullo stato di salute di un’azienda rispetto all’andamento del mercato può garantire vantaggi in termini di progettualità e strategia produttiva. In genere, era la società a chiedere alle agenzie il loro servizio.

Non solo: i risultati di quel servizio dovevano rimanere riservati, a meno che il committente non ne autorizzasse la pubblicazione. Il perché è ovvio: un giudizio negativo reso pubblico avrebbe danneggiato ulteriormente l’azienda, innescando speculazioni contro di essa. Inoltre, un declassamento o una sovrastima del rating offrono, a chi ha l’imbeccata giusta e per tempo, l’opportunità di speculare in borsa alla stregua del giocatore del casinò che sa in anticipo su quale numero si fermerà la pallina della roulette.

E’ accaduto? Non è accaduto questo fin dalle origini? Bè, mettiamola così: diciamo che fino ad un certo punto le agenzie fecero un lavoro apparentemente onesto. O, almeno, non provocarono grossi danni.

Chissà come, chissà perché però, nel tempo le rinomate agenzie decisero di agire di propria iniziativa. Ovvero: non aspettarono più che qualcuno chiedesse i loro servizi ma, con uno spirito che di generoso volontariato non ha nulla, cominciarono a indagare di propria sponte sullo stato di salute di qualsiasi società produttiva, meglio se di rilevanza multinazionale.

Inoltre, per non farsi mancare niente, estesero progressivamente il campo di indagine anche alle banche e, udite udite, persino ai bilanci degli Stati sovrani. Non solo: ma del dovere della riservatezza dei risultati presero a impiparsene allegramente.

Direte: sì, d’accordo, ma loro che ci guadagnano se nessuno paga il servizio più o meno corretto che sia? Non disperate: le vie dei signori della finanza sono infinite. Accertato che i maggiori azionisti della Moody’s (una delle Three Big: le altre due sono la Standard&Poor’s e la Fitch) siano, oggi, i fondi di investimento come la Capital World Investors che possiede il 12,4% del capitale e che il finanziere d’assalto Warren Buffet con la sua Berkshire Hathaway ne possieda un altro 12,5%: volete che i conti in casa Moody’s non tornino sempre e comunque in attivo per loro e per i propri azionisti? E nessuno al mondo può garantire che le valutazioni dell’agenzia non siano finalizzate soprattutto a questo tornaconto.

Che ci sia un conflitto di interessi è lampante. Talmente lampante che sarebbe persino sciocco chiedersi: ma come mai questi scienziati che scrutano al microscopio le casse di qualsiasi forziere pubblico e privato non sono state in grado di prevedere, nel 2001, il crack dell’azienda energetica statunitense Enron che, anzi, davano saldissima fino a quattro giorni prima del crollo?

Vuoi vedere che fu per dare modo agli azionisti di maggioranza di disfarsi delle loro azioni a prezzi vantaggiosissimi? E, infatti, è andata proprio così. E perché, ancora, e in maniera devastante per l’intero pianeta, non hanno previsto il crack dei mutui subprime del 2008 che premiavano con un bel AAA (il massimo della sicurezza) ancora poco tempo prima che esplodesse la bolla finanziaria? Persino uno dei massimi speculatori della finanza mondiale (quindi un loro parente prossimo, sia pur serpente) Paul McCulley, non poté fare a meno di notare nell’occasione che: «L’esplosiva crescita di un sistema bancario ombra era come una mano invisibile che stava organizzando un drinking party non regolato, con le agenzie di rating che distribuivano false carte d’identità».

Ora, appare del tutto chiaro che il gioco giocato dalle agenzie si è fatto sporco e via via sempre più sporco. Fino al punto di non limitarsi a speculare in borsa sulla pelle delle società e delle banche. C’era ancora il grosso da spolpare: i titoli e i buoni del tesoro degli Stati sovrani. E sul grosso, infine, hanno puntato. Declassare uno Stato indebitato dal grado di “elevata capacità di ripagare il debito” (AAA) a solo “alta capacità di pagare il debito” (AA), vuol dire costringerlo a pagare interessi più alti per i titoli emessi, con la conseguenza immediata di indebitarlo ancora di più e arricchire, ancora una volta, gli speculatori. Si potrebbe rispondere loro con il “ecchissenefrega” di cui all’inizio dell’articolo? No, non si può perché nessuno Stato indebitato può permettersi il lusso che anche una sola asta dei suoi titoli vada deserta. Cosa che puntualmente accadrebbe se la Grande Finanza decidesse di farlo. Come rischiava accadesse all’Italia se nei mesi scorsi non ci avesse soccorso la Bce acquistando i nostri titoli al suo posto.

In questo caso, però, le agenzie di rating non c’entravano ancora. C’entrava, invece, la sfiducia dei mercati per la manovra economica varata in prima istanza, a luglio di quest’anno, dall’allora Governo e che era a dir poco ridicola. Infatti, poi, in cambio del suo soccorso, è stata la Bce a commissariarci e a darci la linea per mantenere a galla il nostro bilancio pubblico. Minaccia sventata, quindi? Ma no: e le agenzie di rating che ci stanno a fare, allora? Con una tempestività cronometrica, il 20 settembre, una delle Three Big, la Standard & Poor’s, ha declassato il debito sovrano italiano. Poi, due giorni dopo, il 22 settembre, ha declassato 22 fra banche e istituti di credito, tra cui Intesa, Sanpaolo e Mediobanca, determinando la riduzione del valore dei titoli di Stato in loro possesso.

Un uno-due capace di spaventare anche tigri come Usa e Francia (pure sotto tiro delle benemerite agenzie) figuriamoci un micetto come l’Italia. E’ dovuta scendere in campo, stavolta, direttamente la Cancelliera d’Europa Angela Merkel (il 28 settembre) che ha fatto approvare in tempi record dal Parlamento tedesco una riforma che aumenta i fondi di soccorso per gli Stati a rischio default.

Pensate che basti questo a scoraggiare una volta per tutte la manovra di accerchiamento finanziario che gli squali stanno danzando intorno al Vecchio Continente? Le agenzie di rating prevedono di no.

Articolo ripreso dal sito ariannaeditrice.it