Chiude una storica azienda italiana dopo duecento anni di attivita’

chiusura-pasta-agnesiSilenzio, parla Agnesi. Per l’ultima volta. Tra dieci anni avrebbe festeggiato due secoli di vita, cominciati nel 1824, quando la famiglia rileva un molino con macine in pietra, a Pontedassio di Oneglia, zona di Imperia.

Invece non sono previste celebrazioni e fanfare, non è previsto niente di niente, nel futuro. Organizzando una festa proprio indimenticabile, l’attuale proprietà del gruppo Colussi annuncia ai 150 dipendenti che entro dicembre si va tutti a casa.

Certo un’azienda che chiude non può essere una notizia, nell’Italia di oggi. Eppure ci sono chiusure che ancora pesano e colpiscono come l’uomo sorpreso a mordere il cane. Sono quelle che consegnano malinconicamente all’oblìo i marchi più gloriosi del Made in Italy, soprattutto di questo Made in Italy alimentare, ultimamente riscoperto come il nostro vero petrolio. Mentre noi ce la raccontiamo, con tutta la sinfonia del chilometro zero, dello slow-food, del biologico e del prodotto tricolore, l’Agnesi chiude.
L’azionista di controllo, quel gruppo Colussi subentrato nel ’99 al colosso multinazionale Danone, in un tripudio di patriottismo, sostiene ora che il marchio potrebbe anche resucitare più avanti, ma con altri prodotti, soprattutto in un altro stabilimento. Eufemismi. Il Made in Italy perde un altro pezzo, i consumatori un altro punto di riferimento. Se non fosse pur sempre commercio, verrebbe da dire un altro amico.

«C’è gioia in Italia, c’è passione in Italia»: l’ultimo slogan suona in queste ore come una marcia nuziale mandata per errore dal sagrestano durante un funerale. Il sindaco di Imperia, nella depressione generale, sta girando con il cappello in mano tra gli imprenditori locali, facendo leva sul senso di appartenenza: l’idea sarebbe quella di una cordata del territorio per salvare una gloria del territorio. Inutile dire che è il tentativo della disperazione. Più per provare qualcosa che per riuscire in qualcosa.
Tutto un patrimonio aziendale, una bella storia di provincia, della nostra gloriosa provincia, che va all’epilogo. Dietro ciascuno di questi marchi si nasconde immancabilmente una specie di romanzo, se non proprio un’epopea. È questo che ce li rende amati e familiari, anche quando non fanno parte dei nostri acquisti. Non entrano forse nella nostra cucina, ma risiedono stabilmente nel nostro vissuto.

La storia dell’Agnesi è segnata puntualmente dai tipici passaggi che hanno fatto la grandezza del Made in Italy. L’intuizione e il coraggio: già nei primi anni il capostipite Paolo Battista, consapevole che non si può prescindere dalla qualità dei grani, arma una flotta di velieri per andare quattro volte all’anno in Ucraina, dove carica il migliore grano duro del mondo (Taganrog).

Poi la forza e la tenacia: dopo il terremoto del 1887, che distrugge quasi completamente Oneglia, la famiglia non si perde d’animo e anzi coglie la nefasta opportunità per costrure un molino moderno, a cilindri metallici, nonché un grande pastificio a tre piani, vicino al porto, avviando di fatto la grande industria che si affermerà in tutto il mondo. Poi la creatività e la fantasia: nel 1920 Agnesi lancia sul mercato la prima confezione per la pasta, sino ad allora prodotta in grandi sacchi e venduta sfusa. Poi di nuovo il rilancio nel Dopoguerra, con le prime locandine pubblicitarie. Poi il marketing moderno, con la campagna del 1987 che fa parte di noi, «Silenzio, parla Agnesi», e quella segreta tentazione di zittirci tutti quanti per davvero.

Purtroppo, arrivano in seguito anche i passaggi dolorosi, pure quelli molto tipici per le nostre produzioni più care, dalla Perugina all’Alemagna: la proprietà multinazionale, la necessità delle economie di scala, l’addio alle conduzioni familiari. L’addio alle dinastie.

Per Agnesi non c’è solo il cambiamento: c’è il declino irreversibile. E adesso i titoli di coda. Dicono i contabili che non si può tenere in vita un’azienda a dispetto del mercato. Hanno qualche ragione. Ma può umanamente dispiacere, a dispetto del mercato.

 

 

Articolo di Cristiano Gati – ripreso da ilgiornale.it