Come investire legalmente in Svizzera

L’avvocato fiscalista Philippe Kenel ha presentato a Bruxelles e a Parigi una guida destinata alle persone facoltose che desiderano portare il loro domicilio e fare investimenti in Svizzera. Riprovevole? Per Kenel non c’è niente di male.

S’intitola «Guide juridique et pratique des délocalisations et des investissements de personnes fortunées en Suisse» ed è un poderoso volume di 389 pagine. Philippe Kenel vi passa in rassegna tutte le disposizioni che riguardano gli stranieri desiderosi di stabilirsi in Svizzera.

La guida spiega ad esempio come acquistare un immobile, ottenere la nazionalità svizzera o far riconoscere la propria patente di guida.

Destinato ai ricchi (ansiosi di sottrarsi alle pressioni fiscali dei loro paesi d’origine?), il libro rischia di sollevare numerose discussioni.

swissinfo.ch: La crisi economica ha spinto molti paesi europei a cercare il modo di aumentare le loro entrate e lei fa il panegirico di una Svizzera in cui i ricchi stranieri possono ottimizzare la loro situazione fiscale. È una provocazione?

Philippe Kenel: No. Lo scopo del libro è spiegare le regole, del tutto legali, in vigore in Svizzera. In molti casi si tratta di disposizioni che hanno una lunga tradizione e che vanno difese. Riguardano ad esempio le imposte globali secondo il dispendio, gli investimenti in campo immobiliare o i trust.

Davvero possiamo rimproverare ai francesi o ai belgi – per i quali è stata pensata questa guida – di cercare in Svizzera una certa stabilità e sicurezza fiscale, monetaria e politica? I loro paesi sono stati gestiti male, sono fortemente indebitati e devono aumentare le tasse…

swissinfo.ch: Ma la pubblicazione di questa guida non rischia di mettere in imbarazzo il governo svizzero che dal 2008 cerca di rifarsi una reputazione in materia di concorrenza fiscale, soprattutto nei confronti dell’Unione europea?

Ph. K.: Ma se i principali concorrenti della Svizzera sono proprio membri dell’Unione europea! Lussemburgo, Gran Bretagna, Belgio, per non citarne che tre. Il sistema d’imposizione forfettaria suscita delle discussioni in Svizzera, eppure il paese e la sua economia ne traggono beneficio.

Nel 2010, per esempio, sono state incassate imposte per 668 milioni di franchi. Ci sono poi le consistenti spese fatte da queste persone nel nostro paese e i posti di lavoro – circa 22’000 – legati alla presenza di contribuenti stranieri tassati a forfait.

In Gran Bretagna le condizioni per i ricchi residenti sono ancora più favorevoli, eppure se ne parla poco. Gli stranieri facoltosi, ad esempio, possono lavorare nel paese, in Svizzera no.

swissinfo.ch: Lei tesse le lodi dei trust, che a ben guardare sono dei costrutti pensati apposta per evitare le tasse. Questo non la disturba?

Ph. K.: Il diritto elvetico non contempla il trust in quanto tale. Tuttavia in Svizzera ha un ruolo importante. In effetti, le banche gestiscono beni consistenti affidati ad amministratori che risiedono in Svizzera. Non è un caso: i trust, irrevocabili e discreti, permettono di proteggere i beneficiari dal sistema di scambio d’informazioni fiscali su richiesta. O meglio, per i francesi è il caso di dire “permettevano”, perché Parigi ha malauguratamente modificato le sue leggi.

Anche in questo caso non dobbiamo dimenticarci che i trust sono nati in ambito anglosassone e che il sistema non è percepito allo stesso modo in Gran Bretagna e in Svizzera. Lassù non si dice niente perché nessuno chiede niente, da noi si sa tutto ma non si dice niente.

swissinfo.ch: Nicolas Sarkozy non fa distinzioni…

Ph. K.: Per lui, che è forte con i deboli e debole con i forti, è facile prendere di mira la Svizzera. Ma dovrebbe riflettere: il problema della delocalizzazione delle persone agiate non è legato al paese in cui vanno, ma a quello che lasciano. Sommando l’imposta sul patrimonio a diritti di successione spropositati e moltiplicando il grado d’incertezza ci si espone forzatamente a dei problemi.

swissinfo.ch: È poco probabile che Sarkozy cambi idea leggendo la prefazione al suo libro, scritta da Stéphane Garelli, direttore dell’Istituto di ricerca in management di Losanna. Garelli parla del «piccolo paradiso» svizzero. Vista la crescente pressione che l’Unione europea esercita su Berna, è il caso di dire che è un paradiso perduto?

Ph. K.: Bisogna distinguere tra la delocalizzazione delle imprese e quella delle persone agiate. Nel primo caso, l’Unione europea ha più o meno messo ordine in casa sua adottando un codice di condotta che vorrebbe estendere alla Svizzera.

Nel secondo caso le cose non stanno così e l’UE non è nella posizione di criticare la Confederazione. Da un lato non è competente in materia e dall’altro faccio notare che i ricchi pagano sovente meno tasse in Belgio che in Svizzera.

swissinfo.ch: Alla fine del libro lei inserisce un’analisi politica poco ottimista sul futuro del segreto bancario.

Ph. K.: M’interrogo soprattutto sulla strategia del denaro bianco, che la Svizzera ha deciso di applicare senza contropartita, e sulla praticabilità di accordi che prevedono un’imposta liberatoria alla fonte, come quelli conclusi con la Germania e la Gran Bretagna. Non solo sono imperfetti – le successioni e le donazioni rappresentano un problema – ma contestati, tanto dalla Commissione europea quanto dal Bundesrat tedesco.

Temo che la Svizzera si ritrovi nella stessa situazione descritta da Hemingway nel Vecchio e il mare: dopo giorni di lotta, il protagonista raggiunge il porto con il grosso pesce che ha pescato, ma è distrutto. Non dobbiamo dimenticare che la finalità del segreto bancario è economica; non rappresenta un pilastro della democrazia come vorrebbe Berna.

 

Articolo ripreso da swissinfo.ch

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