I consulenti alle prese con la difficile situazione della consulenza finanziaria

Di tanto in tanto svolazzando su twitter mi capita di incrociare segnalazioni o articoli che si rivolgono ai bisogni veri o presunti delle PMI. Quando vado a leggere mi accorgo che purtroppo una parte sono specchietti per le allodole e contengono una notevole dose di disinformazione che non fa bene agli imprenditori.

Il punto è che il web, la rete è oggi una prateria disponibile a chiunque voglia esibirsi e non ci sono forme di controllo, neppure di tipo deontologico. Stanco di leggere alcune bestialità credo che mi adopererò per un’opera di moralizzazione della consulenza alle piccole imprese, che hanno già abbastanza problemi di questi tempi, da non dovere anche difendersi da venditori di fumo.

Sul tavolo del miglioramento del rapporto tra sistema bancario-finanziario e sistema delle imprese, soprattutto delle piccole imprese, va a questo punto posto seriamente anche un terzo sistema: quello dei consulenti d’impresa. E bisogna dire subito che quest’ultimo, che rappresenta un importante ingranaggio di trasmissione della conoscenza, è tutt’altro che esente da pecche e colpe. Prima di tutto rendiamoci conto che la pattuglia dei consulenti si è ingrossata come un fiume in piena da quando le grandi imprese e banche hanno cominciato a licenziare, esodare e ridurre i ranghi. I predatori sono aumentati e hanno fame. Le gazzelle sono molte di più.

Poi mi permetto di sottolineare che la qualità della consulenza offerta è molto variabile, per essere veramente diplomatici. La frequenza con cui mi sono imbattuto e mi confronto in lavori di consulenza di qualità meno che scadente mi fa pensare che il fenomeno sia tanto diffuso quanto pericoloso per gli imprenditori che incappano nelle unghie di questi piccoli e grandi predatori. Negli ultimi giorni ho avuto sul tavolo esempi sconcertanti e ho sentito frasi poco da educanda da parte di imprenditori delusi e traditi dai propri consulenti o professionisti.  Altri consulenti, che reputo di grande qualità in settori diverso dal mio mi raccontano storie simili.

Il fatto è che 1.500.000 imprese sono un mercato sterminato e appetitoso per qualsiasi tipo di consulente, sia esso professionalmente esperto e preparato o professionalmente improvvisato ma commercialmente aggressivo. Chi paga il conto è l’imprenditore, che credendo di porre fine alla propria solitudine decisionale si affida all’esperto di turno per scoprire a volte che i consigli erano sbagliati e ingiustificatamente costosi.

La moralizzazione di una platea sterminata di consulenti a caccia di cibo è praticamente impossibile, ma qualcosa in quella direzione andrebbe fatto da chiunque abbia come impegno statutario la salute e la tutela dei propri imprenditori associati. Purtroppo nemmeno questo meccanismo ha mai funzionato, anzi si è prestato a giochi di bottega, favoritismi e incroci incestuosi che nulla hanno a che fare con quella meritocrazia che oggi reclamiamo in politica, nella pubblica amministrazione, nella scuola e nelle banche.

Personalmente qualche episodio scandaloso merita di essere citato per farmi capire meglio, come il caso del piccolo consulente scoperto a organizzare workshop per  ’migliorare i rapporti tra banca e impresa’ e invece di usare farina del suo sacco, copia parola per parola l’indice del mio libro. Sarà un bravo consulente? Forse, ma la partenza non è un granché.  Prendiamo un caso invece di disinformazione recente: questo è un post pubblicato da un avvocato:

PICCOLE E MEDIE IMPRESE E NUOVI STRUMENTI FINANZIARI

Vista la difficoltà di accesso ai canali tradizionali del credito, per molte piccole e medie imprese (PMI) è finalmente possibile finanziarsi con strumenti innovativi per il nostro ordinamento giuridico: le Cambiali Finanziarie e i Mini Bond.

Si tratta di strumenti introdotti dal Decreto Sviluppo 2012 (art. 32 del D.L. 83/2012 convertito in L. 134/2012), per i quali la Circolare 4/E 2013 dell’Agenzia delle Entrate ha ora dettato regole operative e regime fiscale.

La deducibilità degli interessi passivi è limitata al caso in cui il beneficiario effettivo dei proventi sia residente in Italia o comunque in uno Stato che preveda lo scambio di informazioni in via amministrativa.

Inoltre, i titoli non possono essere sottoscritti  da soci che detengano più del 2% del capitale della società emittente.

Infine, i titoli possono essere sottoscritti e circolare esclusivamente tra investitori qualificati ai sensi dell’art. 100 T.U.F.. Si tratta di precisazione che è opportuno inserire nel prospetto di offerta dei titoli.
Vediamo le differenze.

Le Cambiali Finanziarie.

Si tratta di strumenti finanziari che possono avere una durata da 1 a 36 mesi dalla data di emissione e che quindi si prevede vengano legati a specifici progetti di breve/medio periodo.

Le società non quotate non possono emetterle autonomamente, ma devono essere assistite da uno sponsor (banca, SGR, SICAV). Peraltro il supporto della società autorizzata alla gestione accentrata di strumenti finanziari consente di emettere le Cambiali Finanziarie anche in forma dematerializzata. Ciò consente il risparmio dell’imposta di bollo, che sulle cambiali dematerializzate non si paga, mentre per le altre è dello 0,01%.

Il regime fiscale consiste nell’aliquota del 20%, come previsto dal D.L. 138/2011 art. 2, comma 6.

I Mini Bond.

Si tratta di obbligazioni che possono essere emesse anche da società non quotate. Come per le cambiali finanziarie l’aliquota fiscale è del 20%.

I Mini Bond si presentano come alternativi rispetto alle cambiali finanziarie, poiché la durata minima è di 36 mesi; al di sotto di tale termine è possibile utilizzare esclusivamente le cambiali finanziarie.

Il nostro simpatico e sorridente avvocato ha fatto un lavoro scolastico, scopiazzando qualche altro articolo o tagliuzzandolo, ma ovviamente non sa -perché non è il suo mestiere– che il taglio minimo per trovare una banca che faccia da sponsor a un mini-bond è ancora oggi superiore a 100 milioni di euro, mentre il fatturato massimo di una PMI è 50 milioni. Dunque altamente improbabile che un’impresa emetta debito per un valore pari a 2 o 3 volte il proprio fatturato, altamente improbabile che un investitore avveduto lo compri. Quindi l’articolo è corretto, ma il titolo -lo specchietto per le allodole è sbagliato, come ho già avuto modo di scrivere qui.

Ecco il tipico consulente-predatore, che per avere qualcosa di intelligente da pubblicare, arraffa una notizia e la diffonde al suo pubblico di piccoli e medi imprenditori, che hanno tutto il diritto di non conoscere il mercato finanziario (hanno altri grilli per la testa) e in questo caso vengono illusi e disinformati. La consulenza è un’attività seria, difficile come fare impresa, ma sotto il profilo della reputazione è danneggiata dalla presenza di molti improvvisati che offrono agli imprenditori tutte le buone ragioni di questo mondo per diffidare da qualsiasi consulente si presenti alla porta. Questo non va bene, così come non vanno bene quei consulenti a 360° gradi che offrono qualsiasi competenza dello scibile aziendale e che spesso finiscono per fare tutto male.

Personalmente credo alla specializzazione, se il mio mestiere si chiama finanza e debito non vedo come potere essere di aiuto nel riorganizzare una fabbrica o nel fare un piano per l’export. Preso atto di questo se c’è bisogno di avere al fianco un bravo consulente export semplicemente lo chiamo e lavoriamo insieme, perché la somma delle nostre competenze e del lavoro darà esattamente ciò di cui l’imprenditore ha bisogno. Nel frattempo gli imprenditori continuano a mostrare contemporaneamente diffidenza e ingenuità nel rapporto con i consulenti e non sempre si riesce ad innescare un percorso virtuoso.

Quando poi la consulenza si affianca, senza competenze, senza metodo e senza pudore, a un imprenditore in piena crisi e a causa della sua inconsistenza compromette le già ridotte possibilità di uscita dalla crisi, allora siamo in presenza di un crimine professionale e di un tradimento del patto di fiducia che nasce anche dalla disperazione. Purtroppo esistono anche questi casi e la disinvoltura con cui poi il consulente abbandona il caso, anche senza incassare tutto il compenso, per dedicarsi alla prossima gazzella merita la massima riprovazione.

Chiedo scusa a tutti i bravi consulenti d’impresa che si sono sentiti tirati per la giacca, e sono per fortuna tanti. Ma sono anche certo che sarebbero i primi a firmare una petizione per fare pulizia in un mercato che è senza regole e senza pudore.

 

Articolo di Fabio Bolognini, ripreso dal sito linkerblog.biz

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